Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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15 settembre 2004
Nostra Signora dei Sette Dolori


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Salve, dinamite!» lancia, una mattina del 1973, una studentessa ad un'amica. La ricchissima vita interiore di quest'ultima si nasconde sotto l'apparenza esuberante di un temperamento di fuoco. Nel 1975, qualche giorno prima della malattia che la fulminerà a 21 anni, confida alla madre: «Sono talmente felice, che se morissi all'istante credo che andrei dritta in Cielo, poichè il Cielo è la lode di Dio, e ci sono già!» L'inchiesta ufficiale in vista della sua beatificazione è stata aperta nel 1990.

Chiara de Castelbajac è nata il 26 ottobre 1953 a Parigi, ultima di una famiglia di cinque figli. Battezzata tre giorni dopo la nascita, è posta sotto la protezione di santa Chiara e di Maria Immacolata. Essa passa i cinque primi anni di vita, con la famiglia, a Rabat, in Marocco, fino al ritorno definitivo in Francia, nel 1959. La madre le insegna prestissimo a fare il segno della Croce e a dire le preghiere. Quando va a fare spese o va a passeggio, entra spesso in chiesa per pregare brevemente, poichè sa benissimo che la chiesa è la «casa di Gesù». La foga del suo carattere si rivelerà ben presto: non c'è misura in quel che le piace, desidera o dà. Verso l'età di tre anni, Chiara ha spesso intensi accessi di collera, ma tali moti sono seguiti da atti di contrizione immediati, intensi tanto quanto le collere. Malgrado la sua vivacità, la bambina subisce ben presto la prova della malattia: a 4 anni, una tossicosi la porta alle soglie della morte. Poco dopo, un'infezione intestinale, seguita da un'angina virale, necessita una cura di iniezioni. Ogni volta che vede l'infermiera, si trasforma in una vera furia, urla e si agita come una pazza. Solo l'inverno seguente, prima della prima Comunione, capirà quel che significa: «Offrire la propria sofferenza a Gesù», e imparerà, a poco a poco, a dominarsi per sopportare il male.

Il ritorno in Francia è per Chiara uno shock psicologico. Lasciare l'incantevole città di Rabat ed il suo giardino meraviglioso, per andar ad abitare la vecchia dimora familiare a Lauret (nel sud ovest della Francia), «la grande casa tutta rotta», come dice, è un vero strazio. Riceve la santa Eucaristia per la prima volta nel giugno del 1959, dopo aver fatto molti sforzi per prepararvisi. La sua generosità nell'offrirsi a Dio nelle piccole cose si perpetua durante gli anni seguenti. Annota, per esempio: «1) non ho bevuto acqua – 2) atto d'amore – 3) ho ubbidito subito alla mamma – 4) non mi sono lamentata di aver mal di ventre», ecc. Per la prima confessione, Chiara vuole esaminarsi accuratamente. Prende il libro per bambini e considera attentamente «tutti i peccati della lista», poi dice alla madre: «Non ci capisco nulla, allora non so se ho commesso questi peccati. Ma spiegameli... Se conoscessi tutti i peccati, allora non ne commetterei più, perchè non vorrei addolorare Gesù».

Che vadano tutti in Cielo!

Chiara non ha ancora 6 anni, quando una sera, spontaneamente, compone la seguente preghiera: «Gesù, fa' che i cattivi, e coloro che non ti amano, e coloro che non ti conoscono, diventino buoni, e ti conoscano e ti amino, e preghino tre volte al giorno, e vadano tutti in Cielo». La mamma le chiede: «Hai pensato ad offrire il tuo cuore e la tua giornata, oggi? – Certamente! Ci penso sempre! Altrimenti, a cosa servirei?» Ma questa sua viva devozione non avviene senza lotta. Un giorno, dice bruscamente a sua madre: «Perchè mi hai fatta nascere? Perchè mi hai fatto fare la prima Comunione così presto?» E si lamenta degli sforzi che ciò provoca nella sua vita...

