Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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6 luglio 2006
Santa Maria Goretti, vergine e martire


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

17 febbraio 1903, in Francia. La guerra anticlericale e antireligiosa è giunta al culmine. Georges Clemenceau, soprannominato «la Tigre», riceve nella sua biblioteca Padre Giovanni Battista Chautard, priore di Nostra Signora di Sept-Fons. A seguito delle leggi che ordinano l'espulsione delle congregazioni religiose, egli intende perorare la causa del suo Ordine davanti all'anticlericalissimo presidente della commissione senatoriale incaricata di decidere della loro sorte. Dopo aver subito una presa in giro coi fiocchi, in cui «la Tigre» ridicolizza i monaci, il Padre Priore, manifestamente ispirato, comincia a parlare: «L'Eucaristia è il dogma centrale della nostra religione; deve avere monaci dediti all'adorazione. Cristo è vivo; è presente nell'Eucaristia. A tale Re divino, presente fra noi, non è necessaria una corte per adorarlo? Cantiamo con tutto il nostro essere, preghiamo con tutto il cuore, perchè è a Colui che amiamo che si rivolgono i nostri canti. La Messa è il massimo evento che possa accadere sulla terra. Anche la Comunione è un mistero: è Dio, amore infinito, che m'infonde la sua propria vita. Vivendo delle grazie della Comunione, vogliamo riversarne i benefici su tutta l'umanità, attraverso una vita gioiosamente austera, in unione con il divino Crocifisso». Visibilmente commosso, «la Tigre» risponde: «Ho capito che si può esser fieri di esser monaci, quando si è profondamente tali. Mi consideri come suo amico!» I Trappisti non saranno espulsi. Padre Chautard ignorava che era sostenuto in quel momento dalle preghiere di un giovane monaco della Trappa di Santa Maria del Deserto, Padre Maria Giuseppe Cassant.

Un'attrattiva per la preghiera

Pietro Giuseppe Cassant nasce a Casseneuil-sur-Lot, vicino ad Agen, nel sud-ovest della Francia, il 7 marzo 1878; fin dal giorno dopo, nasce alla vita della grazia attraverso il santo Battesimo. I suoi genitori sono agiati coltivatori, gran lavoratori e profondamente cristiani. Un fratello maggiore, Emilio, lo ha preceduto nove anni prima. Il piccolo ha un'apparenza gracile. Molto presto, Giuseppe dimostrerà un'attrattiva poco comune per la preghiera, ed il suo gioco consueto consisterà nell'erigere qua e là altari improvvisati davanti ai quali abbozzerà i gesti del sacerdote alla Messa. Sua madre affermerà che «egli aveva pensato a farsi sacerdote fin da piccolo» e quindi «era quello il suo solo desiderio».

Giuseppe ha appena sei anni quando incomincia ad andare a scuola dai Fratelli delle Scuole Cristiane; vi rimarrà per nove anni. Si dimostrerà ottimo compagno, gentile, altruista, senza orgoglio, affettuoso e semplice. Tuttavia, il chiasso delle ricreazioni, la turbolenza dei ragazzi e i pigia pigia lo spaventano e gli fanno rimpiangere la pace dei campi. In classe, lo aspetta una prova: una grande lentezza di mente gli rende difficili gli studi. Ha poca immaginazione, ritiene difficilmente, è di un'intelligenza poco profonda. Tuttavia, il suo zelo gli procura risultati soddisfacenti. Ne trae una conoscenza sperimentale del classico adagio: «Labor improbus omnia vincit: il lavoro accanito vince tutto». Nell'ottobre del 1889, Giuseppe è ammesso alla Congregazione della Santa Vergine, associazione di alunni che s'impegnano a onorare Maria. Qualche mese più tardi, riceve lo scapolare di Nostra Signora del Monte Carmelo e, il 15 giugno 1890, fa la prima Comunione. Alla fine di una missione parrocchiale, nel 1892, riceve il sacramento della Cresima.

