Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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26 maggio 2004
Mese di Maria


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Israele, un giovane Ebreo, ha simpatizzato a scuola con Stanislao, un giovane Cristiano. Invitato a casa di quest'ultimo, vede appeso al muro un crocifisso. Israele non ne aveva ancora mai visto. Di ritorno a casa sua, interroga la famiglia a proposito di quell'uomo sulla croce; gli viene risposto: «Questo interessa i Cristiani, non noi». Molto più tardi, leggerà nel profeta Isaia i canti del Servo del Signore, in cui viene presentato l'uomo più innocente e più puro, percosso, umiliato e condannato a morte a causa dei nostri peccati; nascerà allora nel suo spirito la domanda lancinante: «Il crocifisso che ho visto, non era il servo di Jahve?»

Il giovane Israele, della famiglia Zoller, è nato il 17 settembre 1881 a Brody, in Galizia (sud est della Polonia), allora austriaca. È il più giovane di cinque figli. Di religione ebraica, la famiglia è piuttosto agiata, poichè il padre è proprietario di un setificio a Lodz, in territorio russo. Nel 1888, lo Zar decide di nazionalizzare tutte le aziende appartenenti a stranieri; la fabbrica del Sig. Zoller a Lods viene confiscata, senza risarcimento finanziario. Il tenore di vita della famiglia si riduce notevolmente ed i figli maggiori devono andarsene altrove in cerca di lavoro.

A sette anni, Israele segue la scuola elementare ebraica, dove i bambini imparano a memoria passi della Bibbia. Ma l'inclinazione per il sapere religioso lo deve soprattutto a suo padre. Dal canto suo, la madre gli insegna a soccorrere i bisognosi; commossa dall'altrui miseria, moltiplica le opere di carità, facendo appello, caso mai, ad altre signore del quartiere, ebraiche o cattoliche. Nella regione di Brody, fra Ebrei e Cattolici non vi è nè disprezzo, nè diffidenza. Un legame, infatti, «collega spiritualmente il popolo del Nuovo Testamento con la stirpe di Abramo. La Chiesa riconosce che i primordi della sua fede e della sua elezione si trovano, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, Mosè ed i profeti. Essa riconosce che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono compresi nella vocazione del patriarca e che la salvezza della Chiesa è misteriosamente prefigurata nell'uscita del popolo eletto dalla terra della schiavitù. Per questo, la Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento da quel popolo con cui Dio, nella sua indicibile misericordia, ha degnato concludere l'Antica Alleanza» (Vaticano II, Nostra ætate, 4).

Nel 1904, Israele lascia la propria famiglia, che non rivedrà mai più. Sua madre, che ha sempre desiderato di vederlo diventare Rabbino, è morta da poco. Dando lezioni per provvedere alle necessità dei suoi, egli studia filosofia all'università di Vienna, poi a quella di Firenze, dove ottiene la laurea; in pari tempo, continua gli studi rabbinici. Nominato, nel 1913, vicerabbino di Trieste, allora porto austriaco, sposa Adele Litwak, Ebrea della Galizia; dalla loro unione, nasce una figlia, Dora. Nel corso della prima guerra mondiale, Israele viene perseguitato dalla polizia austriaca come fautore dell'Italia, perchè ha compiuto studi in tale paese. Alla fine della guerra, Trieste viene annessa all'Italia e Israele Zoller viene nominato Gran Rabbino della città.

Forse che Gesù non era un figlio del mio popolo?

Nel 1917, ha il profondo dolore di perdere la moglie. All'epoca, fa un'esperienza mistica: un pomeriggio, «ad un tratto e senza sapere perchè, come in estasi, invocai il nome di Gesù... Lo vidi come in un gran quadro... Lo contemplai a lungo, senza agitazione, provando piuttosto una perfetta serenità di spirito... Mi dicevo: Forse che Gesù non era un figlio del mio popolo?» Nessuna premeditazione, nessuna preparazione. È una prima discreta chiamata di Cristo.

