Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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21 marzo 2006
Traslazione delle reliquie di san Benedetto


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Al momento dell'insurrezione polacca contro l'occupazione russa, nel 1863, un cavaliere polacco, Adamo Chmielowski, si era fatto notare per la sua audacia incredibile. Il 1° ottobre 1864, attraversa una foresta al gran galoppo. Stretto nella morsa di un cannoneggiamento, sente improvvisamente come una forte bastonata alla gamba e cade a terra. Viene trasportato in una capanna di boscaioli dove, poco più tardi, lo trovano i cacciatori finlandesi, alleati dello Zar. Il capitano riconosce il giovane cavaliere che i suoi uomini avevano molte volte preso di mira inutilmente, a tal punto che amici e nemici l'avevano creduto invulnerabile: «Avevate senz'altro un portafortuna, gli dice il capitano. – Avevo lo scapolare di Nostra Signora sul petto», risponde orgogliosamente Adamo, guardandolo in faccia, perchè sa che ha a che fare con Protestanti. La gamba rotta si è cancrenata: bisogna procedere all'amputazione. «Quando? Chiede. – Subito. – Benissimo, cominciate!... Datemi un sigaro, mi farà pazientare». L'orribile operazione si svolge senza anestesia. Poi, Adamo viene trasportato in un ospedale militare, in attesa di decidere il da farsi. Grazie a complicità, riesce a lasciare l'ospedale, nascosto in una bara.

Adamo è nato il 20 agosto 1845 a Igolomia, in Polonia. Dopo l'insurrezione del 1863, si iscrive all'accademia delle Belle Arti di Varsavia. Nel 1868, si trova a Cracovia, dove frequenta i Siemienski. Ligio alla fede dei suoi avi, il Signor Siemienski è tuttavia molto aperto alle correnti scientistiche provenienti dall'occidente. Sua moglie, profondamente cristiana, è dotata di un solido buonsenso ed impressiona molto Adamo. A quell'epoca, si diffonde la moda delle sedute spiritiche per «evocare gli spiriti». Quando la Signora Siemienska si rende conto che gli ospiti di suo marito si danno a tali pratiche, chiede il parere del suo confessore, visto che non riesce a convincere suo marito di porre un termine a quei divertimenti pericolosi. Il sacerdote le consiglia di prendere la corona e di pregare tranquillamente, senza prender parte alle sedute.

Spaccato in due

«Un giorno, racconta Adamo, ci siamo seduti intorno ad un gran tavolo di legno di quercia, talmente pesante che due uomini potevano muoverlo a fatica. Sotto le nostre dita, esso si mise a girare e a saltare, rispondendo alle nostre domande con colpi sodi e violenti. Mai fino a quel momento esso si era scatenato a quel punto... La Signora Siemienska era seduta nel vano di una finestra e recitava sottovoce il rosario. Tuttavia, noi stavamo facendo giravolte attraverso tutta la stanza con quel tavolo diabolico e sobbalzante. La Signora Siemienska non resistette più: si alzò bruscamente, venne verso di noi e buttò la corona sul tavolo che girava. Udimmo allora come un colpo di pistola e il tavolo si fermò di botto. Quando riaccendemmo la luce, vedemmo che si era spaccato in due; il voluminoso piano di quercia massiccia si era spezzato su tutta la lunghezza del diametro, malgrado le grappe che lo mantenevano. Da quel giorno, non ci divertimmo più alle sedute spiritiche».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che «tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che «svelino» l'avvenire. La consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo. Tutte le pratiche di magia o di stregoneria con le queli si pretende sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo – fosse anche per procurargli la salute – sono gravemente contrarie alla virtù della religione... Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli» (CCC 2116-2117).

Interessandosi vivamente a Adamo, la Signora Siemienska riesce a fargli attribuire una borsa di studio per l'anno scolastico 1869-1870, e il giovane entra all'accademia delle Belle Arti di Monaco di Baviera. Lì, incontra numerosi compatrioti di cui ben presto diventa il capo. Uno di essi scriverà di lui: «Aveva un'influenza notevole sul gruppo e la sua mente, penetrante e logica, scopriva prima di tutti gli altri il senso esatto dell'arte ed il rapporto di essa con l'anima umana». Meno avanti nella tecnica della pittura rispetto alla maggior parte dei compagni, egli si esercita a dipingere, «con furia e accanimento», ma sempre in modo molto personale e con un vero talento.