Nella sua intensa necessità di comunicare, Chiara scrive ai genitori lettere che deposita di nascosto nei loro piatti o sotto i loro cuscini. Ha appena compiuto 9 anni, quando scrive: «Cara la mia amata mamma, comincio col dirti che ti amo molto, moltissimo, più di tutto al mondo. Sei talmente gentile!!! Poi, per chiederti perdono per tutte le colpe che ho commesso mi perdonerai senz'altro, sei tanto buona cara mamma...» (sic). La mattina del giorno in cui compie dieci anni, benchè sia stanca, Chiara vuol assistere alla Messa. La sera, confida a sua madre: «Sai cosa ho chiesto stamane?... di rimanere sempre pura, come ero dopo il battesimo». Prende l'abitudine di invocare la Santa Vergine tutte le mattine, quando si sveglia: «O Maria Immacolata, ti affido la purezza del mio cuore. Siine per sempre la custode». A undici anni e mezzo, fa la Comunione solenne. Mentre le sue compagne hanno ricevuto una valanga di regali profani, Chiara ringrazia i genitori di non avergliene fatto nessuno, se non un'immagine-ricordo, sulla quale sua madre ha scritto un testo che avrà per lei la massima importanza: «Abbi l'intimo desiderio che il Signore ti dia tutto quello che sa che ti manca per il suo onore e la sua gloria» (San Giovanni della Croce).

Gli studi elementari si sono svolti in casa, sotto la guida della madre; nel 1964, entra in collegio a Tolosa, presso le suore del Sacro Cuore, e manifesta ivi un'intensa gioia di vivere, una generosità appassionata ed un'attrattiva particolare per le cose di Dio: «È meraviglioso! scrive. Stamane sono andata a Messa ed ho fatto la Comunione... Ho pensato a voi, cari genitori, che mi avete insegnato la religione cattolica, che mi avete insegnato a pregare, che mi avete fatta battezzare. Vi devo tutto e ve ne ringrazio più di quanto non possa dire o pensare».

Delle ragazzine chiedono

Durante l'agitazione del maggio 1968, Chiara ascolta e riflette molto. Risente profondamente i disordini politici e sociali di cui è testimone, e vede ad essi un solo rimedio: la preghiera a Nostra Signora, secondo le domande di Fatima. Di sua iniziativa, spinge le alunne della sua classe di terza media a scrivere a tutti i vescovi di Francia: «Monsignore, nel 1917, Nostra Signora ha chiesto: la corona quotidiana, la consacrazione al suo Cuore Immacolato, la comunione riparatrice dei primi sabati del mese. «Se si ascoltano le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà la pace, altrimenti, essa riverserà i suoi errori sul mondo». Fino a questo momento, la Russia riversa i suoi errori e la pace è lungi dall'essere perfetta. Probabilmente, la Francia ed i paesi cattolici non hanno sufficientemente chiesto alla Santa Vergine la conversione dei peccatori... Ecco perchè, Monsignore, noi La supplichiamo di domandare ai Suoi sacerdoti di voler cortesemente trasmettere il messaggio di Nostra Signora a tutti i loro parrocchiani... Monsignore, sono ragazzine che Le domandano, come pure a tutti i vescovi di Francia, di fare questo appello alla Chiesa della nostra patria. Siamo certe che Lei ne terrà conto e gliene siamo grate».

Con la foga dei suoi quindici anni, Chiara è sdegnata del vento di contestazione che soffia sulla Chiesa e tende a far tabula rasa del passato. Ne soffre al punto di ammalarsi e di dover finire il seguente anno scolastico in casa. Avendo notato che la gioventù del suo villaggio non ha nessuna occasione di riunirsi per distrarsi insieme, organizza prima di tutto un coro; poi, il gruppo si lancia in due rappresentazioni teatrali, per distrarre le persone anziane del vicino ricovero, i disabili, o semplicemente gli abitanti del paese. Chiara inizia il penultimo anno di liceo presso le Domenicane di Seilh, vicino a Tolosa. Senza entusiasmo, ma il buonumore ha il sopravvento. «È strano, scrive ad un'amica, pensandoci, quanti motivi di felicità si possono trovare! La vita è piena di felicità! Sono gli uomini che creano l'infelicità». Le lotte sono tuttavia sempre presenti. L'8 settembre 1970, festa della Natività della Santa Vergine che Chiara ama tanto, si rifiuta di accompagnare un'ottima amica alla Messa. Il volto chiuso tradisce un'altra influenza, che, quel giorno, la domina. Per l'ultimo anno di liceo (1970-71), si sistema in una camera indipendente a Tolosa, e continua a frequentare le lezioni presso le Domenicane.