Nella primavera del 1893, il Curato della parrocchia frequentata da Giuseppe è perplesso: nè lui, nè il vicario, nè il direttore dei Fratelli delle Scuole Cristiane dubitano della vocazione del giovane, ma esitano quanto alle sue capacità e sono convinti che non sarà ammesso al Seminario Minore. Viene adottata la soluzione di prendere Giuseppe come convittore in canonica affinchè vi compia gli studi sotto la direzione del vicario. Giuseppe si mostra studioso, felice di poter vivere vicino alla chiesa e di dedicarsi spesso alla preghiera, un po' birichino talvolta con il sagrestano. Ma le difficoltà che incontra nello studio persistono ed il Curato ne conclude che egli non raggiungerà mai il livello voluto per un sacerdote incaricato di una parrocchia. Gli consiglia allora di orientarsi verso la vita monastica, più confacente alle sue attitudini ed alla sua attrattiva spirituale per la preghiera e il silenzio; gli verrebbe così aperto l'accesso al sacerdozio, in condizioni più confacenti al suo temperamento. Questo modo di realizzare la propria vocazione conviene a Giuseppe. Nell'autunno del 1894, si reca con il Curato alla Trappa di Santa Maria del Deserto, a trenta chilometri da Tolosa. Il primo contatto con la vita monastica seduce il giovane. Padre Andrea Malet, allora Direttore dei Novizi, scriverà, dopo il primo colloquio con lui: «Ho avuto l'impressione di un'anima molto dolce, molto profonda, che cercava Dio. Gli ho fatto un segno di croce sulla fronte dicendogli: «Abbi fiducia, ti aiuterò ad amare Gesù». Ha avuto gli occhi pieni di lacrime».

La partenza di Giuseppe per la Trappa, il 30 novembre 1894, non avviene senza dolore. La separazione dai genitori è uno strazio che gli rivela la forza dei legami che ha con i suoi. Ma, ben presto, si inserisce totalmente nella nuova vita: «Non c'è di che annoiarsi, scrive ai genitori, perchè ogni ora è regolata... I compiti principali sono lo studio ed il lavoro manuale; una gran parte del tempo è impiegata anche negli Uffici della chiesa». Qualche giorno più tardi, scriverà: «Mi trovo benissimo in questa nuova vita che, quando se ne è presa l'abitudine, è dolce». Eppure, la vita è austera: ci si alza alle due, il regime è esclusivamente vegetariano, sei mesi di digiuno all'anno, nessuna ricreazione... Il giorno dell'Epifania del 1895, riceve l'abito monastico e il nome di Fra Maria Giuseppe.

«Pieni di Gesù»

Per Padre Andrea, la vita religiosa è un perfezionamento, uno sviluppo della vita cristiana, della vita d'unione con Cristo Gesù. Quando parla dell'ideale cistercense definito da due parole: penitenza e contemplazione, il Direttore dei Novizi sottolinea la subordinazione della prima alla seconda. «Attraverso la penitenza, il monaco si libera dall'influenza dei sensi; attraverso la contemplazione, egli vive della vita soprannaturale, vive di Dio». Per lui, la Regola di san Benedetto è un apprendistato dell'amore di Gesù. «Tuttavia, basterà avere sotto gli occhi o sulle labbra il testo della santa Regola per scoprire Gesù? No; dovremo essere «pieni di Gesù». Perchè Gesù si trova e si gusta soltanto attraverso l'amore, e l'amore esige l'unione con il Prediletto». L'esercizio della vita soprannaturale così concepito è un'adesione al Verbo incarnato per mezzo di un'intensa devozione al Sacro Cuore di Gesù, focolaio di carità e simbolo dell'amore di Dio per noi. Nella misura in cui ci conformiamo alla volontà divina, anche in mezzo ai tormenti più crudeli, la pace e tutti i beni celesti si fissano nella nostra anima. Il cammino verso la perfezione è un lavoro di privazione, prima di tutto interiore, realizzato nell'obbedienza.

Durante il noviziato, Fra Maria Giuseppe legge e studia molto, non senza difficoltà, ma con una perseveranza instancabile. Il suo desiderio istintivo di esser sostenuto da una struttura, di confondersi in un insieme organizzato, gli facilitano la vita comunitaria e l'obbedienza. Agisce convinto di compiere la volontà di Dio, sottomettendosi a tutti, come vuole san Benedetto, e accontentandosi di quel che c'è di più comune e di più umile. Ma la sua vita non è scevra di lotte. L'amor proprio, l'invidia, talvolta violenta, che risente davanti alla superiorità intellettuale o alla virtù degli altri, gli fanno sentire i loro morsi celati. Molto emotivo, è scosso dagli eventi, anche da quelli più insignificanti: una circostanza fortuita, una parola sgradevole, una topica personale, scatenano in lui un gran turbamento. I pensieri contro la purezza non lo risparmiano. Scrive: «Quando un pensiero cattivo mi attraverserà la mente, se vi rimarrà mio malgrado, non ne sarò responsabile... Perchè vi sia peccato e perchè sia costretto a confessarlo, bisognerà che mi ci sia soffermato volontariamente». Ed anche: «Sostituire ai cattivi pensieri l'amore di Gesù». Ripete spesso l'orazione giaculatoria: «Tutto per Gesù!»