Zoller si risposa nel 1920 con Emma Majonica, che gli dà una seconda figlia, Myriam. Dal 1918 al 1938, sempre mantenendo la residenza a Trieste, insegna l'ebraico e le lingue semitiche antiche presso l'università di Padova. Cosa sorprendente, legge assiduamente tanto il Nuovo Testamento quanto l'Antico. Così, la persona di Gesù Cristo ed il di lui insegnamento gli diventano familiari. Non può impedirsi di paragonare l'Antico ed il Nuovo Testamento: «La giustizia, nell'Antico Testamento, si esercita da uomo a uomo... Compiamo il bene in cambio del bene ricevuto; compiamo il male per il male che altrui ci ha inferto. Non rendere il male per il male è, in un certo modo, venir meno alla giustizia». Che contrasto con il Vangelo: Amate i vostri nemici... pregate per loro, oppure, con le ultime parole di Gesù sulla croce: Padre, perdona loro, perchè non sanno quello che fanno! «Tutto questo mi stupisce, scrive Zoller; il Nuovo Testamento, in effetti, è un Testamento nuovo». E precisa: «Qui inizia una nuova terra, un nuovo cielo... I ricchi attaccati alla terra sono poveri, ed i poveri che hanno saputo distaccarsene sono veramente ricchi, perchè possiedono un regno che appartiene agli afflitti, a coloro che tacciono ed ai perseguitati, che non hanno mai perseguitato nessuno ma che hanno amato». A poco a poco, Zoller scopre il legame che unisce i due Testamenti. Infatti, «ispiratore ed autore dei libri dell'uno e dell'altro Testamento, Dio li ha saggiamente disposti in modo tale che il Nuovo sia nascosto nell'Antico e che, nel Nuovo, sia svelato l'Antico... I libri dell'Antico Testamento... raggiungono e mostrano il loro significato completo nel Nuovo Testamento» (Concilio Vaticano II, Dei Verbum, 16).

Il Nazareno

D'altronde, Zoller constata amaramente che, nei suoi correligionari, «l'amore della Legge ha il sopravvento sulla legge dell'Amore»; le minuzie della casistica rabbinica eclissano il grande comandamento della legge rivelata da Dio a Mosè: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima... (Deut. 6, 5). Nella sua qualità di specialista delle lingue antiche, scopre che il nome di Nazareth si applica prima di tutto alla cittadina in cui Gesù visse durante i suoi primi trent'anni; ma tale nome significa anche che Gesù di Nazareth è il Nazir (il Consacrato) annunciato dal profeta Isaia: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto (in ebraico: nazer) germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo Spirito del Signore (Is. 11, 1). Egli espone questa scoperta nell'opera principale dei vent'anni passati a Trieste: «Il Nazareno» (1938).

La concordanza sorprendente fra la narrazione della Passione di Cristo nel Vangelo ed il Servo sofferente descritto dal profeta Isaia, otto secoli prima del suo avvento, non lascia alcun dubbio a Zoller sul compimento in Gesù della profezia: Disprezzato, uomo dei dolori che ben conosce il patire... non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze; si è addossato i nostri dolori... Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità...; per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Isaia 53, 3-5). Inoltre, l'esame delle dichiarazioni di Gesù sulla propria divinità lo porta a scrivere: «Cristo è il Messia; il Messia è Dio; dunque, Cristo è Dio». Zoller è intellettualmente convinto, ma non ha ancora la fede; è questa una grazia che riceverà sette anni più tardi.

L'alleanza di Mussolini con la Germania hitleriana cagiona, sul finire degli anni 30, campagne antisemite in Italia, soprattutto nelle vicinanze delle frontiere del terzo Reich. A Trieste, dove numerosi sono gli Ebrei, uno storico cattolico organizza una serie di conferenze antisemite. Si attende un'ampia assistenza. Zoller decide di intervenire presso un Gesuita, amico del conferenziere. Il religioso predispone un incontro fra il Rabbino e l'oratore. Con dolcezza e bontà, Zoller esorta il suo interlocutore, in nome dei principi cristiani e specialmente del perdono accordato da Gesù Cristo sulla Croce, ad annullare le sue conferenze. Il professore obietta l'imbarazzo della sua situazione: tutto è già stato organizzato. Il Rabbino alza le spalle e gli consiglia soltanto di leggere il Vangelo, come fa sovente lui stesso; predice: «È prossimo il tempo in cui noi due diventeremo buoni amici». La domenica seguente, in una sala gremita, il conferenziere annuncia che un Ebreo di alto rango ha illuminato la sua coscienza; non vuol più continuare sulla strada sulla quale si è smarrito fin allora e annulla le conferenze previste.