Adamo nasconde, nei limiti del possibile, la menomazione che costituisce la sua gamba di legno. Ma la protesi gli causa molte sofferenze. Gli capita di cadere in improvvise crisi di malinconia finchè l'affetto degli amici non lo rende nuovamente socievole e comunicativo. Tale malinconia ha una fonte profonda nel suo temperamento che aspira a sempre di più, a sempre meglio, e che esige troppo da se stesso. Gli capita di strappare irosamente le tele che ha dipinto e che giudica senza valore. Tuttavia, d'abitudine, egli è di buonumore, servizievole, disposto agli scherzi.

Costruire sul Vangelo

Dal 1871 fino alla primavera del 1873, Adamo soggiorna a Parigi insieme a due amici. Rimane profondamente pio e praticante. Appassionato d'arte, non si lascia colpire da tentazioni malsane. «Il lavoro assorbe a tal punto il pittore, egli desidera talmente trasporre sulla tela l'ideale intravisto, che tutto il resto non conta», scrive. Davanti alle rivoluzioni sociali che sconvolgono la Francia, commenta: «Se vogliono il progresso, perchè non costruiscono i loro Stati secondo il Vangelo?» Nello stesso senso, Papa Giovanni Paolo II afferma: «Il tralcio innestato sulla vite che è Cristo dà frutti in tutti i settori dell'attività e dell'esistenza. Tutti i settori della vita laica, infatti, rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come «luogo storico» della Rivelazione e della realizzazione della carità di Gesù Cristo per la gloria del Padre ed al servizio dei fratelli» (Christifideles laici, 30 dicembre 1998, n. 59).

Dopo un nuovo soggiorno a Monaco di Baviera, torna in Polonia e pubblica un articolo sull'arte. L'arte è destinata a diventare «l'amica dell'uomo, la sua guida» nell'ascensione verso Dio. Senza ignorare il valore della tecnica, del talento e dell'abilità, egli considera che più l'anima sarà pura e bella, più l'opera sarà di una bellezza luminosa. All'inizio del 1879, Adamo si reca a Leopoli, da un amico. Lì, matura in lui la decisione di farsi religioso. Il 24 settembre 1880, entra al noviziato dei Gesuiti di Stara Wies. La sua anima è inondata di gioia. Ma lo attende una prova terribile. Inizia un grande ritiro spirituale di trenta giorni. Adamo vi si abbandona con gran foga; tuttavia, ben presto, è assalito da un senso di angoscia. Dopo una trasgressione insignificante, cade nello scrupolo e ne fa una malattia. La crisi è profonda e suo fratello, Stanislao, se lo riporta a casa per aiutarlo a ristabilirsi. Un giorno, sente un sacerdote che parla con facondia della misericordia di Dio e la luce riempie il suo spirito. Ritrova la pace dell'anima, ma non tornerà al noviziato dei Gesuiti.

Si rimette alla pittura. La sua arte beneficia del progresso spirituale che la sofferenza gli ha fatto compiere. Un giorno, scopre la Regola del Terz'Ordine di san Francesco d'Assissi. Ne è affascinato. Chiede di entrare a far parte del Terz'Ordine e assume il nome di fra Alberto. Tornato a Cracovia, continua a dipingere, con la massima libertà di spirito nei riguardi di tutto ciò che non è Dio. Colpito dallo spirito di povertà, si applica a vedere la Sacra Sindone nel viso dei mendicanti che incontra. Infatti, «sulla terra, Cristo è povero nella persona dei poveri» (Sant'Agostino, Sermone 123, 3-4). Incontrando un ragazzo, livido per il freddo e coperto di stracci, fra Alberto gli dice: «Vieni a casa mia». Nello studio, dove arde un buon fuoco, il fratello prepara da mangiare; poi aggiunge: «E adesso, mettiti a dormire. – E dove? – Ma nel letto! – E voi? – Mi aggiusterò». Il giovane vagabondo non ha nemmeno la forza di protestare, si butta sul letto e dieci minuti più tardi dorme profondamente.

Piuttosto dormire sotto i ponti!

