Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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22 luglio 2005
Santa Maria Maddalena


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Durante la Rivoluzione del 1848 a Parigi, un ufficiale, alla testa dei suoi soldati, muove all'assalto di una barricata, ma, trascinato dallo slancio, si ritrova solo dall'altra parte. Si precipita allora in una casa delle Suore della Carità, la cui porta è aperta. Gli insorti ve lo inseguono. Intrepida, la Superiora, Suor Rosalia, si fa loro incontro: «In questa casa non si uccide! – Consegnatecelo, lo porteremo sulla strada». Tutte le Suore accorrono e circondano la Madre, ma l'orda grida e minaccia. Per più d'un ora, la carità contende alla vendetta la vita d'un uomo. Già le canne dei fucili prendono di mira la vittima. Suor Rosalia si mette in ginocchio: «Da cinquant'anni vi consacro la vita; per tutto quel che ho potuto fare per voi, per le vostre mogli e per i vostri figli, datemi la vita di quest'uomo!» Le armi si rialzano, il gruppo indietreggia e poi si ritira. L'ufficiale è salvo: «Madre, chiede, ma chi mai siete? – Oh! nulla... una Figlia della Carità».

Giovanna Maria Rendu, la futura Suor Rosalia, è nata il 9 settembre 1786 a Confort, in Francia, a poca distanza da Ginevra. La sua famiglia gode di una certa agiatezza, ma il padre morirà prima che Gianna Maria abbia compiuto i dieci anni. Nel 1789, scoppia la Rivoluzione francese. Le notizie degli eventi circolano fin nelle più remote frazioni. Donna ardentemente cristiana, la Signora Rendu ospita caritatevolmente coloro che, fedeli alla loro fede, sono costretti a fuggire e attraversano la regione per raggiungere la Svizzera. Benchè la legge commini la pena di morte per i sacerdoti rimasti ligi al Papa, e per coloro che li aiutano a fuggire o a nascondersi, la madre di Giovanna Maria apre loro la sua casa. In paese, tutti sono al corrente, ma mantengono il segreto.

Pietro non è Pietro!

Col passar dei giorni, Giovanna Maria, che non è cosciente della situazione, sorprende atteggiamenti che giudica stupefacenti nei riguardi di certi ospiti... Convinta che si possa nascondersi soltanto per compiere il male, si pone molte domande. Un nuovo arrivato, chiamato Pietro, la insospettisce particolarmente, per via della speciale deferenza che gli si testimonia. Una notte, il mistero si chiarisce: svegliata da insoliti rumori nella casa, Giovanna Maria scorge «Pietro», con abiti sacerdotali, che sta celebrando la Messa in presenza di sua madre. Qualche tempo dopo, nel corso di un alterco con essa, la piccola dichiara: «Attenzione, altrimenti dirò che Pietro non è Pietro!» La Signora Rendu, livida, rivela alla figlia che «Pietro» è il vescovo di Annecy. Le svela la situazione tragica dei sacerdoti: la bimba capisce allora la necessità di tacere.

Il parroco, travestito da pastore, percorre la contrada per esercitarvi di nascosto il suo ministero. Insegna il catechismo a Giovanna Maria. Una notte, in fondo ad una cantina, le fa fare la prima comunione. Giovanna Maria è una ragazzina carina, vivace, birichina, sempre in moto, dallo sguardo spiritoso, dalla fisionomia intelligente e maliziosa, capricciosa e volitiva. A poco a poco la bufera rivoluzionaria si dissipa. Giovanna Maria, iscritta alla scuola delle Orsoline di Gex, desidera consacrarsi a Dio e si sente attirata dal servizio dei poveri. Una visita all'ospedale di Gex rinvigorisce il suo desiderio. Chiede di essere autorizzata a passare un po' di tempo all'ospedale e vi impara la dedizione agli ammalati.

Nell'ospedale, Giovanna Maria stringe amicizia con una persona di una trentina d'anni, la Signorina Jacquinot, che le confida la sua intenzione di unirsi a Parigi alla comunità delle Figlie di San Vincenzo de' Paoli. Giovanna Maria chiede alla mamma il permesso di partire con lei. La Signora Rendu finisce con l'acconsentire, convinta che il tempo dissiperà le illusioni e le riporterà la figlia. Il giorno della partenza, Giovanna Maria soffre nel lasciare i suoi, ma è convinta di ubbidire alla volontà di Dio. Arrivata a Parigi, verso la fine di maggio del 1802, si reca direttamente al noviziato delle Figlie della Carità, dove incontra don Emery, direttore del seminario di San Sulpizio e amico della sua famiglia. L'illustre sacerdote apprezza la ragazza e la incoraggia nella sua vocazione. In seguito, le farà visita sovente e le parlerà delle proprie questioni.