Ma già leggi discriminatorie sono state promulgate contro gli Ebrei; Israele Zoller «italianizza» il suo nome in Zolli; tuttavia, ben presto viene privato della cittadinanza italiana, senza esser però altrimenti molestato. Nel 1940, la comunità ebraica di Roma gli propone il posto vacante di Gran Rabbino della capitale. Accetta l'incarico proposto, in vista di proteggere i suoi fratelli nella persecuzione che si annuncia, e di calmare le divisioni in seno alla comunità ebraica di cui esorta i membri ad abbandonare la politica e ad occuparsi piuttosto di preghiere, di insegnamento e di mutua assistenza; ma il suo appello trova ben poco eco.

Una solidarietà che salva

Nel settembre del 1943, dopo la caduta di Mussolini e l'armistizio firmato dal re d'Italia Vittorio Emanuele III con gli Angloamericani, Hitler manda trenta divisioni tedesche ad occupare il nord ed il centro dell'Italia. Himmler, capo supremo delle SS, stima giunto il momento di applicare in Italia la politica di sterminio della razza ebraica. Ordina al capo delle SS di Roma, il tenente colonnello Kappler, di riunire tutti gli Ebrei, uomini e donne, bambini e vecchi, per deportarli in Germania. Il tenente colonnello Kappler approfitta dell'ordine di deportazione che ha ricevuto per fare un ricatto; convoca i due Presidenti della comunità ebraica di Roma e intima loro di consegnargli, nel termine di ventiquattro ore, 50 chili d'oro, pena la deportazione immediata di tutti gli uomini che compongono la popolazione ebraica della città. Si tratta, in realtà, di un elenco di trecento ostaggi, all'inizio del quale figura Zolli. Il giorno seguente, la comunità ebraica ha potuto riunire soltanto 35 chili d'oro. Viene chiesto al Gran Rabbino di recarsi in Vaticano per tentare di farsi prestare quel che manca. Egli riesce ad entrare in Vaticano, anche se tutte le strade sono controllate dalla Gestapo, attraverso una porticina nella parte posteriore della Città, ed espone al Cardinale Maglione, Segretario di Stato di Pio XII, la richiesta di un prestito di 15 chili d'oro, proponendo se stesso quale garanzia. Il prelato riferisce quanto sopra al Santo Padre, poi chiede a Zolli di tornare prima delle ore 13. Ma, poco dopo, Zolli viene a sapere che la quantità d'oro voluta ha potuto già essere riunita, grazie al contributo di sacerdoti e di numerose organizzazioni cattoliche.

Tuttavia, si tratta soltanto di una tregua. Il Gran Rabbino si sforza di convincere gli Ebrei di Roma che devono disperdersi per evitare la deportazione. Ben presto, l'ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weizsäcker, segretamente ostile alla politica nazista, avverte il Papa che Himmler ha ordinato la deportazione di tutti gli Ebrei italiani. Pio XII ordina immediatamente al clero romano di aprire i santuari per accogliervi gli Ebrei che venissero a nascondersi. Zolli, sulla cui testa è stata messa una taglia, vive nella clandestinità durante i seguenti nove mesi, e, da ultimo, presso amici cristiani della figlia Dora; riesce così a sfuggire alla Gestapo. Ma, malgrado le precauzioni prese, nella notte fra il 15 ed il 16 ottobre, un migliaio di Ebrei romani (su circa 8000) vengono arrestati e deportati; la maggior parte non tornerà.

