Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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10 gennaio 2006
San Gregorio Nisseno, vescovo


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

È piovuto per tutta la notte su un campo di prigionieri di guerra vicino a Stoccarda, e, la mattina del 2 ottobre 1940, goccioline rimangono sospese qua e là sui fili spinati. «Che strano rosario, signor cappellano! Sono le nostre sofferenze che pendono immobili, un po' stupide e tutte grige... un raggio di sole, e le vedrà scoppiare nella luce. – È ben devoto, oggi, complimenti». Il cappellano guarda stupito il tenente Darreberg, che aggiunge, facendo una giravolta: «È soltanto poesia e letteratura... un modo elegante per darle il buongiorno».

Il cappellano conosce bene il tenente Darreberg. Ha già sparpagliato ai quattro venti la sua prima educazione cristiana, e ne è molto fiero. Quando dichiara: «Non ho nessuna voglia di diventare un Santo, assolutamente no, ma proprio il contrario», si è colpiti dalla sua strana sincerità. Nel campo, si è assunto l'incarico di distrarre i compagni di prigionia, sua vocazione personale, dice. Infatti, con lui non ci si annoia.

Una frottola pietosa?

Ma quella mattina, Darreberg non ha l'aria abituale. «C'è qualcosa che non va?» gli chiede il cappellano. Alla domanda reiterata, il tenente risponde, come a malincuore: «Ecco: all'inizio della prigionia, lei ci ha raccontato la storia di La Salette. Evidentemente, si tratta di una frottola pietosa, però ha commosso parecchi uomini nel campo. È molto bello immaginare storie del genere per far passare i giorni meno stupidamente. – Non è una «frottola pietosa», protesta il cappellano. – Voglio andare a rendermi conto sul posto della leggenda. Per salire sulla sua montagna misteriosa, cosa devo fare esattamente?... – Bisognerà aspettare giorni migliori, siamo rinchiusi per mesi... – Ebbene io, padre, mi libero oggi! – Cosa dice? – Evado stasera». Infatti, quella sera, il tenente Darreberg riacquista la libertà, abilmente nascosto sotto il telone di un camion che ha portato il pane. Il cappellano gli dà una rapida benedizione: «Nostra Signora di La Salette, Vergine che porti catene, simbolo delle nostre anime schiave della potenza del peccato, accompagna nel suo viaggio il tuo audace pellegrino!» In tutte le camerate, una volta caduta la notte, si discute in merito alla folle impresa. «Se Nostra Signora di La Salette lo aspetta sulla montagna, pensa il cappellano, Essa non avrà bisogno di carte stradali, di rifornimenti, di bussole, nè di metodi razionali. Sarebbe piuttosto il contrario».

Il 12 novembre, il cappellano riceve una lettera di Darreberg, imbucata il 20 ottobre a La Salette: «Sappia, prima di tutto, che sono stato costretto a compiere un viaggio piuttosto lungo, senza conoscere troppo le comodità». Infatti, dopo esser giunto a Stoccarda nel camion del pane, egli si è recato alla stazione ferroviaria ed è riuscito a sistemarsi sui respingenti esterni di un vagone del treno in partenza per Costanza. Ad ogni fermata, si lasciava scivolare sotto uno degli assali del vagone, per non essere scoperto. Ha viaggiato nello stesso modo anche fra Costanza e Basilea. Ormai, in Svizzera, è libero e si è potuto recare a Lione, poi a La Salette. «Ora, glielo posso dire, continua, che mi sentivo chiamato irresistibilmente. Bisognava che ci andassi... Sono qui da cinque giorni e vivo come in un sogno... Quanto sono stato sciocco parlando di «frottola pietosa»; è vero che, già allora, non la pensavo tale. Nel corso del viaggio, ho capito già molte cose. Qui, ho trovato un sacerdote che mi ha spiegato la storia di questa montagna».

Ecco, qui di seguito riassunta, la storia. Il 19 settembre 1846, due giovani ignoranti, Massimino (undici anni) e Melania (quasi quindici anni) custodiscono i loro greggi sulla montagna, sopra al paesetto di La Salette, nella diocesi di Grenoble. Un vivo chiarore appare loro, nel quale distinguono, in un atteggiamento di profondo dolore, quella che chiameranno «la Bella Signora», seduta, con la testa fra le mani ed il seno scosso da singhiozzi. I due pastorelli provano di primo acchito una gran paura, ma la Bella Signora si alza e li chiama con una voce dolcissima: «Venite qui, bambini, non abbiate paura». Senza esitare più a lungo, si precipitano e si piazzano talmente vicino a lei, che quasi la toccano. Essa porta sulle spalle e sul petto due catene che trattengono una croce sulla quale sanguina Cristo rifulgente di luce.