Di complessione delicata e molto sensibile, Giovanna Maria soffre molto nei primi tempi del noviziato. In capo a qualche mese, non sopportando più la vita reclusa delle novizie, si ammala. La si manda in un'altra casa della Congregazione, in via dei Francs-Bourgeois-Saint-Marcel. Fin dall'arrivo nel nuovo ambiente, Giovanna Maria si ristabilisce e può esprimere il meglio di sè. Vi finisce il noviziato con grande soddisfazione di tutte le Suore che chiedono alla Superiora generale di lasciarla fra di loro. Diventata Suor Rosalia, Giovanna Maria si dà da fare al servizio dei poveri, secondo lo spirito di san Vincenzo de' Paoli che aveva scritto: «Le Figlie della Carità avranno per monastero la casa degli ammalati, per cella una camera d'affitto, per cappella la chiesa della parrocchia, per chiostro le mura della città e le corsie degli ospedali, per cancelli il timor di Dio, e per velo la santa modestia».

Il sobborgo in cui Suor Rosalia esercita la carità, è, all'epoca, uno dei più poveri di Parigi. Ivi le case sono scalcinate, umide, le strade sono strette, sordide, attraversate da ruscelli pieni di immondizie. Famiglie intere si pigiano in soffitte cui si accede soltanto con scale a pioli, o allora in cantine sempre scure. Il quartiere è un focolaio di epidemie e di rivolta. Nominata a 28 anni Superiora della sua Casa – trasferita due anni dopo al numero 5 della via dell'Epée-de-Bois (quartiere Mouffetard; 5ª circoscrizione) – Suor Rosalia inizia un'energica lotta contro la miseria ed i vizi. Presso le Suore, sono stati aperti una farmacia, un deposito di vestiti ed una scuola gratuita. Intelligente e molto attenta alle necessità di ciascuno, Suor Rosalia opera in perfetta armonia con l'Ufficio di Beneficenza istituito dal governo napoleonico: essa gli fornisce fascicoli precisi e riceve in cambio buoni di carbone e di alimenti.

Valgono più di quanto sembra

Colpiti dalla sua compassione e dalla sua pazienza, i poveri prendono l'abitudine di rivolgersi alla Suora. Qualsiasi sia il bisogno esposto, essa si fa loro serva ed eleva le anime verso le realtà soprannaturali, la preghiera e l'ammissione ai sacramenti. Franca con tutti, precisa a ciascuno le verità che lo riguardano, anche quelle che sono più difficili da sentire. Ma c'è tanta tenerezza nella sua severità che i più colpevoli ne sono commossi e promettono di correggersi. Fra gli indigenti che soccorre, l'ubriachezza è frequente e coloro che vi si danno non sono sempre gentili con le Suore. Ad una di esse che le riferisce una parola collerica che supera i limiti, Suor Rosalia risponde: «Ma povera sorella mia, colui che ha fame ha ben altre cose in testa che seguire le regole della buona creanza; non bisogna preoccuparsi per una parola detta bruscamente, e non bisogna credere alle apparenze dure. Questa povera gente vale più di quel che sembra».

Essa medesima riceve talvolta ingiurie come risposta alla sua carità. Aspetta allora il momento opportuno per ripetere gli approcci. Quando le capita di dimostrare un po' d'impazienza, di replicare con stizza ad una domanda molesta, ne prova un tal dispiacere, che deve riparare immediatamente raddoppiando l'aiuto richiesto. Ma, di solito, ha una grande delicatezza con i poveri, intuendo che sono ancora più sensibili alla maniera in cui li si soccorre che al soccorso vero e proprio. «Uno dei grandi mezzi per far del bene al povero, afferma, è quello di dimostrargli rispetto e considerazione. Anche se gli si deve fare qualche rimprovero grave, bisogna evitare con la massima cura qualsiasi parola ingiuriosa e sprezzante». Il cuore del povero è insieme sensibile, ingenuo, altero e pronto ad attaccarsi a chi lo capisce. Suor Rosalia ha fiducia nella preghiera dei poveri e raccomanda loro il successo delle sue opere.

