Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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2 novembre 2005
Commemorazione di tutti i fedeli defunti


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Nel 1928, sacerdoti cattolici ed ortodossi, deportati nel Grande Nord della Russia, tengono conferenze ecumeniche di una levatura e di una cordialità eccezionale. Grazie a libri presi a prestito da monaci ortodossi, un sacerdote cattolico, Padre Fëdorov, spiega la dottrina sull'infallibilità del Papa. Dopo una lunga discussione, l'arcivescovo Ilarion, ex ausiliario del Patriarca di Mosca, dichiara: «Inteso in questo modo, non vedo più perchè questo dogma ripugnerebbe al mondo ortodosso». Il 27 giugno 2001, Papa Giovanni Paolo II beatificava Leonida Fëdorov, la cui preoccupazione costante era stata l'unità dei Cristiani.

Leonida Fëdorov nasce il 4 novembre 1879, in una famiglia ortodossa. Suo padre muore prematuramente e la Signora Fëdorov continua a gestire da sola un ristorante a San Pietroburgo. Leonida è un adolescente mite e gentile. Sua madre fa di tutto per iniziarlo alla devozione cristiana. Di un temperamento indipendente e idealistico, il giovane legge avidamente gli autori francesi, italiani o tedeschi. Dopo aver letto opere di filosofia indù, pensa: «A che serve questa vita senza valori? A che servono l'attività, l'agitazione, gli slanci generosi, lo sforzo? Non è preferibile il riposo perpetuo del nirvana, in cui si spegne ogni aspirazione, in cui si instaura la quiete eterna dell'annientamento?» Ma tali disposizioni d'animo sono passeggere. Influenzato da un sacerdote ortodosso, che alleava virtù e scienza con un grande talento pedagogico, l'anima del giovane si pacifica e, dopo gli studi medi superiori, condotti brillantemente, entra all'Accademia ecclesiastica, scuola superiore di teologia.

Un'auspicata riconciliazione

Il ristorante della Signora Fëdorov è un luogo d'incontro per gli intellettuali. Fra di essi, si trova un giovane e brillante professore di filosofia, Vladimiro Soloviev, che insiste sulla responsabilità dei Cristiani, predica con foga il ritorno ad un cristianesimo integrale e la riconciliazione della Russia con il Papato. Influenzato da lui, tutto si chiarisce in Leonida: «Avevo già vent'anni, scriverà più tardi, quando, attraverso la lettura dei Padri della Chiesa e della Storia, riuscii a scoprire la vera Chiesa Universale». Ma la legislazione russa rende praticamente impossibile il passaggio di un Ortodosso al cattolicesimo.

Infatti, la Chiesa nazionale russa, ortodossa, era profondamente legata al potere temporale. Avendo salvato molte volte la nazione nei momenti cruciali, essa appariva come assolutamente necessaria alla sua vita. Separarsi da essa equivaleva a separarsi dalla comunità russa stessa. Infatti, i Cattolici russi erano quasi tutti di origine straniera e in maggioranza di origine polacca; la lingua dei Cattolici era il polacco ed il rito seguito, quello latino. Per i Russi ortodossi, il rito latino era quello di coloro che riconoscono la supremazia del Papa, ed il rito bizantino-russo una specie di patrimonio familiare inalienabile. Il governo russo non voleva a nessun costo che si instaurassero chiese in cui i fedeli avrebbero pregato secondo il rito bizantino, pur riconoscendo il Papa come pastore supremo.

Nella sua ricerca della verità, Leonida si intrattiene con il Rettore della chiesa cattolica principale di San Pietroburgo, poi decide di farsi Cattolico, e, pertanto, di andarsene all'estero. Il 19 giugno 1902, parte alla volta dell'Italia. A Leopoli, in Ucraina, va a trovare il Metropolita cattolico di rito orientale, Andrea Cheptitzky, che gli fornisce una raccomandazione scritta indirizzata a Papa Leone XIII. Leonida giunge a Roma nel corso del mese di luglio del 1902, e il 31, festa di sant'Ignazio di Loyola, fa professione di fede cattolica nella chiesa del Gesù, tenuta dai Gesuiti. Poco dopo, il Santo Padre lo riceve in udienza privata, lo benedice e gli attribuisce una borsa per gli studi sacerdotali.

