Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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25 gennaio 2005
Conversione di san Paolo


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Il 13 maggio 1981, in piazza San Pietro a Roma, il Turco Mehemet Alì Agca feriva gravemente Papa Giovanni Paolo II, con un'arma da fuoco. Portato via in ambulanza, il Santo Padre, che soffre molto, ripete le seguenti invocazioni: «Maria, Madre mia! Maria, Madre mia!» Non gli sfugge nessuna parola di disperazione o di risentimento. Salvato grazie ad un intervento chirurgico immediato, il Papa è già in grado, quattro giorni dopo, una domenica, di rivolgersi ai fedeli in occasione della preghiera della Regina Coeli, chiamando «fratello» colui che ha cercato di ucciderlo: «Carissimi fratelli e sorelle, so che, in questi giorni ed a quest'ora della Regina Coeli vi siete uniti a me. Con emozione, vi ringrazio delle vostre preghiere e vi benedico tutti. Sono particolarmente vicino alle due persone che sono state ferite assieme a me. Prego per il fratello che mi ha colpito, cui ho perdonato sinceramente».

Con quest'atto di perdono, il Santo Padre ha seguito l'esempio di Cristo che, sulla Croce, ha perdonato ai suoi carnefici. In occasione dell'anno giubilare, il 20 maggio 2000, Giovanni Paolo II proponeva ai cristiani il modello di santa Rita che ha saputo anch'essa perdonare in circostanze eroiche. L'insegnamento della vita di santa Rita è caratterizzato dall'«offerta del perdono e l'accettazione della sofferenza, diceva il Papa... Bisogna sperare che la vita di tutti i fedeli sia sostenuta dall'amore appassionato per il Signore Gesù; che sia un'esistenza capace di rispondere alla sofferenza ed alle spine con il perdono ed il dono totale di sè, per diffondere ovunque il buon odore di Cristo».

Rita è nata verso il 1381 a Roccaporena, in Umbria (Italia centrale) ed è stata battezzata nella chiesa di San Giovanni Battista, a Cascia. Cascia (a 5 km. da Roccaporena) è una città fortificata che fa parte dei territori dello Stato Pontificio, a circa 200 km. a nord est di Roma. Le autorità locali vi conducono una politica piena di un elevato senso della giustizia e del buongoverno. Sono emanati provvedimenti e leggi in favore dell'igiene pubblica, della protezione degli orfani e delle vedove, della pubblica istruzione, delle opere pie. Oltre al numeroso clero secolare, la cittadina di duemila abitanti conta undici conventi e molte associazioni caritatevoli. La regione vive piuttosto poveramente dell'agricoltura, dell'artigianato e soprattutto del commercio, poichè è situata su un'importante via di comunicazione fra Milano e Napoli.

Cascia, come numerose città italiane dell'epoca, è una città in cui i valori umani e civili, nonchè quelli religiosi, sono stimati e favoriti. I genitori di Rita, onesti borghesi, sono «pacieri», vale a dire conciliatori. Il compito dei «pacieri» era quello di riconciliare gli avversari, per amor di Dio. Ad ogni modo, la pacificazione avveniva in presenza di testimoni e si concludeva con un atto notarile. Lo scopo era quello di evitare un processo e di interrompere il ciclo infernale della vendetta. Poteva esserci anche l'obbligo del risarcimento materiale dei danni causati. La pacificazione impegnava per sempre le due parti in causa ed i loro eredi.

«Miracolo delle api»