Difficile ma bello

Quell'anno, sua madre si ammala. Viene ricoverata in ospedale, poi deve rimanere a letto per più di un anno. Chiara va a trovarla in clinica tutte le sere. Il venerdì sera torna a Lauret per tener compagnia a suo padre. Questa prova familiare la fa soffrire dolorosamente: «Ne ho abbastanza...., più che abbastanza...», scrive ad una delle sorelle il 15 febbraio 71; ma aggiunge: «Ad ogni modo, esco più matura e più grande da questo triste periodo, perchè ho constatato che non si vive per sè, ma per gli altri, che siamo tutti fatti per vivere per gli altri, e per renderli felici. È estremamente difficile, ma quando ci si riesce, è bello». Nel mese d'aprile seguente, Chiara stessa deve essere ricoverata in ospedale per una sciatica. A letto, scrive molto: lettere pittoresche, che trattano di tutto, ma raramente della sua malattia. Approfitta delle occasioni che le si offrono per evangelizzare: ad un'infermiera del turno di notte che le fa delle confidenze e pretende di non aver il tempo di occuparsi delle cose di Dio, replica: «Ma, Signora, non sa che la Fede aiuta ad agire meglio? Creda a me, perda un'ora per ritrovarla, e sarà felice e non più vuota, come riconosce di essere in questo momento!» - «Che tesoro prezioso, la Fede! dice ai genitori. Quanto vorrei che quella donna la scoprisse!»

In agosto, dopo cinque mesi di sofferenze, viene decisa un'operazione alla colonna vertebrale, che ha un effetto positivo. Chiara è rapidamente ristabilita, ma le crisi di sciatica torneranno periodicamente. Tre settimane dopo esser uscita dall'ospedale, supera con successo l'esame di maturità, poi decide di dedicarsi al restauro di pitture ed affreschi. Questa professione ha per lei un vantaggio importantissimo: l'indipendenza che procura il lavoro e la possibilità di rimanere, più tardi, in casa.

Chiara decide di presentarsi al concorso di ammissione dell'Istituto Centrale del Restauro, a Roma, ente statale che riserva ogni anno tre posti ai candidati stranieri. Si preparerà seguendo i corsi di storia dell'arte presso l'Università di Tolosa. Si mette all'opera. Molto socievole, fa molte visite, e si reca regolarmente presso persone anziane ed infermi del suo quartiere. La sua devozione non scema. «Ieri sera, ho deciso di andare a Messa tutti i giorni... Ho giusto il tempo di andare all'università, quando finisce; ne esco tutta buona, tutta pura, tutta santa, e, inforcando la bicicletta, mi esilio fra la folla».

Non temere nulla

A Pasqua del 1972, Chiara decide di sistemarsi a Roma, per preparare meglio il concorso. Ha diciotto anni e mezzo. Tre mesi di lavori pratici in vari studi e nella biblioteca, da maggio a giugno 1972, poi due mesi di vacanze studiose a Lauret, interrotti dal pellegrinaggio nazionale di Lourdes, il 15 agosto, la tengono occupata fino all'autunno. In ottobre, Chiara torna a Roma, dove risiedono da molto tempo due fratelli di sua madre. Uno di essi è un monaco carmelitano; l'altro, padre di otto figli, la riceve spesso a casa sua. Nelle sue annotazioni intime, si può leggere: «La santità è l'Amore nel vivere le cose ordinarie per Dio e con Dio, con la sua grazia e la sua forza» (17 ottobre 72). Scrive ai genitori: «Sono terrorizzata all'idea che potrei essere ammessa! So benissimo che nella Bibbia c'è, per 366 volte: Non temere nulla, una volta per ogni giorno dell'anno, e che, caso mai, la grazia sarà con me. Ma ho una paura matta all'idea di cominciare fra due mesi la mia vita di adulta...» Il che non le impedisce di applicarsi per ottenere l'ammissione.

La data del concorso, posticipata da scioperi, viene fissata per il 1° dicembre. Chiara si classifica terza sulla lista dei tre stranieri ammessi. L'entusiasmo la sostiene, ma altre lotte si preparano. «La mano di Dio non cessa di proteggermi, scrive ai genitori. Quel che mi infastidisce è il successo che ho, veramente involontariamente, credetemi, coi ragazzi. Uno è chiaramente innamorato di me. E poi c'è un Libanese pieno di attenzioni...; aggiungerò ancora due Italiani, particolarmente complimentosi e cani fedeli. In capo a nove giorni, è molto... Vero è che ben presto mi conosceranno meglio!... È talmente difficile modificare la propria natura ed impedirsi di ridere, di prendere tutto sullo scherzo e di fare continuamente giochi di parole... Ma sono sicura della protezione Divina, Verginale e Benedettina (porta una medaglia di san Benedetto), senza parlare degli Angeli Custodi».