Leonida si reca al seminario di Anagni, a 50 km. a sud di Roma e diretto dai Gesuiti. L'esuberanza dei giovani compagni meridionali talvolta lo infastidisce, ma si sforza di non brontolare e si piega ad un regolamento assolutamente nuovo per lui. Inizia i compagni ai problemi religiosi russi. «Si conosce talmente male la Russia a Roma, ripete. Infatti, la Russia è molto più prossima di Roma che non i paesi protestanti, ma qualsiasi provvedimento inopportuno nei suoi riguardi può causare un gravissimo pregiudizio alla causa dell'unione». Dopo tre anni di sforzi notevoli, consegue il grado di dottore in filosofia ed inizia gli studi di teologia. «Gli anni di studio, scriverà in seguito, furono per me una vera rivelazione. La vita austera, la regolarità, lo studio razionale e profondo che mi furono richiesti, i compagni che vi frequentai, pieni di gioia e di vitalità, non ancora corrotti dagli scritti atei dell'epoca, il popolo italiano, anch'esso tanto vivace, tanto intelligente e pervaso della vera civiltà cristiana, tutto ciò mi rimise veramente in sesto e mi iniettò una nuova energia». Aggiunge tuttavia: «Mi si aprirono gli occhi sulla disuguaglianza che regna nella Chiesa cattolica fra i vari riti e il mio animo si ribellò contro l'ingiustizia dei Latini nei riguardi degli Orientali, contro la loro ignoranza generale della cultura spirituale orientale». Infatti, per molti sacerdoti cattolici di allora, il rito latino era considerato come il rito cattolico per eccellenza, essendo gli altri riti soltanto tollerati. Leonida non condivide quest'opinione: «Meditando le istruzioni del Metropolita Cheptitzky, scriverà, mi resi conto che il mio vero dovere di Cattolico era quello di rimanere irremovibilmente fedele al rito ed alle tradizioni religiose russe. Il Sommo Pontefice lo esigeva molto chiaramente». Non per questo Leonida assume una mentalità gretta: si appassiona per tutte le iniziative della Chiesa d'Occidente.

Ma in Russia, la rivoluzione incombe. Alla fine di ottobre 1905, lo Zar è costretto a fare concessioni, a riconoscere in particolare la libertà di coscienza. Tuttavia, quando una persona molto coraggiosa, la Signorina Ouchakoff, organizza una cappella cattolica di rito orientale a San Pietroburgo, il governo rifiuta di approvare tale iniziativa. «Si permetteva, in Russia, scrive un testimone, la costruzione di moschee, di pagode buddiste, di cappelle protestanti di quasiasi genere, tutta una serie di logge massoniche e perfino chiese cattoliche di rito latino, ma mai una chiesa cattolica di rito russo! L'attrattiva sarebbe stata troppo grande!»

Partenza immediata

Nel 1907, Leonida ottiene per decreto pontificio il riconoscimento ufficiale della sua appartenenza al rito bizantino. Tale decreto di Papa san Pio X segnava una svolta nell'attività apostolica della Chiesa cattolica in Russia, poichè i Cattolici russi potevano ormai esser riconosciuti ufficialmente da Roma, pur conservando il loro proprio rito, il rito bizantino-russo. Nel giugno 1907, quando Leonida chiede il rinnovo del passaporto, il governo russo risponde: «Se Leonida Fëdorov non lascia immediatamente un istituto diretto dai Gesuiti, gli si vieterà per sempre il rientro in Russia!» Leonida lascia Anagni per il Convitto della Propaganda, a Roma città. Si trova ormai in un ambiente molto cosmopolita che gli permette di toccar con mano l'universalità della Chiesa cattolica.

Durante l'estate del 1907, Leonida si reca al primo Congresso di Velehrad, in Moravia, dove s'incontrano specialisti delle questioni orientali per «aprire la via della pace e della concordia fra l'Occidente e l'Oriente, per proiettare luce sulle questioni controverse, per correggere le idee preconcette, per ravvicinare i più ostili, per ristabilire l'amicizia totale». Gli viene affidata una missione urgente in favore degli Orientali greco-cattolici emigrati negli Stati Uniti; questi, mal compresi dai vescovi del paese, si avvicinano agli Ortodossi. Leonida intercede per essi presso la Santa Sede, che accorderà loro, nel maggio 1913, uno statuto giuridico corrispondente alle loro necessità.