«Rita» è un diminutivo di Margherita. Poco dopo la nascita, la piccola si trova un giorno circondata da api, di cui alcune le entrano in bocca e ne escono senza pungerla. Questo fatto, chiamato «miracolo delle api», attestato da numerose testimonianze, instaura fra Rita e le api un legame provvidenziale che non è senza significato spirituale. Sant'Ambrogio dà l'ape come modello di vita: «Fate in modo che il vostro lavoro sia simile a quello di un alveare, perchè la purezza e la castità devono esser paragonate alle api laboriose, modeste e parche. L'ape si nutre di rugiada, ignora i vizi della sensualità e produce il prezioso miele. La rugiada di una vergine è la parola stessa di Dio che, come la rugiada delle api, scende dal Cielo, benevola e pura». Rita riceve dai genitori un'educazione accurata ed una solida formazione religiosa, sottolineata dalla devozione alla Santa Eucaristia. A Cascia, la processione del Corpus Domini riveste un lustro particolare: ci si venera la reliquia di un autentico miracolo eucaristico, che è stato oggetto di un atto notarile conservato negli archivi del comune. Il miracolo ebbe luogo a Siena: un sacerdote, che doveva portare la Comunione ad un ammalato, pone negligentemente l'Ostia consacrata nel breviario. Al capezzale dell'ammalato, apre il breviario e vi trova l'Ostia liquefatta, quasi sanguinosa, e le due pagine macchiate di sangue. Una delle pagine e l'Ostia miracolosa vengono affidate al monastero di Sant'Agostino a Cascia, dove le conserva un reliquiario, confezionato appositamente. Tutti gli anni, in occasione del Corpus Domini, tale reliquiario viene portato in processione.

Un giorno, nella Chiesa del Monastero di Santa Maria Maddalena delle Agostiniane a Cascia, Rita assiste alla Santa Messa e sente che interiormente Cristo le dice: Io sono la Via, la Verità e la Vita (Giov. 14, 6). Queste parole interiori sembrano essere il punto di partenza della sua vocazione religiosa. Rita si dà da fare per ottenere dai genitori il permesso di consacrarsi a Dio, ma non vi riesce. Al contrario, fin dall'età di dodici anni, è promessa in matrimonio a Paolo di Fernando, giovane di Roccaporena, dai modi rudi, che sarà ingentilito dalla dolcezza di Rita. Dopo il matrimonio, vivranno in buona armonia e avranno due figli. Sposata e madre, Rita continua la sua intensa vita spirituale. Ma, in capo ad una quindicina d'anni, si produce un dramma: il marito di Rita viene assassinato, senza che si possa sapere con certezza la ragione dell'omicidio.

La «vendetta»

Da quel giorno, Rita chiede nelle preghiere la forza di perdonare all'assassino e supplica insistentemente il Signore di perdonarlo. Ma teme che i suoi figli non cerchino un giorno di vendicare il padre (la «vendetta» faceva parte dei costumi dei paesi mediterranei); per distoglierli da tale tentazione, nasconde la camicia insanguinata del marito e li esorta al perdono, scongiurando il Buon Dio di prenderle anche i figli piuttosto che permettere che si lascino andare alla vendetta. Qualche mese dopo, i due ragazzi di Rita moriranno di malattia, senza essersi vendicati. Il perdono di Rita si manifesta anche nel rifiuto di rivelare ai parenti del marito il nome dell'assassino; cosa che le varrà la loro indignazione.

«Il perdono! Cristo ci ha insegnato il perdono, diceva il Papa poco dopo l'attentato del 13 maggio 1981. Molte volte e in vari modi, ci ha insegnato il perdono. Quando Pietro gli chiede quante volte dovrà perdonare al prossimo – fino a sette volte – Gesù gli risponde che dovrà perdonare fino a settanta volte sette (Matt. 18, 21-22). In pratica, questo significa «sempre». Infatti, il numero settanta moltiplicato per sette è simbolico e significa, più ancora che una quantità determinata, una quantità incalcolabile, infinita. Rispondendo alla domanda circa il modo di pregare, Cristo ha pronunciato alcune parole magnifiche rivolte al Padre: Padre nostro che sei nei cieli, e, dopo le domande che compongono questa preghiera, l'ultima, che parla del perdono: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo a coloro che sono colpevoli nei nostri riguardi (ai nostri debitori). Infine, Cristo stesso conferma la verità di queste parole sulla Croce, quando, rivolgendosi al Padre, Lo supplica: Padre, perdonali, perchè non sanno quello che fanno (Luca 23, 34). «Perdono» è una parola pronunciata dalle labbra di un uomo cui è stato fatto del male. È anche una parola del cuore umano. In questa parola del cuore, ciascuno di noi si sforza di superare la frontiera dell'inimicizia che può separarlo dall'altro, e cerca di ricostruire lo spazio interiore dell'intesa, del contatto, del legame. Attraverso il Vangelo e soprattutto con il suo esempio, Cristo ci ha insegnato che questo spazio si apre non solo davanti all'altro uomo, ma, nello stesso tempo, davanti a Dio stesso. Il Padre, che è il Dio del perdono e della misericordia, desidera agire proprio in tale spazio del perdono umano. Desidera perdonare a coloro che sono capaci di perdonare agli altri, a coloro che cercano di mettere in pratica le parole: Perdonaci... come noi perdoniamo» (21 ottobre 1981).