Nei tuguri gelidi, gli ammalati sono numerosi. Suor Rosalia si avvicina a quegli infelici vestiti di stracci che mandano un puzzo ripugnante, cerca le piaghe, le cura e dà sollievo anche alle anime. Talvolta, scopre moribondi disperati che prepara alla morte. Tutte le mattine, la Suora cerca le forze nell'Eucaristia e nella meditazione, attingendo la carità alla fonte più elevata e più pura: il Sacro Cuore di Gesù. Oltre che celeste, la sua carità è umana: Suor Rosalia ama i poveri come membra sofferenti del Salvatore, ma anche come una madre ama suo figlio, con il cuore ed il sangue, con le emozioni e le lacrime. Familiarizzata con tutti i dolori, invece di inasprirsi, rimane fino alla fine della vita sensibile allo spettacolo della sofferenza come lo era stata all'inizio.

Lasciate passare!

Quando scoppia la Rivoluzione del 1830, i rivoltosi erigono barricate. Suor Rosalia percorre le strade e discute con gli insorti. Si diffonde una parola d'ordine: «Lasciate passare Suor Rosalia». Fa accogliere nella sua casa tutti coloro che sono inseguiti dalla folla: sacerdoti, religiose, soldati. Un orfanatrofio vicino, tenuto da Suore, è minacciato d'incendio. Per intervento di Suor Rosalia, gli uomini che minacciano la casa diventano i suoi difensori, a tal punto che il capo intima: «E soprattutto, nessun rumore! Lasciate dormire le bambine e le loro custodi!» Finita la guerra civile, il colera si abbatte sulla città di Parigi. L'epidemia giunge al punto di fare parecchie centinaia di vittime al giorno. Suor Rosalia ha, di primo acchito, una reazione di terrore, ma si riprende ben presto ed organizza i soccorsi nel miglior modo possibile, non risparmiando nè la fatica nè il tempo.

Nel 1833, pungolati da un compagno ateo che rimprovera loro la scarsa efficacia sociale dei cattolici del XIX secolo, due amici si chiedono: «Insomma, cosa bisogna fare per essere veramente cattolici? Non parliamo tanto di carità... facciamola». La sera stessa, portano ad un povero la legna che rimane loro per finire l'inverno. Si chiamano Ozanam e Le Tallandier. Uno dei loro professori li manda da Suor Rosalia. La Suora insegna a quei giovani «a vedere nei poveri Nostro Signore, le tracce della corona di spine sulle loro fronti». Indica loro le famiglie da visitare e dà loro dei pareri sul modo di avvicinare il povero utilmente. Le Conferenze di San Vincenzo de' Paoli sono nate. «La questione che divide gli uomini ai giorni nostri, scrive Ozanam il 24 febbraio 1836, non è più una questione di forma politica, ma una questione sociale; è il fatto di sapere se prevarrà lo spirito dell'egoismo o quello del sacrificio; se la società sarà soltanto un grande sfruttamento a favore dei forti o una dedizione di ciascuno per il bene di tutti e soprattutto per la protezione dei deboli». Erano sette all'inizio dell'opera; dodici anni più tardi, i confratelli sono novemila. Con l'aiuto di Suor Rosalia, creano opere specifiche: l'opera dei giovani carcerati, l'opera degli Orfanelli, il Patronato, l'opera della Sacra Famiglia, i circoli operai, ecc.

Ma anche Suor Rosalia moltiplica le proprie opere, in mezzo a numerose difficoltà. Nel 1844, istituisce un asilo nido per la custodia dei piccoli. Quest'iniziativa le vale contestazioni: le si rimprovera di strappare i bambini alle madri. Tuttavia, l'asilo nido ha un immenso successo: i bambini sono puliti, curati e beneficiano di un'aria più pura che nei tuguri familiari. Le mamme che devono uscire di casa per lavoro o per il loro commercio ambulante sono rassicurate sulla sorte dei piccoli. All'asilo nido, Suor Rosalia aggiunge ben presto scuole. «Nelle scuole di Suor Rosalia, scriverà un testimone, si era stupiti di constatare negli alunni una modestia, una riservatezza, abitudini di buona educazione e di cortesia che avrebbero fatto onore ai ranghi più elevati».

Prepararsi al grande passaggio

Per le ragazze apprendiste, Suor Rosalia crea l'opera dei patronati della domenica, e per quelle che entrano nella vita professionale, l'associazione di Nostra Signora del Buon Consiglio, dove la visita dei poveri sostituisce le riunioni domenicali. Le attenzioni di Suor Rosalia si rivolgono anche alle persone anziane. Siccome non tutte possono essere accolte negli ospizi, essa apre un asilo gratuito. Una tappa è così riservata loro, fra la vita spesso agitata e la morte, per prepararsi al grande passaggio all'eternità; quelli che sono vissuti peggio si riscattano con una fine edificante.