Alla fine dell'anno scolastico 1907-1908, a seguito di una nuova richiesta del governo russo, Leonida deve lasciare Roma; si reca in incognito a Friburgo, in Svizzera, per finire gli studi. Durante l'estate del 1909, torna a San Pietroburgo, dove ritrova commosso sua madre, la quale ha anch'essa fatto professione di fede cattolica. Alla stessa epoca, il Metropolita Cheptitzki chiede ed ottiene da Papa san Pio X una vera e propria giurisdizione sui Greco-cattolici di Russia, che non saranno così più sottoposti a vescovi polacchi di rito latino.

Far scomparire un'opera diabolica

Il 26 marzo 1911, Leonida è ordinato sacerdote. Il 27 luglio, partecipa al congresso di Velehrad. L'assenza di prelati ortodossi a tale congresso lo addolora; scrive loro: «È nostra intenzione servirci della ricerca scientifica per preparare le vie del nostro mutuo ravvicinamento. I congressi di Velehrad non sono istituzioni esclusivamente confessionali (vale a dire riservate ai Cattolici) bensì piuttosto riunioni di studiosi, animati da spirito religioso e convinti che la disunione è un'opera diabolica che bisogna far scomparire».

Tuttavia, da parecchi anni, Padre Leonida si sente attirato dalla vita monastica. Nel maggio del 1912, viene accolto in un monastero in cui la vita si divide fra la celebrazione dell'Uffizio divino secondo il rito bizantino e i lavori dei campi. Grazie alla sua salute robusta ed al suo carattere conciliante, si piega senza troppa difficoltà all'austerità dello stile di vita. L'isolamento dal mondo ed il raccoglimento lo soddisfanno, benchè gli manchino lo studio della teologia e le informazioni sulla situazione politica. Scopre nel proprio temperamento una certa durezza nei riguardi del prossimo, che non si manca di fargli notare, e contro cui lotta con successo. «Parlava con molta dolcezza, potrà dire di lui uno dei confratelli. Era sempre di umore costante».

Durante l'estate del 1914, scoppia la prima guerra mondiale. Padre Leonida torna immediatamente a San Pietroburgo, diventata Pietrogrado. Ivi lo attende una penosa sorpresa: il governo lo esilia a Tobolsk, in Siberia, poichè è legato a nemici della Russia. Padre Leonida si sistema in una stanza d'affitto e trova un lavoro nell'amministrazione locale. Così passano gli anni 1915 e 1916, contrassegnati da una lunga immobilizzazione a letto, dovuta ad una violenta crisi di reumatismi articolari. Ma la guerra ha disorganizzato l'economia nazionale ed il popolo soffre a causa della penuria di viveri. Nel febbraio del 1917, scoppia la rivoluzione, e il 2 marzo, lo Zar Nicola II abdica. Un governo provvisorio, presieduto dal Principe Lvoff, proclama un'amnistia totale per i delitti in materia religiosa ed abolisce tutte le restrizioni alla libertà di culto. Il Metropolita Cheptitzky, anch'egli esiliato, viene quindi amnistiato e riorganizza l'attività dei Cattolici russi. Sceglie Padre Leonida in qualità di esarca, vale a dire quale rappresentante dell'autorità religiosa sul territorio russo. Amnistiato a sua volta, egli torna a Pietrogrado. Il Metropolita ha in animo di conferirgli la consacrazione episcopale, ma Padre Leonida rifiuta.

Cattolico, russo, di rito bizantino

Il nuovo esarca inizia l'opera pastorale preoccupandosi dell'unità dei cristiani d'Oriente e d'Occidente. Per lui, la vera soluzione va ricercata in una riconciliazione tramite le gerarchie. La sua piccola comunità dimostra con i fatti che si può essere Cattolici, rimanendo totalmente Russi e conservando il rito orientale. Ma il 25 ottobre, i Bolscevichi rovesciano il governo ed installano un rivolgimento radicale dell'ordine sociale. Cominciano cinque anni di privazioni, di lotte e di angosce. All'inizio del 1919, Padre Leonida scrive ad un amico: «Attribuisco ad un miracolo della bontà divina il fatto di essere ancora in vita e che la nostra chiesa continui ad esistere. Buon numero dei nostri Cattolici russi sono morti d'inedia. Gli altri si sono dispersi di qua e di là, per sottrarsi al freddo e alla fame». Nel 1918, egli ha il dolore di perdere sua madre, poi la Signorina Ouchakoff. Tuttavia, fa conoscenza con una donna molto colta, docente universitaria, la Signorina Danzas, che, dopo essersi convertita al cattolicesimo, lo assiste con una grande dedizione.