Qualche giorno più tardi, aggiunge: «Ho fretta di sistemarmi veramente, per poter scrivere le mie lettere e fare una mezz'ora di lettura spirituale quotidiana. La corona è risolta con i due quarti d'ora, o i quattro, che passo nella metropolitana. Ho molto bisogno delle vostre preghiere... più conosco la gente, e più la cosa mi deprime; pensavo che l'Arte per l'Arte e il Bello per il Bello, dunque il senso della gratuità delle cose, dessero alla gente una profondità e qualcosa in più... Evidentemente, a parte due o tre snob, tutti sono interessati da quel che fanno, ed anche appassionati: ma a parte questo, pluf! la sola cosa che li interessa è il piacere sotto tutte le forme. Allora, questo mi deprime e mi scoraggia un po'. Non posso giudicarli, ma tutti quelli cui parlo, a parte due, sono così. Vivono più o meno tutti con un «partner»... Allora, sono delusa... Tutti i ragazzi mi corrono dietro! Diamine! Non porto mica la minigonna... e, per di più, spruzzo di freddezza e cattiveria quelli che sono da evitare. E più li spruzzo, e più insistono... Ma adesso ciò di cui ho paura è di me stessa; perchè, vi dirò tutto. Non sono molto incoraggiata da persone perbene, come a Tolosa; allora, talvolta, vedendo quelli che mi circondano, mi dico che non deve esser sgradevole fare come fanno loro... Allora prego, prego, per avere il coraggio, potrei talvolta dire addirittura l'eroismo, di resistere, di non avere nessun ragazzo prima del fidanzamento...»

Fare le matte

Tuttavia, Chiara si lascia a poco a poco inebriare dalla libertà. Verso la metà di marzo del 73, si sistema con due amiche in un appartamento indipendente. Incominciano a ricevere e ad uscire di sera, si divertono molto, facendo un sacco di «stupidaggini», secondo la sua stessa espressione, e studiano poco. «Ho un mucchio di cose da dirvi, scrive ai genitori... torno a casa dopo una lezione e trovo l'appartamento pieno di amiche, e andiamo a letto, stanche morte, verso mezzanotte, l'una. La mia visione delle cose cambia: chi soddisferà la sete di vita che provo?... Ieri, siamo andate in riva al mare. È stato favoloso! Sole solette, a fare le matte fino a notte avanzata... eravamo appassionatamente piene di vita, d'indipendenza, di libertà totale e del sentimento inebriante di esser fuori della civiltà».

Con un simile sistema di vita, i voti di Chiara al «Restauro» calano senza rimedio, è sul punto di farsi mandar via. Uno degli zii la rimprovera un giorno: «Sono veramente rattristato per i tuoi genitori, per tuo padre soprattutto, che è anziano, di vederti sprecare la vita...». Risponde: «Intanto, mi diverto un mondo!» Tuttavia, segretamente, è scontenta di sè. Il suo senso acuto di Dio, il relativo insuccesso negli studi e forse anche l'osservazione di una studentessa: «Vedrai, figliola bella, ci arriverai al nostro ateismo. Non ti do neppure un anno di tempo perchè tu sia come noi...», provocano un soprassalto salutare. L'estate porta vacanze felici a Lauret, interrotte dal Pellegrinaggio Nazionale di Lourdes. All'inizio di ottobre, riparte per Roma, piena di energia. Scrive ai genitori: «Mi rendo conto a che punto di vanità e di egoismo mi sono ridotta, sotto l'appellativo fallace di emancipazione...» Le ottime disposizioni che segnano l'inizio del nuovo anno non scemeranno più. Dio è nuovamente al centro della sua vita, malgrado occasionali «ribellioni di spirito».