I suoi occhi sono pieni di una tristezza immensa: «Ha pianto per tutto il tempo che ci ha parlato, dirà Melania; ho visto proprio scorrere le lacrime». Essa dice loro: «Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sarò costretta a lasciar andare il braccio di mio Figlio; è talmente forte e pesante che non posso più trattenerlo... Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservata il settimo e non me lo si vuol concedere... Coloro che guidano i carri non sanno bestemmiare senza mettere il nome di mio Figlio in mezzo (alle loro bestemmie). Sono le due cose che appesantiscono tanto il braccio di mio Figlio». Dopo aver parlato di raccolti disastrosi dovuti ai peccati degli uomini, aggiunge: «Se si convertiranno, le pietre e le rocce si cambieranno in montagne di grano...» Conclude così: «Su, bambini, trasmettete questo messaggio a tutto il mio popolo». Infine, salendo verso l'alto del pianoro, si solleva da terra e sparisce lentamente.

Come tanti altri, in ginocchio

Il racconto dell'apparizione commuove profondamente Darreberg. Continua così la lettera al cappellano: «Nel punto esatto in cui si sono svolti gli eventi, c'è una pagina splendidamente viva, una parola d'ordine, una consegna sacra, un invito a mettersi subito sull'attenti per sentire ordini che bisogna eseguire, che bisogna assolutamente realizzare fino in fondo. Pertanto, il giovane buffone che lei conosce, ebbene, ha fatto come tanti altri, si è messo in ginocchio e si è confessato come un bambino, a parte il fatto che aveva più cose da dire. Il confessore non cessava di sottolineare con «bene» e «benissimo» un sacco di cose che avrei preferito confidare ad un sordo, perchè non erano edificanti. È giunto al punto di affermare «perfetto» per una cosa che, glielo assicuro, non lo era affatto. Allora ho protestato: «Ma no, non è perfetto», ed ecco la sua risposta: «Oh sì, giovanotto, è perfetto!... È perfetto quel che la Santa Vergine ha fatto per lei, ed il modo in cui lei lo accetta». Insomma, ho fatto una grande pulizia... Ne ero tutto leggero e un po' fiero».

«Maria, Madre piena d'amore, scriveva Papa Giovanni Paolo II, il 6 maggio 1996, ha mostrato a La Salette la sua tristezza di fronte al male morale dell'umanità. Con le sue lacrime, ci aiuta ad afferrare meglio la dolorosa gravità del peccato, del rifiuto di Dio, ma anche la fedeltà appassionata di suo Figlio nei riguardi dei suoi figli, Lui, il Redentore, il cui amore è ferito dalla dimenticanza e dai dinieghi».

«Il peccato è un'offesa a Dio: Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto (Salmi 51, 6). Il peccato si erge contro l'amore di Dio per noi e allontana da esso i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare come Dio, conoscendo e determinando il bene e il male (Gen. 3, 5). Il peccato pertanto è «amore di sè fino al disprezzo di Dio» (Sant'Agostino). Per tale orgogliosa esaltazione di sè, il peccato è diametralmente opposto all'obbedienza di Gesù che realizza la salvezza... La varietà dei peccati è grande. La Scrittura ne dà parecchi elenchi. La Lettera ai Galati contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito: Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; e circa queste cose vi preavviso, come ho già detto, che chi le compie non erediterà il Regno di Dio (Gal. 5, 19-21)» (CCC 1850-1852).

A La Salette, Nostra Signora insiste particolarmente sui peccati contro Dio per mancanza di rispetto nei riguardi del suo Nome. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «Tra tutte le parole della Rivelazione, ve ne è una, singolare, che è la rivelazione del Nome di Dio... Il nome del Signore è santo. Per questo l'uomo non può abusarne. Lo deve custodire nella memoria in un silenzio di adorazione piena d'amore. Non lo inserirà tra le sue parole, se non per benedirlo, lodarlo e glorificarlo. Il rispetto per il Nome di Dio esprime quello dovuto al suo stesso Mistero e a tutta la realtà sacra da esso evocata... La bestemmia consiste nel proferire contro Dio – interiormente o esteriormente – parole di odio, di rimprovero, di sfida, nel parlare male di Dio, nel mancarGli di rispetto nei propositi, nell'abusare del nome di Dio... La proibizione della bestemmia si estende alle parole contro la Chiesa di Cristo, i Santi, le cose sacre. È blasfemo anche ricorrere al nome di Dio per mascherare pratiche criminali, ridurre popoli in schiavitù, torturare o mettere a morte... La bestemmia è di per sè un peccato grave... Le imprecazioni, in cui viene inserito il nome di Dio, senza intenzione di bestemmia, sono una mancanza di rispetto verso il Signore» (CCC 2143-2144, 2148-2149).