Fra Alberto scopre la propria vocazione. Ben presto, condurrà una triplice vita: di notte, in compagnia dei vagabondi, che accoglie nel suo studio; di giorno, davanti al cavalletto da pittore, per guadagnarsi il pane. Va a trovare le migliori famiglie dell'aristocrazia polacca e vi difende la causa dei diseredati, ma gli sforzi che fa gli sembrano una goccia d'acqua davanti ad un oceano di bisogni. Tuttavia, la presenza degli strani inquilini del suo studio gli procura noie. Quando è presente, va tutto bene, ma quando si assenta, essi fanno baccano ed i vicini se ne lamentano. Deve lasciare lo studio. Ma dove andare? Chiede ad uno dei suoi ospiti: «Dove passavi la notte prima di venire qui? – Nel dormitario pubblico, a Kasimierz. – Bisognerà che tu ci ritorni, poichè ci cacciano via da qui. – Tornare lì? Preferisco dormire sotti i ponti! Preferisco gelarmi tanto da morirne...». Fra Alberto riflette, poi dice: «Puoi condurmici? – Figurarsi! Sareste ucciso, ed io con voi».

Insieme ad alcuni amici, fra Alberto va tuttavia a visitare il dormitorio pubblico riservato ai vagabondi, che si chiama «Ogrzewalnia». Fin dall'entrata sono presi alla gola da un fetore terribile. La stanza è grande, ma di una sporcizia indicibile. Lungo i muri ci sono panche di legno grezzo sulle quali si pigiano individui loschi che seminano il terrore, s'ingozzano di acquavite e giocano a carte. Sotto alle panche giacciono gli ammalati e i vecchi, che supplicano invano un goccio d'acqua. La stanza è attraversata da un tubo caldissimo, sotto al quale si rannicchiano i corpi di canaglie e di bambini profondamente addormentati. Verso mezzanotte, altri frequentatori assidui del posto arrivano e si fa a botte per trovare un angolo. Quando escono da quel luogo infame, fra Alberto ed i suoi compagni credono di risvegliarsi da un incubo. Ad un tratto, nel profondo silenzio, fra Alberto esclama: «Bisogna andare ad abitare con loro. Non posso lasciarli in quello stato!»

Ancora più in basso

Il suo direttore spirituale, un Lazzarista, gli impone una dilazione di alcuni mesi, al fine di verificare se quello slancio di generosità venga dallo Spirito Santo. Quando, in seguito, gli si chiederanno le ragioni della sua straordinaria vocazione, risponderà: «Per salvare i miserabili, non bisogna subissarli di rimostranze, nè far loro la paternale mentre si è sazi e ben vestiti: bisogna abbassarsi e scendere ancora più in basso, diventare ancora più miserabili di loro». È proprio questo il metodo utilizzato dal Figlio di Dio stesso. Per fra Alberto, il vero Amore viene da Dio, si incarna in Cristo, si comunica attraverso l'Eucaristia, porta frutti di misericordia e diventa la sorgente di ogni bene, privato e pubblico. Per lui, l'assenza d'amore ed il rifiuto della misericordia costituiscono la causa profonda di tutti i mali che devastano il mondo.

Nella Lettera apostolica per l'anno dell'Eucaristia, Papa Giovanni Paolo II scrive: «Nell'Eucaristia, il nostro Dio ha manifestato la forma estrema dell'amore, sconvolgendo tutti i criteri di potere, che troppo spesso reggono i rapporti umani, e affermando in modo radicale il criterio del servizio: Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti (Marco 9, 35)... Perchè allora non fare di quest'anno dell'Eucaristia un tempo nel corso del quale le comunità diocesane e parrocchiali si dedicheranno in modo speciale, con azioni fraterne, a lottare contro questa o quella forma delle numerose povertà del nostro mondo?... Non possiamo illuderci: è dall'amore reciproco, e particolarmente dalla sollecitudine manifestata a coloro che si trovano in stato di bisogno, che saremo riconosciuti quali veri discepoli di Cristo. Tale è il criterio che proverà l'autenticità delle nostre celebrazioni eucaristiche» (Mane nobiscum Domine, 7 ottobre 2004).

Prima di lanciarsi in un'avventura tanto eccezionale, fra Alberto si presenta davanti all'arcivescovo di Cracovia; il prelato gli accorda la sua massima fiducia e lo ammette a pronunciare i tre voti religiosi. In occasione di un soggiorno in un convento di Carmelitani, si familiarizza con le opere di san Giovanni della Croce, che diventa il suo autore preferito. Il Superiore del convento, Padre Raffaele Kalinowski, gli propone di farsi Carmelitano. Fra Alberto gli risponde: «Che farebbero senza di me i miei barboni?» e il Superiore replica: «Va', Fratello, dove Dio ti chiama».