Difficile ma possibile

Il perdono può esser difficile da accordare. «Osservare il comandamento del Signore (quello di perdonare) è impossibile, se si tratta di imitare il modello divino dall'esterno, insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica. Si tratta invece di una partecipazione vitale, che scaturisce «dalla profondità del cuore», alla Santità, alla Misericordia, all'Amore del nostro Dio. Soltando lo Spirito, che è la nostra Vita, può fare «nostri» i medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù. Allora il perdono diventa possibile: perdonarci a vicenda come Dio ha perdonato a noi in Cristo (Ef. 4, 32)... È nella «profondità del cuore» che tutto si lega e si scioglie. Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l'offesa; ma il cuore che si offre allo Spirito Santo tramuta la ferita in compassione e purifica la memoria trasformando l'offesa in intercessione» (CCC, 2842-2843).

Diventata vedova, Rita lascia la casa familiare di Roccaporena per sistemarsi in una casa più piccola in cui si consacra alla preghiera ed alle opere di carità. Si reca di tanto in tanto in cima allo Schioppo, picco roccioso alto circa 120 metri, che si rizza all'uscita di Roccaporena. Il posto, di difficile accesso, offre una vista magnifica sui dintorni e la solitudine che vi si trova favorisce la preghiera. L'antico desiderio di Rita di consacrarsi a Dio rinasce ed essa chiede di essere ammessa nel monastero di Santa Margherita delle Agostiniane a Cascia. Ma, malgrado le sue insistenze, la si respinge. Molto afflitta, Rita raddoppia le preghiere e, una notte, sente san Giovanni Battista che la invita a recarsi in cima allo Schioppo. Lì, una visione del Precursore accompagnato da sant'Agostino e da san Nicola da Tolentino (che non era ancora stato canonizzato) la riconforta. I tre santi la conducono misteriosamente al monastero, dove la sua richiesta è finalmente accolta favorevolmente. La comunità conta dieci religiose dirette da una Badessa. Durante il noviziato, Rita legge avidamente la Sacra Scrittura, si accosta alla salmodia dell'Ufficio divino e recita il Rosario. Prima di pronunciare i voti, dà tutti i suoi beni al monastero.

La vita di Rita nel convento non è senza prove. Almeno una volta, è tentata di tornare nel mondo; d'altra parte, numerose tentazioni, in particolare contro la virtù della castità, la assalgono. Le combatte con la preghiera e la penitenza. Ma il demonio continua a tormentarla in vari modi. Per vincerlo, Rita contempla la Passione di Cristo. Una vecchissima narrazione della sua vita, il Breve racconto, redatto in occasione della sua beatificazione nel 1628, ce la mostra applicata a tale esercizio fin da prima della sua ammissione nel convento: «Per aiutare l'immaginazione a rimanere sempre occupata ai misteri celesti senza lasciarsi distrarre inutilmente da oggetti meno degni, si rappresenta le varie parti della sua povera casa come i diversi luoghi della crudele Passione del Salvatore. Così, in un angolo, riconosce il Monte Calvario, in un altro il Santo Sepolcro, altrove la Colonna della flagellazione, e lo stesso per tutti gli altri misteri. Quest'applicazione la aiutò talmente che la rinnovò più tardi, nel monastero, nello spazio ristretto della sua piccola cella».

La vita spirituale di Rita è influenzata dai Francescani, per i quali la devozione alla Passione di Cristo occupa un posto centrale. San Bonaventura scrive ad una suora: «Colui che non vuol veder spegnersi in sè la pietà, deve spesso, addirittura sempre, contemplare con gli occhi del cuore Cristo morente sulla Croce... Se vi succede qualcosa di triste, di penoso, di increscioso, di amaro, o se provate disgusto per qualche bene da compiere, ricorrete senza indugio a Gesù crocifisso, sospeso alla Croce; guardate la corona di spine, i chiodi di ferro, la traccia della lancia nel costato; contemplate le ferite dei piedi, le ferite del costato, le ferite di tutto il corpo, ricordandovi quanto Egli vi ha amata, Lui che ha sofferto per voi in tal modo ed ha sopportato per voi simili tormenti!» (De Perfectione vitæ).