Il settimo

Per il tramite della Vergine, Dio dice ai bambini de La Salette: «Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo si vuole concedere». Ci viene così ricordato il dovere di santificare la domenica. Nel 1998, Papa Giovanni Paolo II ha pubblicato una Lettera apostolica per ricordare il senso della domenica cristiana: «Coloro che hanno ricevuto la grazia di credere nel Signore risuscitato non possono percepire il significato di tale giorno settimanale se non con la vibrante emozione che faceva dire a San Girolamo: «La domenica è il giorno della risurrezione, il giorno dei cristiani, è il nostro giorno»... Se, fin dall'inizio del mio pontificato, non mi sono stancato di ripetere: «Non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo!», vorrei oggi invitarvi tutti con insistenza a riscoprire la domenica: Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo! Sì, apriamo il nostro tempo a Cristo, perchè Egli possa rischiararlo e orientarlo» (Dies Domini, 31 maggio 1998, 2, 4, 7).

La partecipazione alla celebrazione comune dell'Eucaristia domenicale è una testimonianza di appartenenza e di fedeltà a Cristo: «La Messa è la rappresentazione viva del sacrificio della Croce. Sotto le specie del pane e del vino, sulle quali è stata invocata l'effusione dello Spirito, che agisce con un'efficacia assolutamente unica nelle parole della consacrazione, Cristo si offre al Padre con il medesimo gesto di immolazione con cui si offrì sulla Croce... Al proprio sacrificio, Cristo unisce quello della Chiesa: «Nell'Eucaristia, il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo Corpo. La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, ed in questo modo acquistano un valore nuovo» (CCC 1368)» (Ibid., 43).

«Essendo veramente l'Eucaristia il cuore della domenica, si capisce perchè, fin dai primi secoli, i pastori non abbiano cessato di ricordare ai fedeli la necessità di partecipare all'assemblea liturgica... Il Codice di Diritto canonico ribadisce tale obbligo, affermando che «la domenica e gli altri giorni di festa di precetto, i fedeli sono tenuti all'obbligo di partecipare alla Messa» (canone 1247). Tale legge è stata normalmente compresa come presupposto di un obbligo grave... Se la partecipazione all'Eucaristia è il cuore della domenica, sarebbe tuttavia riduttivo limitare unicamente a ciò il dovere di «santificarla». Il giorno del Signore, infatti, è vissuto bene se è totalmente caratterizzato dalla memoria riconoscente ed attiva delle meraviglie di Dio. Ciò impone a ciascun discepolo di Cristo di dare anche in altri momenti della giornata, vissuti all'infuori del contesto liturgico – la vita di famiglia, le relazioni sociali, gli spazi destinati alle distrazioni – uno stile atto a far risaltare la pace e la gioia del Risuscitato nella struttura ordinaria della vita» (Ibid., 32; 46; 47; 52).

Un ronzio senza valore?

Quando era apparsa a Melania e a Massimino, la Santa Vergine aveva ricordato loro l'importanza della preghiera: «Bambini, pregate con devozione? – Non molto, Signora. – Ah! bambini, bisogna pregare devotamente, mattina e sera, recitando magari soltanto un Padrenostro e una Salveregina. E quando avrete la possibilità di farlo, recitatene di più». Il tenente Darreberg ha compreso la necessità della preghiera. Trasferitosi in Inghilterra, dove è stato assegnato all'aviazione, scrive nel suo diario: «14 ottobre 1941: Ho conosciuto il cappellano cattolico... Mi ha detto che la vittoria era certa. Gli ho detto: La guerra potrebbe finire domani; ci sarebbe una sola cosa da fare. – Ma via, e cosa? – Sottomettersi... Sottomettersi al volere di Dio e pregare. Gli ho ripetuto almeno tre volte insistendo: ricorrere di frequente alla preghiera!» Anche Darreberg si mette a pregare: «Capisco meglio la recita della corona per rendere l'anima più docile ed insegnarle a poco a poco la reazione giusta. Mi sembrava che fosse quella una preghiera di bigotta e un ronzio senza valore. Sciocchezze! È una cosa meravigliosa. Dire cinquanta volte di seguito: «Ave Maria...», finisce col farci abbassare il capo come si deve... Quando si è ripetuto per cinquanta volte: «Prega per noi peccatori», si finisce col credere, almeno un po', che non si vale granché...». Scriverà anche: «Di gran lunga più della pipa del cappellano, la recita, anche se monotona e meccanica, della corona, è un'armonia pacificatrice».