Il gran giorno è giunto: fra Alberto si reca presso «l'Ogrzelwania». Vi è accolto da sguardi ostili, beffardi o incuriositi. Vestito di un saio grossolano, per farsi rispettare ha l'infermità della gamba di legno. Slega il suo fagottino: «Chi vuol mangiare con me?» I presenti danno un'occhiata: c'è salame all'aglio e pane bianco. «Hai acquavite?» domanda un ispido figuro. Ne ha portato. «Come ti chiami? – Fra Alberto. – Ebbene! Se non sai dove andare a dormire, rimani!» Il primo approccio ha avuto luogo. Ma, verso mezzanotte, arrivano i più duri. Scorgendolo, gridano: «Vattene o ti scaraventiamo fuori!» Gli altri prendono le sue difese: «Se non sa dove andar a dormire, ha perfettamente il diritto di rimanere, quanto te e me». Sta per succedere un tafferuglio. Ma alla fine torna la calma.

Un'icona sempre fiorita

Nel novembre del 1888, fra Alberto conclude un'intesa ufficiale con la città di Cracovia per l'utilizzazione dei locali dell' «Ogrzewalnia», il diritto di questua per le strade e il reinserimento sociale dei più validi. Molto devoto della Santa Vergine, egli appende al muro del dormitorio un'icona di Nostra Signora di Czestochowa. Nessuno oserà prendersela con colei che è la Regina del paese, neppure i più miscredenti. Un lumino ad olio arde notte e giorno davanti alla venerabile icona e mani ignote l'adornano di fiori. Quando arrivano i bei giorni del 1889, fra Alberto, coadiuvato da una squadra di volontari, rimette a nuovo «l'Ogrzewalnia». Si raschia, si lava con grande abbondanza di acqua, si dà la caccia alle cimici, si tappano i buchi, si intonacano i muri e si installano giacigli. Quando torna la brutta stagione, il locale ha cambiato aspetto. I poveri vagabondi sono un po' sconcertati, ma l'amore ardente che manifesta loro fra Alberto ridà fiducia a tutti. Questi uomini che vivono nella miseria sentono quanto lo strano frate li ami.

Per nutrire i suoi poveri, fra Alberto percorre le strade di Cracovia chiedendo l'elemosina. Le critiche piovono fitte lì dove passa, ma, a poco a poco, l'opinione pubblica si mette dalla sua parte. Gli orticoltori del mercato coperto di Cracovia gli riservano tutti i giorni un'accoglienza calorosa e si affrettano a riempirgli il carretto di doni in natura. La Provvidenza manda a fra Alberto alcuni giovani dal cuore retto che si lasciano trascinare dalla fiamma d'amore che lo infervora. Condividono la vita dei miserabili, li servono amorevolmente, pulendo, lavando, facendo da mangiare. Per i pasti, tutti si siedono per terra, poi conversano allegramente. Tuttavia, i poveri del dormitorio pubblico non sono di sicuro affidamento. Fra di essi vi sono ben noti banditi, gente che ha avuto a che fare con la giustizia e che abusa dell'alcol. Talvolta, i fratelli sfiorano la morte. Quando l'atmosfera si fa pesante e minacciosa, un fratello musicista prende il violino e trasmette all'archetto tutto l'ardore del suo cuore. Allora, spesso, gli alterchi smettono, i volti si rasserenano.