Una spina in fronte

In occasione della quaresima del 1425, san Giacomo delle Marche, frate Francescano, predica tutti i giorni a Cascia. Sconvolta più di tutto dalla predicazione del Venerdì Santo, Rita si sente invadere dal desiderio di partecipare in qualche modo ai tormenti del Salvatore. Ritiratasi nella sua cella, si butta ai piedi del Crocifisso e supplica il Signore di concederle di provare almeno il dolore di una punta della corona di spine. Parecchi anni più tardi, nel 1432, riceve la grazia di una stimmatizzazione affatto speciale: una spina della corona di Cristo la ferisce miracolosamente in fronte, in tal modo che la piaga non si chiuderà prima della morte. I documenti che attestano questo fatto non lasciano alcun dubbio. Quasi due secoli dopo la morte di Rita, l'autore del Breve racconto afferma che la piaga della fronte è ancora visibile sul corpo rimasto intatto. Quando fu proceduto alla ricognizione del corpo della Santa, nel 1972, nel 1997 ed anche più di recente, gli specialisti attestarono l'esistenza di un'alterazione ossea perfettamente netta sulla fronte di Rita. In occasione del sesto centenario della nascita di santa Rita, Papa Giovanni Paolo II scriveva: «Un punto d'incontro significativo si scopre fra i due figli dell'Umbria, Rita e Francesco d'Assisi. In realtà, quel che furono le stimmate per Francesco, fu la spina per Rita: un segno di partecipazione diretta alla Passione redentrice di Cristo Signore... Quest'associazione alla Passione avvenne, per entrambi, a partire dall'amore che ha una forza intrinseca d'unione» (10 febbraio 1982).

La stimmatizzazione di Rita porta con sè la prova della solitudine, poichè la piaga che porta in fronte è nauseabonda e la obbliga a ritirarsi sovente in disparte dalla comunità per non incomodare le Suore. Dovendo queste recarsi a Roma, probabilmente nel 1446, in occasione della canonizzazione di Nicola da Tolentino, esortano Rita, con molta carità, a rimanere a Cascia, a causa della stimmatizzazione che avrebbe potuto produrre scandalo nella Città Eterna. Rita si mette a pregare ed ottiene che la stimmatizzazione scompaia; ma, al ritorno da Roma, la piaga riappare, come testimoniano tutti gli autori antichi.

Una rosa sulla neve

Negli ultimi mesi di vita, mentre è ammalata, Rita riceve la visita di una parente. Al momento di lasciarla, la parente le chiede se desideri qualcosa di casa sua. Rita risponde che desidererebbe una rosa e due fichi del giardino. La parente sorride perchè si è nel cuore dell'inverno, e pensa che l'ammalata deliri. Giunta a casa, la sua sorpresa è grande nel trovare su un rosaio, senza foglie e ricoperto di neve, una splendida rosa, come pure due fichi sul fico. Coglie il fiore ed i frutti e li porta all'ammalata. Questo miracolo vale a Rita il nome di «Santa delle rose».

Rita è probabilmente deceduta nel 1447, il 22 maggio. Il Breve racconto ci dice che, all'avvicinarsi della morte, essa beneficia di un'apparizione di Gesù e di Maria. Tutta gioiosa, chiede allora gli ultimi sacramenti e si spegne serenamente. Subito, le campane della chiesa cominciano a suonare da sole. Il corpo di Rita non è corrotto: il fatto è attestato a varie epoche, a parecchi secoli di distanza. La conservazione miracolosa del corpo dopo la morte è sempre stata considerata dai cristiani come un segno di santità del soggetto, e un pegno della futura risurrezione. Il 20 maggio 2000, davanti al reliquiario che contiene il corpo di santa Rita, il Papa diceva: «La spoglia mortale di santa Rita costituisce una testimonianza significativa dell'opera che il Signore compie nella storia, quando trova cuori umili e disponibili per il suo amore... Profondamente radicata nell'amore di Cristo, Rita trova nella sua fede incrollabile la forza di essere in ogni circostanza una donna di pace. Nel suo esempio di abbandono totale a Dio, nella sua semplicità trasparente e nella sua incrollabile adesione al Vangelo, è possibile anche a noi trovare le indicazioni opportune per essere autentici cristiani, in quest'alba del terzo millennio... Seguendo la spiritualità di sant'Agostino, essa divenne una seguace del Crocifisso e «esperta nella sofferenza», imparò a capire le pene del cuore umano. Rita divenne così l'avvocata dei poveri e di quelli che non hanno nulla, ottenendo a coloro che l'hanno invocata nelle situazioni più diverse innumerevoli grazie di consolazione e di conforto».