Nel 1848, scoppia una nuova rivoluzione. Dal 24 al 26 giugno, la guerra civile raggiunge il parossismo. L'arcivescovo di Parigi, Monsignor Affre, che tenta di interporsi fra l'esercito e gli insorti, viene ucciso su una barricata. A rischio della vita, Suor Rosalia si butta nella mischia, provando a calmare i combattenti. «Sorella, andatevene, le si grida. Vi farete uccidere! – Credete che desideri vivere, quando si massacrano i miei figli? Cessate il fuoco, non ho abbastanza vedove ed orfani da nutrire?» Dopo tali giornate cruente, il generale Cavaignac, incaricato dal governo di ristabilire l'ordine, andrà a complimentare la Suora per il suo coraggio. Essa, sempre molto modesta, si ricorda di una bambina di cinque anni il cui padre, povero e bravo operaio trascinato nella sommossa, deve esser fucilato. Chiama la bambina: «Ecco qui un signore, le dice, che può ridarti il tuo papà. Va' a chiederglielo». Tutta tremante, la bambina domanda in ginocchio la grazia per suo padre. Il generale esita. «Rendetemelo, supplica la bambina, e vi vorrò tanto bene, signore!» Vinto, l'ufficiale accorda il perdono.

Un gabinetto ministeriale?

La fama di Suor Rosalia attira numerosi visitatori. Il suo «salotto», un povero esiguo parlatorio dai muri scuri, è frequentato più di un gabinetto ministeriale. La Suora vi riceve talvolta fino a cinquecento persone in una sola giornata. Un testimonio riferisce: «Nulla era più commovente del fatto di vedere talvolta entrare insieme l'ambasciatore ed il povero confuso, il semplice operaio ed il principe della Chiesa, la straccivendola e la moglie del Maresciallo di Francia, tutti accolti con la medesima bontà, tutti venuti per deporre nel cuore di Suor Rosalia le loro segrete preoccupazioni, per elevarsi a pensieri più generosi, per attingere coraggio al fine di sopportare il peso della vita!» Un giorno in cui un uomo passa ore ed ore per raccontarle i suoi tormenti, Suor Rosalia risponde alle Suore indignate: «Se foste infelici, non vorreste esser consolate? Non l'ho consolato; ma ho ascoltato la narrazione delle sue sventure, ed è già molto per chi è afflitto».

La sua delicatezza nei riguardi dei poveri confusi è notevole. Un giorno, scorgendone uno fra la folla dei sollecitatori: «Signore, gli dice, ecco qui un pacchetto per uno che abita vicino a casa vostra. Potreste farmi il piacere di portarglielo?» L'uomo parte immediatamente e, per la strada, dà un'occhiata al nome e all'indirizzo, che sono i suoi. Quando si rimprovera a Suor Rosalia di lasciarsi sfruttare dai postulanti, risponde: «Se avessimo conosciuto le loro prove, saremmo forse peggiori di loro. Le loro cattive disposizioni nascono soprattutto dai bisogni».

Fra i visitatori illustri della Suora, si conta l'ambasciatore di Spagna a Parigi, Donoso Cortès: stanco dell'inanità della vita mondana, va da Suor Rosalia, che gli indica indirizzi di poveri da soccorrere. Divenuto suo intimo, la chiama «Madre». Assistito dalla Suora in punto di morte, mormora: «Ho ormai solo bisogno di Dio. I poveri pregano per me. Che non mi dimentichino!» Un giorno, l'imperatore Napoleone III e l'imperatrice Eugenia si presentano personalmente in parlatorio per onorare Suor Rosalia e visitare le sue opere.