Tutti i giorni, fra Alberto riunisce i suoi figli e li istruisce spiritualmente. Insegna loro a pregare, ad occuparsi dei poveri per amor di Cristo. Nella sua Esortazione apostolica sulla vita consacrata, Papa Giovanni Paolo II scriverà: «L'opzione per i poveri si situa nella logica stessa dell'amore vissuto secondo Cristo. Tutti i discepoli di Cristo devono dunque farla, ma coloro che vogliono seguire il Signore più da vicino, imitandone il comportamento, non possono che sentirsi coinvolti da essa in modo affatto speciale. La sincerità della loro risposta all'amore di Cristo li porta a vivere da poveri e ad abbracciare la causa dei poveri... In realtà, ancor prima di essere un servizio dei poveri, la povertà evangelica è un valore in sè, poichè evoca la prima delle Beatitudini con l'imitazione di Cristo povero. Infatti, il suo primo senso è quello di testimoniare a favore di Dio, che è la vera ricchezza del cuore umano. Ed è proprio per questo che essa ricusa con vigore l'idolatria di Mammona (vale a dire del denaro)» (Vita consecrata, 82, 90). Di fronte ad un materialismo indifferente alle necessità ed alle sofferenze dei più deboli, ed altresì sprovvisto di qualsiasi rispetto per l'equilibrio delle risorse naturali, la povertà evangelica è un richiamo a ritrovare il senso della misura ed il valore delle cose. Essa «suscita l'interesse di coloro che, coscienti dei limiti delle risorse del pianeta, esigono il rispetto e la tutela della creazione riducendo i consumi, praticando la sobrietà e imponendosi il dovere di por freno ai desideri» (Ibid.).

Il contagio dell'esempio

Per ripristinare la dignità dei suoi poveri, degradati dalla miseria, fra Alberto utilizza il lavoro, concepito come un fattore di perfezionamento morale e di progresso umano. «Vi sono cose che la società non ha il diritto di rifiutare ai suoi membri, dichiara: il diritto al lavoro che assicura loro un alloggio e il pane quotidiano. Se essa vien meno a tale dovere di giustizia, deve supplirvi con la carità». Fra Alberto apre cantieri in cui i suoi figli, vestiti di un saio grossolano e chini sui banchi di lavoro, danno l'esempio di un'assidua attività. L'esempio è contagioso: i poveri si fanno coraggio e ritrovano a poco a poco il senso della dignità in una vita di lavoro. Fra Alberto scrive brevi opere teatrali che fa interpretare ai suoi poveri con i mezzi a disposizione. Il successo è notevole; i cuori si aprono e si producono veri miracoli di conversione. Così, quando fra Alberto e i suoi figli recitano le preghiere, in ginocchio, in mezzo al dormitorio, i loro compagni si sentono attirati e si associano a loro.

Nel contratto stipulato con il comune di Cracovia, fra Alberto si è impegnato ad occuparsi anche del dormitorio pubblico delle donne, che supera in orrore quello degli uomini, perchè, oltre alla miseria, ospita la depravazione organizzata. Il Signore gli manda per quest'opera delle donne che formeranno il ramo femminile della sua Congregazione. Ma l'opera che fra Alberto richiede ai suoi figli è spossante. Pertanto, perchè possano riposarsi, insedia eremi in luoghi isolati, dove essi possono riprendersi fisicamente e spiritualmente, vivendo del loro lavoro manuale, all'aria aperta, davanti alle meraviglie della natura.

Numerose città chiedono fondazioni a fra Alberto. Egli viaggia molto, sempre come un povero, a prezzo di numerose sofferenze. Si consuma per dare, per continuare a dare. Scrive: «Perchè il profumo si diffonda, bisogna rompere il vaso. Non basta che amiamo Dio, bisogna anche che, a contatto con noi, altri cuori s'infiammino. Questo conta. Nessuno sale in Cielo da solo». Nel 1914, la prima guerra mondiale lo sorprende in piena attività. Ma i suoi giorni sono contati: da molto tempo, è consumato da un cancro allo stomaco. Sopravviverà ancora due anni attraverso sofferenze immani. Verso la fine del 1916, mentre già da molto tempo il suo stomaco non sopporta più nessun alimento solido, entra in una lunga agonia. Fino alla fine, accetta la volontà di Dio, nella fede e la riconoscenza. Infine, il giorno stesso di Natale, esala l'ultimo respiro, durante l'Angelus di mezzogiorno. Papa Giovanni Paolo II l'ha canonizzato il 12 novembre 1989.

In un mondo spesso contrassegnato da un materialismo avido di possesso, la povertà evangelica invita a praticare la temperanza ed a ritrovare il senso della gratuità. Che l'esempio del santo fra Alberto e la contemplazione di Gesù nella povertà della mangiatoia, ci incoraggino ad adottare uno stile di vita modesto, a favore dei più poveri! Vi troveremo la letizia e la salvezza: Beati voi poveri, perchè vostro è il regno di Dio! (Luca 6, 20).

Dom Antoine Marie osb

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