Esercita il suo apostolato in tre centri: Pietrogrado, Mosca e Saratov, che riuniscono circa 200 fedeli, cui vanno aggiunti 200 altri che si sono dispersi nell'immenso territorio russo; giudica che sono circa 2000 quelli che hanno lasciato la Russia o sono morti. La Signorina Danzas scriverà di Padre Leonida: «L'amore di Dio e la fervente fede dell'esarca si manifestavano particolarmente attraverso il di lui modo di celebrare la Santa Liturgia. Soprattutto in questo modo egli conquistava le anime. Come predicatore, non era sempre alla portata del pubblico; era un teologo profondo, ed aveva talvolta difficoltà a mettersi al livello dell'assistenza composta di gente semplice... Come confessore, era eccezionale e tutti quelli che hanno avuto l'occasione di sottomergli casi di coscienza hanno sempre conservato il commosso ricordo del modo in cui egli si dava totalmente a questo ministero».

L'estate del 1921 è contrassegnata da una siccità eccezionale che, aggiunta alla politica agraria del governo, porta con sè una spaventosa carestia, causa della morte di circa cinque milioni di persone. La Santa Sede incarica Padre Walsh, Gesuita, di organizzare i soccorsi che manda agli affamati tramite un'associazione americana. In poche settimane, migliaia di Russi vengono salvati, grazie alla generosità dei Cattolici di tutto il mondo. Padre Leonida incontra il Gesuita e fra di loro nasce una profonda amicizia. Su consiglio dell'esarca, Padre Walsh fornisce viveri al clero ortodosso, nelle regioni in cui i sacerdoti soffrono la fame.

Lo smarrimento e la persecuzione dei Cristiani in Russia chiariscono loro vigorosamente i vantaggi di un'unione con il resto del mondo cristiano ed in particolare con il Sommo Pontefice. Proteste comuni, firmate da prelati ortodossi e cattolici, cosa che non si era mai riscontrata nella storia della Russia, vengono indirizzate al governo, per difendere gli interessi comuni. Conferenze apologetiche comuni vengono progettate, in vista di lottare contro la propaganda degli atei. Padre Fëdorov compone una breve preghiera che possa esser recitata senza reticenze tanto dai Cattolici quanto dagli Ortodossi.

Ma il governo intensifica le persecuzioni. Ai sacerdoti è vietato insegnare la religione ai ragazzi minori di 18 anni. L'ateismo viene insegnato ufficialmente nelle scuole. Con il pretesto di comprare viveri per nutrire gli affamati, le autorità civili spogliano le chiese dei vasi sacri e oggetti preziosi. All'inizio del febbraio 1923, Padre Fëdorov riceve l'ordine di recarsi a Mosca, con altri ecclesiastici di Pietrogrado, per comparire davanti alla Suprema Corte Rivoluzionaria. Lo si accusa di essersi opposto al decreto che spogliava le chiese dei vasi sacri, di aver intrattenuto rapporti criminali con l'estero, di aver insegnato la religione a minorenni ed infine di essersi impegnato nella propaganda antirivoluzionaria.

Qualunque cosa dica la legge...

Iniziato il 21 marzo, il processo dura cinque giorni. Il Procuratore non riesce a nascondere l'astio che lo anima: «Sputo sulla vostra religione, come sputo su tutte le religioni...». Rivolgendosi all'esarca, lo interroga: «Ubbidisci o no al Governo sovietico? – Se il Governo sovietico mi chiede di agire contro la mia coscienza, non ubbidisco. Per quanto concerne l'insegnamento del catechismo, la dottrina della Chiesa cattolica esige che i bambini ricevano un'istruzione religiosa, qualunque cosa dica la legge». Verso la fine del processo, il Procuratore dichiara: «Fëdorov è all'origine delle riunioni con il clero ortodosso... Deve esser giudicato non solo per quel che ha fatto, ma per quello che può ancora fare», e richiede la pena di morte. Due avvocati sono autorizzati a difendere i sacerdoti di rito latino. L'esarca, per quanto lo concerne, espone personalmente la propria difesa. Dimostra abilmente come tutto il processo non sia altro che una commedia già preparata, ma lo fa senza acredine, come un uomo la cui posizione è talmente salda, che non ha alcun bisogno di difendersi. Alla fine, afferma: «Il desiderio del mio animo è quello che la nostra Patria riesca a capire che la fede cristiana e la Chiesa cattolica non sono un'organizzazione politica, ma una comunità d'amore». La sentenza viene emessa: l'esarca è condannato a dieci anni di reclusione.