«Ormai mi seguirai»

Il 4 giugno 1944, la città di Roma è liberata dalle forze americane. Con decreto ministeriale del 21 settembre 1944, Israele Zolli, dimesso dalla sua carica sette mesi prima dai capi della comunità ebraica, torna ad essere il Gran Rabbino di Roma. In occasione della solennità di Kippur (Espiazione), nell'ottobre del 1944, presiede, nella sinagoga di Roma, le preghiere del Gran Perdono: «Improvvisamente, scriverà, vidi con gli occhi dello spirito una vasta prateria e, in piedi, in mezzo all'erba verde, stava Gesù con un manto bianco... A tale vista, sentii una gran pace interiore, e, in fondo al cuore, sentii queste parole: «Sei qui per l'ultima volta. Ormai, mi seguirai». Le accolsi con la massima serenità ed il mio cuore rispose immediatamente: «Così sia, così deve essere»... Un'ora più tardi, dopo cena, in camera, mia moglie mi disse: «Oggi, mentre stavi davanti all'Arca della Torà, mi sembrava che la bianca immagine di Gesù ti imponesse le mani, come se ti benedicesse». Ero stupefatto... In quel momento, la nostra figlia più giovane, Myriam, che si era ritirata nella sua stanza e non aveva sentito nulla, mi chiamò per dirmi: «State parlando di Gesù Cristo. Sai, papà, questa sera ho visto in sogno un grande Gesù tutto bianco». Augurai buona notte ad entrambe e, senza alcun imbarazzo, continuai a riflettere sulla concordanza straordinaria degli eventi».

Alcuni giorni dopo, il Gran Rabbino rinuncia alla sua carica e va a trovare un sacerdote, per completare la sua istruzione sulle verità della fede. Il 13 febbraio 1945, Monsignor Traglia conferisce il sacramento del Battesimo a Israele Zolli, che sceglie quale nome cristiano quello di Eugenio, a titolo di omaggio di riconoscenza al Papa Pio XII, per la di lui azione determinante in favore degli Ebrei durante la guerra. La moglie di Zolli, Emma, riceve il Battesimo unitamente al marito ed aggiunge al suo nome quello di Maria. la loro figlia Myriam seguirà i genitori in capo ad un anno di riflessione personale. Il battesimo di Eugenio Zolli è la conclusione di una lunga evoluzione spirituale: «questo evento, nella mia anima, era come l'arrivo di un ospite diletto. Cominciavo soltanto a sentire la voce di Cristo espressa più chiaramente e più vivamente nei Vangeli. Nella mia anima, Dio non si rivelava per mezzo della tempesta, nè del fuoco, ma attraverso un dolce mormorio... Diventavo cosciente di un Dio che amavo, che vuole che Lo si ami e che ama Lui medesimo... Il convertito, come il miracolato, è l'oggetto (colui che riceve), e non il soggetto (l'autore) del prodigio. È falso dire di qualcuno che «si è convertito», come se si trattasse di un'iniziativa personale. Non si dice del miracolato che «si è guarito», ma che è stato guarito. Bisogna dire la stessa cosa per il convertito».

Tutti gli uomini sono suoi figli

Si è chiesto spesso a Zolli se si fosse convertito per gratitudine verso Papa Pio XII. Ha sempre risposto negativamente, aggiungendo tuttavia: «Si potrebbe dire del papato di Pio XII che è stato ispirato dalle parole del profeta Isaia: «La pace è l'armonia, la pace è la salvezza per coloro che sono vicini come per coloro che sono lontani, voglio guarirli tutti» (ved. Is. 57, 19). La Chiesa Cattolica ama tutte le anime. Essa soffre con tutti e per tutti; attende con amore tutti i suoi figli sul sacro soglio di Pietro, e tutti gli uomini sono suoi figli... Non esistono luoghi di sofferenza che non siano stati raggiunti dallo spirito d'amore di Pio XII... Nel corso della storia, nessun eroe ha comandato un simile esercito. Nessuna forza militare è stata più combattente, nessuna è stata più combattuta, nessuna è stata più eroica di quella condotta da Pio XII in nome della carità cristiana». Secondo lo storico israeliano Pinchas Lapide, la Chiesa Cattolica ha potuto salvare da una morte certa, attraverso la sua azione caritatevole, circa 850 000 Ebrei residenti nei territori occupati dal terzo Reich (Ved. Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale, del R.P. P. Blet s.j., Ed. Perrin, 1997, pag. 323).