Un lavoro di acquietamento

La profonda relazione di mutua fiducia che si stabilisce tra Fra Maria Giuseppe ed il Direttore dei Novizi assicura l'equilibrio del giovane monaco che avrebbe tendenza a cadere nello scrupolo. La comprensione, la fermezza e la pazienza di Padre Andrea riescono a calmare le sue angosce. Ma bisogna talvolta riprendere il lavoro di acquietamento parecchie volte di seguito, perchè il monaco rimane turbato dall'incertezza del perdono dei suoi peccati, dall'inquietudine circa il valore delle sue confessioni, dal timore di offendere Dio con atti meno perfetti, di non corrispondere alla grazia, di non fare una buona morte, ecc. Malgrado tali allarmi che rinascono senza posa, Fra Maria Giuseppe si dimostra molto docile ai saggi pareri del Direttore. D'anno in anno, si sente sempre più profondamente legato a quel Padre spirituale; ma perfino tale affetto lo inquieta. Padre Andrea gli afferma allora: «Non biasimo questo sentimento, che è naturale nel cuore di un figlio. Dio non vieta di affezionarsi a coloro che si amano. Al contrario, è Lui che ha forgiato il nostro cuore e lo ha forgiato in modo tale che è per esso una necessità affezionarsi a colui che ama. Se il nostro amore è legittimo, santo, il nostro affetto sarà dunque legittimo e santo. Bisogna regolarlo, ecco tutto. Cosa fare per regolarlo? Bisogna mantenerlo, come del resto tutto il nostro essere e tutte le nostre operazioni, nella dipendenza nei riguardi di Dio...». La ferma direzione di Padre Andrea ha spesso ricorso al sacramento della Penitenza per far progredire il giovane monaco nell'unione al Sacro Cuore di Gesù. «Sarebbe illusorio voler tendere alla santità, secondo la vocazione che ciascuno ha ricevuto da Dio, senza accostarsi di frequente e con fervore al sacramento della conversione e della santificazione, afferma Papa Giovanni Paolo II... Non saremo mai santi al punto di non aver bisogno di questa purificazione sacramentale: l'umile confessione, fatta con amore, suscita una purezza sempre più delicata al servizio di Dio e le motivazioni che lo sostengono... Progressivamente, una confessione dopo l'altra, il fedele fa l'esperienza di una comunione sempre più profonda con il Signore misericordioso, fino alla totale identificazione con Lui, che si trova nella perfetta «vita in Cristo» in cui consiste la vera santità» (Discorso alla Penitenzieria apostolica, 27 marzo 2004).

Fra Maria Giuseppe pronuncia i primi voti monastici (per tre anni) il 17 gennaio 1897. Dopo quel giorno di gioia, la vita quotidiana riprende nella monotonia. La celebrazione degli Uffici lo trattiene ogni giorno in chiesa per circa sette ore. Vi trova gioia, ma anche sofferenze. Più di una volta, viene ripreso perchè non si è inchinato abbastanza profondamente; ci si accorgerà solo più tardi che una malattia di petto gli rendeva le genuflessioni molto penose. La voce fievole e stonata non gli permette di cantare con brio. Inoltre, le funzioni che deve adempiere gli pesano, a causa della timidezza e della convinzione della propria inettitudine.