Un anno dopo, il 16 settembre 1974, Chiara va per tre settimane in Terra Santa, con un gruppo di una decina di giovani, guidati da un Padre domenicano. «Siamo a Betlemme. Camminiamo nel deserto per ore ed ore. Grande stanchezza e fame. Ascesi: incomparabile per la purezza, è vero». Scrive ai genitori: «Mi sto convertendo completamente, approfondendo la fede, trovando il senso vero, e imparo continuamente l'abbiccì della mia religione. Accumulo un massimo di elementi di fervore, di devozione, di esempio, di povertà di spirito, per poter, una volta tornata a Roma, organizzarmi la vita come la intendo ora, e non come la vivevo. Incomincio ad afferrare il senso della parola Amore di Dio: non bisogna, credo, appassionarsi per questioni accessorie, ma puntare tutto verso Dio, e soltanto verso di Lui!»

Una felicità tutta nuova

Alcuni giorni dopo il ritorno dalla Terra Santa, Chiara riceve l'ordine di missione per Assisi, dove lavorerà al restauro degli affreschi della Basilica. Prende alloggio presso le Benedettine, poi scrive ai genitori: «La mia vita sarà monastica: a letto subito dopo cena, Messa tutte le mattine alle 7.30 e, alle 8, al lavoro... Quel che facciamo è per me il culmine! la cappella di San Martino, di Simone Martini. È la più bella... Quel tizio lì, Martini, aveva una vita spirituale di prima classe, si vede ancor meglio da vicino... Provo una felicità tutta nuova ad andare a Messa in settimana, a leggere sant'Ignazio d'Antiochia, san Giovanni ed a fare addirittura un quarto d'ora quotidiano di contemplazione».

Il 10 dicembre scrive di nuovo: «Sono immersa ancora di più nella beatitudine, da quando posso contare i giorni che ci separano. In attesa, soffoco di febbrilità: l'eccesso che mi conoscete regna in tutto il suo splendore... La direttrice degli studi mi lascia libera di andare in tutti i posti in cui il giorno dopo saranno tolte le impalcature, per mettere l'ultimo tocco. E non va neppur a vedere dopo, il che mi imbarazza molto, perchè si tratta di una responsabilità più grande di quanto possa assumerla. Poco importa: ho carta bianca. Ho la vita facile, insomma! libera, in uno dei posti più belli d'Europa...»

Chiara arriva a Lauret il 18 dicembre, per le vacanze di Natale. I suoi la trovano trasfigurata. Passa a Lourdes la giornata del lunedì 30 dicembre. Prosternata in ginocchio davanti alla Grotta, con la fronte per terra, rimane immobile molto a lungo. Quando si rialza, il suo viso è diverso, come assente, infinitamente lontano; è successo qualcosa fra la Santa Vergine e lei... Il sabato 4 gennaio, le si dichiara una meningoencefalite virale fulminante. Il 17, incosciente, riceve il sacramento degli ammalati. La domenica 19, mentre sembra dormire, dice ad un tratto, nettamente ed a voce molto alta: «Ave, Maria, piena di grazia...» poi si ferma, spossata. Sua madre continua la preghiera; alla fine di ogni Avemaria, Chiara mormora: «e poi... e poi...», per far continuare il rosario. La sera del 20, sprofonda in un coma irreversibile. Entra nell'eternità in cui Dio la chiama, il mercoledì 22 gennaio 1975, verso le cinque del pomeriggio. Ha ventun anni e tre mesi.

Chiara voleva «andar dritta in Cielo». Aveva parlato a lungo con lo zio, Padre Filippo della Trinità, della Prima Lettera di san Giovanni: L'amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perchè abbiamo fiducia nel giorno del giudizio (1 Giov. 4, 17). Nel 1970, aveva scritto ad un'amica: «Trovi veramente che la prossimità sempre crescente della morte sia angosciosa? Io penso di no; non bisogna temere la morte. La morte è soltanto il passaggio da una vita – che, in realtà, è un semplice esame – di gioie e di piccole sventure... alla Felicità totale, alla Vista perpetua di Colui che ci ha dato tutto. Angosciosa, la morte? No, non dovrebbe esserlo: ma al contrario, sperata ed attesa (dunque preparata...). Ti ricordi che al Sacro Cuore, parecchie ragazze (e tu fra di esse) mi avevano predetto che sarei morta giovane? e questo senza mettersi d'accordo tra loro. Ebbene, ti confesserò che me ne infischio com-ple-ta-men-te, visto che, relativamente all'eternità, cosa sono 50 anni di vita terrena in più o in meno?»

Seguendo l'esempio di Chiara de Castelbajac, esercitiamoci a «puntare tutto verso Dio», cercando soltanto di esserGli graditi, ed il Signore ci ricompenserà al di là di qualunque misura.

Dom Antoine Marie osb

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