Padre Leonida approfitta della reclusione per redigere due catechismi in russo. «Posso attestare, scriverà la Signorina Danzas, dopo aver reso visita all'esarca, che il suo atteggiamento era ancora più calmo e più lieto del solito. Mi diceva che non si era mai sentito tanto felice. Padre Leonida mantiene, dalla prigione, una fitta corrispondenza con i fedeli. Si preoccupa di intrattenere i rapporti con gli Ortodossi: «Qui, scrive, ci sono due vescovi e circa venti sacerdoti ortodossi. I nostri rapporti sono ottimi». Verso la metà di settembre nello stesso anno 1923, Padre Leonida viene trasferito in un'altra prigione, dove il regime è molto più severo. Lì, è sottoposto ad una segregazione cellulare totale. Nell'aprile del 1926, una generosa ed energica signora, membro della Croce Rossa, ottiene la liberazione del prigioniero. Ma, nel corso del mese di giugno, egli viene nuovamente arrestato, poi condannato a tre anni di deportazione nelle isole Solovki, nel Mar Bianco (Grande Nord della Russia europea).

Le isole dell'arcipelago Solovki, dove il clima è molto freddo ed umido, sono coperte di foreste. I Soviet hanno trasformato il monastero ortodosso, che esisteva fin dal XV secolo, in un'immensa prigione. Padre Fëdorov ci arriva verso la metà di ottobre del 1926. Tutte le mattine, i prigionieri vengono condotti nelle foreste, per lavorarvi in qualità di boscaioli. I Cattolici di rito bizantino hanno ottenuto la facoltà di pregare, utilizzando un'antica cappella, a trenta minuti di strada dall'ex monastero. A partire dall'estate 1927, il Santo Sacrificio vi è celebrato la domenica, nel rito latino e nel rito bizantino, in alternanza.

Un sacerdote scriverà dell'esarca: «Quando potevamo beneficiare di un po' di riposo nei nostri lavori forzati, ci piaceva raggrupparci intorno a lui; ci attirava... Si distingueva per una cortesia ed una semplicità eccezionali... Se notava che uno o l'altro di noi attraversava un periodo di depressione, lo aiutava a riprendersi, risvegliando in lui la speranza di tempi migliori. Se per caso riceveva da fuori un soccorso d'ordine materiale, aveva l'abitudine di dividerlo con gli altri».

In terra russa, per la Russia

Ma, all'inizio del novembre 1928, la cappella viene chiusa ed una perquisizione confisca tutto quello che può servire al culto. «Chiesi allora all'esarca, riferirà un sacerdote, se bisognasse continuare a celebrare il Santo Ufficio sotto la minaccia di penose sanzioni. Mi rispose allora con le seguenti memorabili parole: «Non dimentichi che le Liturgie Divine che celebriamo a Solovki sono forse le sole che celebrano sacerdoti cattolici di rito russo in terra russa per la Russia. Bisogna far di tutto perchè almeno una liturgia venga celebrata ogni giorno»». Nella primavera del 1929, lo stato di salute dell'esarca si deteriora considerevolmente ed egli viene ricoverato presso l'ospedale del campo. Alla fine dell'estate, si conclude il periodo dei tre anni di campo di concentramento, ma egli deve rimanere in esilio per altri tre anni. Passerà gli ultimi anni di vita presso agricoltori del Grande Nord. Nel gennaio del 1934, si stabilirà in una città a 400 km. più a sud, presso un ferroviere. All'inizio del febbraio 1935, è spossato e oppresso da una continua tosse; il 7 marzo, esala l'ultimo respiro.

Come il beato Leonida Fëdorov, abbiamo a cuore l'unità dei Cristiani e seguiamo le esortazioni del Concilio Vaticano II: «Che tutti i fedeli si ricordino che favoriranno l'unione dei Cristiani, ed anzi che la realizzeranno, per quanto si applicheranno a vivere più puramente secondo il Vangelo. Quanto più stretta, infatti, sarà la loro comunione con il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo, tanto più essi potranno rendere intima e facile la mutua fratellanza... Questa conversione del cuore e questa santità di vita, come pure le preghiere pubbliche e private per l'unità dei Cristiani, devono esser considerate come l'anima di tutto l'ecumenismo e possono a giusto titolo essere chiamate ecumenismo spirituale» (Unitatis redintegratio, 7-8).

Dom Antoine Marie osb

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