«Il centro della nostra fede è Cristo, Redentore dell'uomo, ricordava Papa Giovanni Paolo II, il 16 ottobre 2002. Maria non lo offusca; essa non offusca la di lui opera salvifica. Salita in cielo con il corpo e l'anima, la Vergine, prima ad assaporare i frutti della Passione e della Risurrezione del Figlio, è colei che, nel più sicuro dei modi, ci porta a Cristo, fine ultimo dei nostri atti e di tutta la nostra esistenza... Vi è uno strumento migliore della preghiera del Rosario, per contemplare il volto di Cristo con Maria? Tuttavia, dobbiamo riscoprire la profondità mistica racchiusa nella semplicità di questa preghiera, cara alla tradizione popolare. Nella sua struttura, tale preghiera mariana, infatti, è soprattutto una meditazione dei misteri della vita e dell'opera di Cristo. Ripetendo l'invocazione Ave Maria, possiamo approfondire gli eventi essenziali della missione del Figlio di Dio sulla terra, che ci sono stati tramandati dal Vangelo e dalla Tradizione» (Udienza generale).

La preghiera, e particolarmente il rosario, ci apre alla speranza. Papa Giovanni Paolo II scrive, a proposito di La Salette: «Nostra Signora chiede che il suo messaggio «sia trasmesso a tutto il suo popolo», attraverso la testimonianza dei due fanciulli. E, infatti, la loro voce si farà sentire rapidamente. Verranno i pellegrini; vi saranno molte conversioni. Maria era apparsa in un luce che evoca lo splendore dell'umanità trasfigurata dalla Risurrezione di Cristo: La Salette è un messaggio di speranza, perchè la nostra speranza è sostenuta dall'intercessione di Colei che è la Madre degli uomini. Le rotture non sono irrimediabili. La notte del peccato si ritira davanti alla luce ed alla misericordia divine. La sofferenza umana accettata può contribuire alla purificazione ed alla salvezza» (6 maggio 1996).

Sei penny di milta

La storia di Darreberg narra parecchie conversioni. Quella del tenente medesimo, ma anche quella del suo meccanico: «5 aprile 1942: Pasqua. Il meccanico mi ha detto: «Vado sempre in chiesa a Pasqua e a Natale... E poi c'è lei; fa comunque riflettere quella medaglia (di Nostra Signora di La Salette), la storia che ha raccontato ai compagni...». Si è confessato, ha fatto la comunione... Non lo faceva da vent'anni... Il cappellano ha riconosciuto: la Vergine di La Salette è formidabile». Pochi giorni dopo, il meccanico va a prendere Darreberg: «C'è qualcosa che deve vedere. – Nella sua vasta officina: un cartello... Vi leggo: «D'ora in poi, è vietato bestemmiare durante il lavoro. Multa: sei penny, a favore della cassa che pagherà le bevute di whisky»». Era il suo modo di realizzare la raccomandazione della Santissima Vergine in merito alle bestemmie...

Ancora più stupefacente è la conversione di un altro pilota di caccia, Norton. «Norton è il grande asso del gruppo, scrive Darreberg. Ma è di temperamento volgare e scettico. Mi ha chiesto: «Che significa la data del 19 (apparizione di La Salette, il 19 settembre)?» Volevo svignarmela, ma ho pensato: «Lo trasmetterete a tutto il mio popolo». In breve, glielo ho spiegato. Ha replicato, canzonatorio: «Credevo che lei fosse meno scemo». Un po' difficile da mandar giù. Non ho insistito... – 25 dicembre 1941: Natale. Cosa diventa un giorno simile, quando Gesù Bambino è stato scacciato!... Norton è stato più che mai odioso. Mi sono alzato da tavola. Ha detto: «I collitorti se ne vanno, sta per piovere». Mi sono sforzato di chiudere la porta senza far rumore».