Il libro, mezzo di orazione

Nella preghiera, egli chiede molto, e con perseveranza. Di solito, durante l'orazione fatta in comunità, legge: «Quando non ho un libro, spiega, se tengo gli occhi aperti, mi distraggo, se li chiudo mi addormento». Vive, infatti, in uno stato di perpetua stanchezza. Padre Andrea dirà: «L'orazione di Fra Maria Giuseppe non aveva nulla di straordinario. Si soffermava preferibilmente sui misteri della Passione di Nostro Signore, quando pregava senza libro. Seguiva questo metodo (lettura meditata) per quanto poteva, perchè, privo di una buona memoria e convinto della propria incapacità a formulare lui medesimo considerazioni giuste e sante, preferiva servirsi di quelle che trovava nei libri di pietà». L'orazione ha per scopo di unirci a Dio. Per certi, tale relazione di intima amicizia che è l'orazione, si stabilisce facilmente. Ma, per la maggior parte, essa non è tanto facile. Santa Teresa d'Avila stessa ha sofferto molto di questa difficoltà ed essa suggerisce un rimedio che le è giovato molto: «A tali anime conviene, afferma, consacrarsi molto alla lettura, visto che non possono trarre alcun pensiero buono da esse medesime» (Vita, cap. 4°). Tanto è necessario seguire l'azione di Dio, quando Egli ci vuol elevare ad un'orazione più sublime, in cui qualsiasi lettura sarebbe inutile e addirittura controindicata, quanto sarebbe pregiudizievole lasciar il pensiero nel vago, in balia alle distrazioni e ad una aridità che non avrebbe nulla di soprannaturale nè di proficuo. Pertanto, il libro rimane un mezzo. Lo si utilizza per provare a stabilire con Dio un contatto che non avviene, o che si è perduto. Non si tratta dunque di trasformare l'orazione in lettura o di provare ad «ammazzare la noia» in questo modo. Se, pertanto, la conversazione con Dio si avvia, bisogna saper smettere la lettura, per quanto essa sia appassionante, per dedicarsi ad uno scambio intimo con Lui. Il libro scelto può essere la Sacra Scrittura, lo scritto di un Santo o un qualsiasi libro di pietà, secondo l'attrattiva interiore o il bisogno dell'anima. Si può anche, per inserirsi nell'orazione, aiutarsi con una preghiera amata o guardare un'immagine, il crocifisso, il tabernacolo, o contemplare la creazione. Fra Maria Giuseppe si serve spesso, per pregare, degli oggetti di pietà, in particolare delle immagini. Ha una predilezione per le orazioni giaculatorie: «Mi ricorderò sempre, scrive, che vale di più una preghiera breve e dal profondo del cuore, se non si può far meglio, e che ciò è quel che è più gradito a Dio». Il suo desiderio si esprime come segue: «O Gesù, spero di ottenere questa grazia, e cioè che la conversazione con te sia continua».

Fra Maria Giuseppe è altresì pieno di sollecitudine per le anime del Purgatorio; per esse, offre le proprie sofferenze secondo la formula autorizzata dal Padre spirituale all'inizio della vita religiosa: «Mio Dio, cedo volentieri, di tutto cuore, alle anime del Purgatorio la parte soddisfattoria di tutte le opere buone che compirò in avvenire, le Indulgenze che guadagnerò, nonchè i suffragi che saranno offerti per la mia anima dopo la mia morte, e metto il tutto nelle mani della Vergine Immacolata».

Un'esperienza da fare

Fin dall'infanzia, Fra Maria Giuseppe desidera farsi sacerdote, e, pur accettando l'eventualità di non diventarlo se le capacità non glielo permettessero, persiste con ardore nel suo proposito. L'Eucaristia non è per lui una devozione banale: «Vivere, scrive, per potermi comunicare tutti i giorni, se non riuscirò a farmi sacerdote, se Gesù me lo permetterà». Nell'Eucaristia, Fra Maria Giuseppe vede Gesù che accoglie teneramente tutti coloro che si affidano a Lui per esser guariti dalle loro malattie spirituali: «O Gesù mio, quanto sei buono per darti a me tanto miserabile, tanto carico di iniquità. Tu vuoi che ti riceva nel mio cuore, per quanto povero esso sia, perchè sai che ricevendoti si riceve la vita, e tu mi vuoi far vivere». Nell'Enciclica sull'Eucaristia, Papa Giovanni Paolo II scrive: «È bene intrattenersi con Gesù e, chini sul suo petto come il discepolo prediletto, essere colpiti dall'amore infinito del suo Cuore. Se, ai giorni nostri, il cristianesimo deve distinguersi soprattutto attraverso «l'arte della preghiera», come non provare il bisogno rinnovato di rimanere a lungo, in conversazione spirituale, in adorazione silenziosa, in atteggiamento d'amore, davanti a Cristo presente nel Santissimo Sacramento? Tante volte, cari Fratelli e Sorelle, ho fatto quest'esperienza e ne ho ricevuto forza, consolazione e sostegno!» (Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile 2003, n. 25). Fra Maria Giuseppe non separa la Comunione dal sacrificio della Messa, da cui attinge la forza di portare la Croce. Evocando le Messe celebrate in tutto il mondo, scrive: «La vittima del Calvario, che percorre ogni giorno tutto l'universo, per immolarsi senza posa per la gloria del Padre e la salvezza del mondo..., l'infermo, l'ammalato, l'afflitto potranno in qualsiasi momento del giorno e della notte, durante le lunghe ore che la sofferenza e l'insonnia rendono tanto penose, quelle povere anime potranno dire: a quest'ora, nel tal posto, un sacerdote sale all'altare, offre la vittima propiziatoria, la vittima espiatoria».