Nel corso dell'intervallo della sera, le Suore si occupano dell'abbondante corrispondenza di Suor Rosalia. Quando tutta la casa dorme, prende essa stessa la penna e, con la sua scrittura inclinata, si rivolge ai suoi numerosi amici: Vescovi, Superiori di Ordini religiosi, generali, avvocati, direttori di ditte o delle Ferrovie. Mette la carità a portata di tutti, chiedendo a ciascuno qualche istante per andare a distribuire aiuti. Questi benefattori di tutti i generi imparano dai poveri a sopportare la cattiva sorte, e sono confrontati al mistero che Dio ha nascosto nell'ineguaglianza delle sofferenze e delle condizioni umane. «Creati ad immagine dell'unico Dio, dotati di una medesima anima razionale, tutti gli uomini hanno la stessa natura e la stessa origine, insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica. Redenti dal sacrificio di Cristo, tutti sono chiamati a partecipare alla medesima beatitudine divina: tutti, quindi, godono di una eguale dignità». Tuttavia, fra gli uomini «si notano differenze legate all'età, alle capacità fisiche, alle attitudini intellettuali o morali, agli scambi di cui ciascuno ha potuto beneficiare, alla distribuzione delle ricchezze... Tali differenze rientrano nel piano di Dio, il quale vuole che ciascuno riceva dagli altri ciò di cui ha bisogno, e che coloro che hanno «talenti» particolari ne comunichino i benefici a coloro che ne hanno bisogno. Le differenze incoraggiano e spesso obbligano le persone alla magnanimità, alla benevolenza e alla condivisione» (CCC, 1934; 1936-1937).

Un paracarro per deporre i fardelli

L'intensa attività di Suor Rosalia non le impedisce di scrivere spesso all'anziana madre, nè di occuparsi delle sue religiose. Incoraggia le loro virtù, specialmente la carità verso i poveri. «Una figlia della carità, ripete loro spesso, è come un paracarro sul quale tutti coloro che sono stanchi hanno il diritto di deporre il loro fardello». La minima negligenza delle Suore è immediatamente rimproverata, ma con una dolcezza che ottiene tutto.

Quando la malattia colpisce una delle sue figlie, la sollecitudine di Suor Rosalia si moltiplica, e se la morte sopravviene, essa rimane umanamente inconsolabile. «Era nata con un'indole molto vivace, riferisce una delle sue Suore; non poteva sopportare la minima contrarietà, trasaliva davanti al minimo ostacolo ed era eccessivamente sensibile; bastava una parola sgradevole, un gesto antipatico per sconvolgerla. Ma, passando il soffio della grazia su tale terreno vulcanico, provocò l'energia e diede altri scopi alla violenza».

In tutte le sue attività, Suor Rosalia bada a non affrettarsi. Il ricordo della presenza di Dio le è consueto. Uscendo per visitare i poveri, dice alla Suora che l'accompagna: «Cominciamo la preghiera!» Pur camminando, si raccoglie e si intrattiene con Dio: «Non prego mai tanto bene, quanto per la strada», le piace ripetere. Anche le insonnie le offrono il tempo di pregare con comodo. Convinta di essere soltanto una povera creatura assolutamente miserabile, attinge al senso della sua debolezza motivi di speranza nella misericordia di Dio. La malattia visita spesso Suor Rosalia, e, sul finire della vita, essa diventa cieca. Tale prova la fa soffrire dolorosamente. A una giovane Suora che le riferisce che un santo sacerdote considera la sua cecità come una grande grazia ed una testimonianza della misericordia divina, risponde ingenuamente che Dio avrebbe potuto testimoniarle altrimenti la sua bontà! Tuttavia, non si lascia scoraggiare dalla prova. «Mi piaceva tanto vedere i miei poveri, dichiara. Dio mi punisce privandomi della loro vista... Ha voluto mettere una pausa fra la mia vita e la mia morte, per darmi il tempo di prepararmici». Tuttavia, temendo la morte, chiede spesso letture sulla fiducia in Dio. Nella notte del 4 febbraio 1856, è colpita da una congestione polmonare. Un sacerdote le amministra l'Estrema Unzione il 6, e il 7 Suor Rosalia passa tranquillamente al riposo eterno.

Dotata di eminenti qualità d'intelligenza e di organizzazione, questa Figlia della Carità ha tuttavia condotto una vita semplicissima, dedicata a compiere nel miglior modo possibile le azioni ordinarie della vita. In occasione della sua beatificazione, il 9 novembre 2003, il Papa Giovanni Paolo II diceva: «In un'epoca turbata dai conflitti sociali, Rosalia Rendu si è gioiosamente fatta la serva dei più poveri, per ridare a ciascuno la propria dignità... La sua carità era inventiva. Dove ha attinto la forza per realizzare tante cose? Nella sua intensa vita di orazione e nella preghiera incessante del rosario, che non la lasciava mai. Il suo segreto era semplice: ...vedere in ogni uomo il viso di Cristo».

Chiediamo alla Beata Suor Rosalia di guidarci nella vita di preghiera e di insegnarci a testimoniare la misericordia di Dio davanti a tutte le miserie che la Provvidenza pone sul nostro cammino.

Dom Antoine Marie osb

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