La sera del Battesimo, Zolli non ha neppure di che cenare; Monsignor Traglia gli dà cinquanta lire di elemosina. A sessantacinque anni, si trova brutalmente confrontato a gravi problemi materiali, a cominciare da quello del sostentamento della famiglia. Fino ad allora, era sempre vissuto con la retribuzione di Rabbino e di professore. Accetta questa nuova situazione con il massimo distacco: «Chiedo l'acqua del Battesimo e nient'altro. Sono povero e vivrò povero. Confido nella Provvidenza». La notizia del Battesimo del Gran Rabbino di Roma suscita un concerto di calunnie. Lo si accusa, fra l'altro, di aver apostatato per interesse. Gli è facile rispondere: «Gli Ebrei che si convertono oggi, come all'epoca di san Paolo, hanno tutto da perdere, per quanto concerne la vita materiale, e tutto da guadagnare nella vita della grazia». Al rimprovero di tradimento, risponde indignato: «Il Dio di Gesù Cristo, di Paolo, non è forse lo stesso Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe?»

Ai giorni nostri, certi Cattolici giudicano inutile che un Ebreo si converta per diventare Cristiano. Quest'opinione è contraddetta dall'insegnamento del Concilio Vaticano II: «Infatti, solo Cristo, presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo (Ved. Marco 16, 16), ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò, non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa Cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare» (Lumen gentium, 14).

Alle ore quindici, come Gesù

Per intervento del Santo Padre, Eugenio Zolli viene nominato professore presso l'Istituto Biblico Pontificio. Nell'ottobre del 1946, entra a far parte del Terz'Ordine di San Francesco, la cui caratteristica è la povertà evangelica praticata dai laici secolari. Zolli, fedele parrocchiano della chiesa «Stella Matutina», assiste senza farsi notare ai colloqui sul Vangelo tenuti dal parroco. A Natale, nel 1955, fa lui medesimo una conferenza sull'annuncio del Redentore nell'Antico Testamento. Ma nel gennaio del 1956, è colpito da una broncopolmonite. Sua moglie, Emma, è anch'essa malata e anziana. La loro seconda figlia, Myriam, che si è sposata ed ha dato alla luce una femminuccia, Maura Brigida, è al capezzale del padre durante la di lui ultima malattia. Una settimana prima di morire, Eugenio confida ad una religiosa che lo cura: «Morirò il primo venerdì del mese, alle ore quindici, come Nostro Signore». Il venerdì 2 marzo, nel corso della mattinata, riceve la Santa Comunione. Entrato in coma, a mezzogiorno, Eugenio Zolli esala l'ultimo respiro alle tre del pomeriggio. Alla fine delle sue memorie, aveva scritto: «Possiamo soltanto affidarci alla misericordia di Dio, alla pietà di Cristo, che l'umanità mette a morte perchè non sa vivere in Lui. Possiamo solo affidarci all'intercessione di Colei il cui cuore fu trafitto dalla lancia che lacerò il costato di suo Figlio».

Attraverso il suo itinerario spirituale, Eugenio Zolli manifesta la continuità fra l'Antica e la Nuova Alleanza: Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento, aveva detto Gesù (Matt. 5, 17). «Dio ha visitato il suo popolo. Ha adempiuto le promesse fatte ad Abramo ed alla sua discendenza. Ed è andato oltre ogni attesa: ha mandato il suo Figlio prediletto... Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Eb. 1, 1-2). Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre, il quale in Lui dice tutto, e non ci sarà altra parola che quella... «Dal momento che ci ha donato il Figlio suo, che è la sua Parola, scrive san Giovanni della Croce, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola... Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perchè non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità»» (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 422 e 65). Per Zolli, le esigenze che comporta tale verità non sono state facili da mettere in opera; alla fine della vita, diceva: «Voi che siete nati nella religione Cattolica, non vi rendete conto della fortuna che avete avuto di ricevere fin dall'infanzia la grazia di Cristo; ma colui che, come me, è arrivato sulla soglia della fede dopo un lungo studio continuato per anni ed anni, apprezza la grandezza del dono della Fede e prova tutta la letizia che si ha ad essere cristiani».

Rendiamo grazie a Dio per il dono della Fede che ci ha accordato senza alcun merito da parte nostra. Conserviamo tale tesoro attraverso un vita santa, e preghiamo perchè tutti gli uomini conoscano il Messia, credano in Lui ed ottengano la Vita eterna.

Bibliografia: Eugenio Zolli, di Judith Cabaud,

Ed. F.-X. de Guibert, Parigi, 2000.

Dom Antoine Marie osb

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