Sacerdote e ostia

Il 24 giugno 1900, Fra Maria Giuseppe pronuncia i voti perpetui. Tuttavia, sulla via che porta al sacerdozio, le sue difficoltà negli studi costituiscono un ostacolo tanto più temibile in quanto il professore di teologia non gli facilita per nulla il lavoro, trattandolo di incapace e giudicandolo inadeguato al sacerdozio. Vi si aggiungono altre inquietudini: violenti dolori di testa e di stomaco gli impediscono di applicarsi quanto vorrebbe. Però, il conforto del Padre Priore e di Padre Andrea, entrambi del parere che potrà terminare gli studi ed essere ordinato sacerdote, gli reca sollievo. Infatti, il 12 ottobre 1902, riceve il sacerdozio per mano di Monsignor Marre, ex monaco di Santa Maria del Deserto, nominato vescovo ausiliare di Reims nel 1900. La mattina dopo, celebra la prima Messa davanti alla comunità. Eccolo diventato sacerdote per sempre! Si sforzerà ormai di porre in opera l'ideale che abbozzerà Papa Paolo VI: «Molti santi hanno voluto unire sacerdozio e professione di vita monastica, perchè vedevano un'armonia fra la consacrazione propria del sacerdote e la consacrazione propria del monaco. Infatti, la vera solitudine, in cui ci si occupa soltanto di Dio, la spoliazione totale dei beni di questo mondo, la rinuncia alla volontà propria, alle quali sono preparati coloro che entrano nel monastero, preparano in modo affatto speciale l'anima del sacerdote ad offrire santamente il sacrificio eucaristico, che è fonte e apice di tutta la vita cristiana. D'altronde, quando al sacerdozio si unisce il dono totale di sè attraverso cui il monaco si consacra a Dio, egli è in modo particolare simile a Cristo, che è insieme sacerdote e ostia». (Paolo VI, Lettera ai Certosini, 18 aprile 1971).

«Nella mia carne»

La salute del nuovo sacerdote non è mai stata molto buona, ma da molto tempo egli soffre di mali preoccupanti: grande stanchezza, dolori al petto. Timido e discreto, non ne parla quasi mai, non volendo attirare l'attenzione su di sè nè importunare i superiori. Tuttavia, fin dall'inizio del 1902, ci si deve rendere all'evidenza: il giovane monaco deperisce. Il medico diagnostica una grande stanchezza, ma, in realtà, si tratta di tubercolosi. Pertanto, il giorno stesso in cui ha celebrato la sua prima Messa, Padre Maria Giuseppe si reca, per ordine dei superiori, dai genitori, per riposarsi un po' e riprendere qualche forza. Malgrado un riposo di due mesi, la sua salute declina rapidamente. Di ritorno nel suo caro monastero, perfettamente lucido, si prepara a morire. La celebrazione quotidiana del Santo Sacrificio lo aiuta ad unire le proprie sofferenze a quelle del Salvatore, seguendo l'esempio di san Paolo che diceva: Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col. 1, 24). «Quando non potrò più celebrare la santa Messa, dice Padre Maria Giuseppe al Padre spirituale, il Cuore di Gesù potrà togliermi da questo mondo, perchè non avrò più attaccamento per la terra».

Durante le ultime settimane di vita, il giovane sacerdote soffre molto. Steso, soffoca; seduto, deve sopportare il male di profonde piaghe da decubito. Padre Andrea passa lunghi istanti con lui, per incoraggiarlo ad aver fiducia nel Sacro Cuore. Il mercoledì 17 giugno 1903, mentre il Padre spirituale celebra la Messa della Santissima Vergine per lui, Padre Maria Giuseppe si spegne nella poltrona d'infermeria.

In occasione della beatificazione di Padre Maria Giuseppe, il 3 ottobre 2004, Papa Giovanni Paolo II così lo portava ad esempio: «Ha sempre confidato in Dio, nella contemplazione del mistero della Passione e nell'unione con Cristo presente nell'Eucaristia. Si impregnava così dell'amore di Dio, abbandonandosi a lui, «la sola felicità della terra», e si staccava dai beni di questo mondo nel silenzio della Trappa. In mezzo alle prove, con gli occhi fissi su Cristo, offriva le sue sofferenze per il Signore e per la Chiesa. Possano i nostri contemporanei, in particolare i contemplativi e gli ammalati, scoprire, seguendo il suo esempio, il mistero della preghiera, che eleva il mondo a Dio e dà forza nelle prove!»

Dom Antoine Marie osb

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