«Se non fossi storpio...»

La devozione a santa Rita comincia all'atto della sua morte. Il primo miracolo che conosciamo di lei ha luogo ancor prima che sia sepolta. Un falegname di Cascia, venuto a venerare la di lei spoglia, esclama: «Se non fossi storpio, gliela farei io la bara!» Subito, si ritrova guarito e può fare la prima bara della Santa. Poco dopo, una parente di Rita, venuta per abbracciarla per l'ultima volta, viene guarita dalla paralisi di un braccio. Man mano che le grazie si succedono, le suore appendono alla bara piccoli ex voto. All'inizio del XVI secolo, la notorietà di Rita si è diffusa in tutta l'Italia, prima di raggiungere gli altri paesi d'Europa. Beatificata, dopo lunghe inchieste, nel 1628, è stata canonizzata soltanto il 24 maggio 1900.

Nel 1710, un monaco spagnolo dell'Ordine degli Agostiniani aveva, per primo, qualificato santa Rita di «avvocata delle cause impossibili». È chiamata anche «patrona delle cause disperate». Le sono affidate le difficoltà più diverse: guarigioni, lavoro, vertenze, esito favorevole agli esami... Ancora oggigiorno, la sua intercessione rimane potente, come provano i 595 ex voto depositati nel santuario di Cascia nel XX secolo.

Ma la grande intenzione che ci preoccupa e per la quale la imploriamo, è quella della nostra santificazione. «La volontà di Dio è la vostra santificazione (1 Tess. 4, 3), ricordava il Papa in occasione del passaggio al terzo millennio. Tutti i fedeli di Cristo, qualsiasi sia il loro stato ed il loro rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità... Se il Battesimo fa veramente entrare nella santità di Dio per mezzo dell'inserimento in Cristo e dell'ingresso nella vita dello Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta sotto il segno di un'etica minimalista e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il Battesimo?» significa chiedergli in pari tempo: «Vuoi diventare santo?» Questo vuol dire mettere sulla propria strada il carattere radicale del discorso della Montagna: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Matt. 5, 48). Non bisogna fraintendere questo ideale di perfezione, come se supponesse una specie di vita straordinaria che soltanto alcuni «geni» della santità potrebbero praticare. Le vie della santità sono molteplici e adatte alla vocazione di ciascuno» (Giovanni Paolo II, Novo millenio ineunte, 6 gennaio 2001).

Tuttavia, certe parole del Vangelo sono molto esigenti, e sembrano superare le nostre forze: Ma io vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, pregate per i vostri persecutori e calunniatori: sarete così i figli del Padre vostro celeste (Matt. 5, 43). «Molti, commenta san Girolamo, misurano i precetti di Dio secondo la loro propria debolezza, giudicano impossibile ciò che vi è prescritto, e dicono che per esser virtuosi basta non odiare i nemici, ma, amarli, è comandare più di quanto la natura umana possa sopportare. Bisogna dunque sapere che Cristo comanda non l'impossibile, ma la perfezione. Davide l'ha realizzata nei riguardi di Saul e di Assalonne. Allo stesso modo, il martire Stefano ha pregato per i suoi nemici che lo lapidavano, e Paolo si augurava di essere anatema per il bene dei suoi persecutori. Questo Gesù ha insegnato e praticato...» Gesù ha praticato l'amore dei nemici per comunicarci la forza di fare la stessa cosa.

Chiediamo a santa Rita di impiegare la sua potenza presso Dio per ottenerci la grazia di diventare misericordiosi, come è misericordioso il Padre nostro celeste (Luca 6, 36).

Dom Antoine Marie osb

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