Il 14 aprile 1942, approfittando dei casi di un combattimento aereo, Norton spara contro Darreberg; un attimo più tardi, questi gli salva la vita abbattendo l'aereo che lo inseguiva. La sera, alla base: «Norton mi si avvicina: «Darreberg, le ho sparato. – Perchè? – La odiavo. – E ora? – Lei mi ha salvato la vita. Mi perdoni». Ci siamo stretti la mano... Grazie, Nostra Signora di La Salette». Il 13 giugno, Norton è colpito da proiettili nemici. «14 giugno: non c'è più speranza per Norton. Amputazione delle due gambe e del braccio destro. Ha fatto appello alle sue ultime forze per chiedermi: «Mi dia la sua medaglia... Non per guarire... Per non morire come un cane». Il volto gli si era tutto raggrinzito per via della sofferenza. «Che ha detto, Darreberg, voglio saperlo ora, prima di morire». Non è mai troppo tardi... «Non ho mai pregato, confessa Norton. Come fare? Me ne sono sempre infischiato... – È stato battezzato? – No, ma voglio, voglio come lei... Darreberg, ho voluto ucciderla... Le chiedo di perdonarmi. Mi dica che mi ha perdonato». È arrivato il cappellano cattolico. Norton ha ricevuto il sacramento del Battesimo. Poi, l'infermiera gli ha detto: «Le faccio un po' di morfina. Potrà dormire. – No, grazie... Mi lasci soffrire fino all'ultimo momento... Devo pagare, bisogna che paghi». – A domani, caro Norton – «Forse... Dica ai compagni... Dica loro di perdonarmi». Il sacerdote ha fatto il seguente commento: «La Santa Vergine è una grande ladra di anime. Ha visto: Essa è più abile del diavolo!» – 15 giugno: Norton è morto stamane. L'inferimiera mi ha detto: L'ha chiamata per tutta la notte. Ripeteva: «Credo, come Darreberg... Voglio montagne di grano». Gli ho comunque dato della morfina e si è addormentato. Poco fa, ha aperto gli occhi ed ha mormorato ancora: «Ecco la Signora della Montagna. Sorride. Non piange. Perchè Darreberg diceva che piangeva?» Sono le sue ultime parole. È morto proprio ora».

«Mi aspetto una gioia straordinaria!»

Nel marzo del 1943, Darreberg è ferito. Dopo vari mesi di convalescenza, riprende l'attività. Il 19 gennaio 1944, non rientra alla base. Più tardi, il meccanico racconterà: «Prima di decollare, quel giorno, mi ha detto: «Addio, caro amico!» – È il suo 19! gli ho risposto, sarà fortunato! La sua risposta, la sentirò dentro di me finchè vivrò: «Oggi, caro mio, mi aspetto una gioia straordinaria!» Aveva lo sguardo fiammeggiante, ed ho capito soltanto dopo il significato di tale fiamma... Ha avuto un bellissimo sorriso... Ho ascoltato per un attimo ronzare i suoi motori. Tutto funzionava benissimo... Di solito, decollava un po' lentamente, come se esitasse. Quel giorno invece, è partito, ghermito dal cielo... Sembrava quasi tirato verso l'alto da una corda». Nessuno ha mai saputo quale sia stata la morte di Darreberg. Ma tale mistero ha tanta importanza? Per lui, la morte non era già più la morte, ma la gioia del figlio che va a ritrovare la Madre Celeste, la gioia del servo fedele che si appresta a ricevere dalla Regina dei Cieli la ricompensa per le opere compiute: «Quando si lavora al servizio della Santa Vergine, aveva annotato nel suo diario una settimana prima, il 10 gennaio, Essa sa pagare i suoi debiti con la magnificenza di una Regina e la delicatezza di una Mamma».

«A La Salette, Maria ha chiaramente manifestato la costanza della sua preghiera per il mondo. Essa non abbandonerà mai gli uomini che sono creati ad immagine e somiglianza di Dio e a cui è concesso di diventare figli di Dio (ved. Giov. 1, 12)» (Giovanni Paolo II, 6 maggio 1996). La conversione di Darreberg manifesta la potenza dell'intercessione della nostra Madre Celeste: abbiamo una totale fiducia in Lei!

Dom Antoine Marie osb

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