Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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28 ottobre 2003
Santi Simone e Taddeo, Apostoli


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

L'educazione esercita abitualmente un'influenza decisiva sull'orientamento di tutta la vita, come dimostra la storia di un santo della provincia basca. «Fin dalla più tenera età, san Michele Garicoïts ha inteso l'appello del Signore che lo chiamava a seguirlo nel sacerdozio. La maturazione della vocazione e la disponibilità di cui ha fatto prova sono legate all'attenzione dei genitori, al loro affetto ed all'educazione morale e religiosa che ha ricevuto, in particolare grazie alle attente cure della madre. Nel suo processo spirituale, la famiglia occupa dunque un posto importante... Grazie ad essa, il giovane Michele ha imparato a rivolgersi al Signore, ad esser fedele a Cristo ed alla sua Chiesa. Ai giorni nostri, in cui i valori coniugali e familiari sono spesso scherniti, la famiglia Garicoïts rimane un esempio per le coppie e per gli educatori, che hanno la responsabilità di trasmettere il senso della vita e di far percepire la grandezza dell'amore umano, nonchè di far nascere il desiderio di incontrare e di seguire Cristo» (Giovanni Paolo II, 5 luglio 1997).

Scellerato o santo?

Michele, primogenito di sei figli, nacque ad Ibarra, villaggio della diocesi di Baiona, il 15 aprile 1797, da Arnaldo Garicoïts e da Graziana Etcheverry. La fede di questa famiglia povera è stata rafforzata dalle prove della Rivoluzione. Molti sacerdoti, braccati dai rivoluzionari, hanno trovato rifugio presso i Garicoïts, prima di esser convogliati discretamente in Spagna da Arnaldo. Michele non è nato santo; il peccato originale ci colpisce tutti. Dirà più tardi: «Senza mia madre, sarei diventato uno scellerato». D'indole vulcanica, dotato di una forza fisica superiore alla media, è volentieri battagliero e violento. Ha soltanto quattro anni, quando entra in casa di un vicino e lancia una pietra contro una donna che sospetta abbia fatto del male a sua madre, prima di scappare a gambe levate. A cinque anni, ruba una cartina di aghi ad un venditore ambulante: «Quando mia madre me la vide in mano, confesserà, mi diede una lezione coi fiocchi». In altre occasioni, essa dovette intervenire nuovamente per fargli restituire gli oggetti rubati. «Avevo solo sette anni, racconta anche, quando strappai una bella mela a mio fratello, più giovane di me di due anni. Credevo certamente di non far nulla di male; ma quando egli mi fece osservare: «Saresti contento che ti si facesse lo stesso?», mi morsi le labbra, e l'idea che non bisogna fare agli altri quel che non si vorrebbe che fosse fatto a sè, mi colpì talmente, che il fatto e tutte le circostanze non sono mai stati cancellati dalla mia memoria».

Per correggere l'indole difficile del figlio, Graziana non lo tempesta di lunghi discorsi, ma, molto semplicemente, lo volge, a partire dal mondo visibile, verso il mondo invisibile. Davanti alle fiamme che si alzano nel camino della cucina, gli dice: «Figlio mio, è in un fuoco molto più terribile che Dio getterà i bambini che commettono un peccato mortale». Il bambino trema verga a verga, ma ne trae una sana lezione sul fine ultimo, nonchè un vivo orrore del peccato. Tuttavia, più spesso dell'inferno, è il Cielo che ricorre nelle osservazioni della madre. Un bel giorno, desiderando salire in Cielo al più presto, Michele immagina che vi giungerà facilmente dall'alto della collina dove pasce il suo gregge. Dopo un'aspra salita, si accorge che il cielo è sempre altrettanto alto, ma che sembra toccare un'altra cima più elevata; ed ecco che parte alla volta della prossima collina. E così, di colle in colle, si perde e deve passare la notte all'addiaccio. Il giorno dopo, ritrova la strada, riesce a radunare il gregge e torna alla casa paterna. Nessuno gli rimprovera la sua fuga infantile, ma egli conserva nel profondo del cuore il desiderio del Cielo.

Nel 1806, Michele frequenta la scuola del paese; l'intelligenza vivace e la memoria sicura lo spingono ben presto al primo posto. Ma, fin dal 1809, suo padre lo sistema come domestico in una fattoria, affinchè guadagni qualche soldo. Quando esce con il gregge, Michele porta sempre con sè un libro per istruirsi. Impara così la grammatica ed il catechismo. Due anni dopo, una grande inquietudine gli invade l'anima: non ha ancora fatto la prima Comunione. In capo a qualche mese, ottiene il permesso di ricevere Gesù. La sete dell'Eucaristia abiterà ormai la sua anima; diventato sacerdote, scriverà: «È il Dio forte: senza di Lui, la mia anima languisce, ha sete... È il Dio vivente: senza di Lui, muoio... Piango giorno e notte quando mi vedo allontanato dal mio Dio... (ved. Sal. 41, 4)»

Michele pensa alla vocazione. A poco a poco s'infiamma al pensiero di farsi sacerdote. Di ritorno a casa, nel 1813, confessa la propria determinazione. Ma cozza contro un rifiuto, poichè la povertà della famiglia non permette di provvedere alle spese occasionate dagli studi. Il giovane ricorre allora alla nonna che, dopo aver convinto i genitori, percorre a piedi una ventina di chilometri per recarsi a Saint-Palais, dove si trova un curato che conosce bene. Ottiene da questi che accolga Michele presso di sè e gli permetta di seguire le lezioni alla scuola media. In canonica, il giovane studente conosce una vita dura: deve assumere numerosi compiti domestici, pur continuando gli studi. Ma, a prezzo di un accanimento eroico, che conviene perfettamente alla sua indole, studiando senza posa, per la strada, mangiando, ed anche durante una parte della notte, ottiene ottimi risultati. Diventa l'amico di un giovane pio che morirà prematuramente, Evaristo. «Dio, dirà più tardi a proposito di lui, gli comunicava lumi superiori a tutto il sapere dei teologi. Univa ad un grado mirabile il raccoglimento e l'unione intima con Dio, con i modi più cortesi e più caritatevoli nei riguardi del prossimo». Dopo tre anni passati a Saint-Palais, Michele viene mandato a Baiona, dove si renderà utile presso il vescovado, pur continuando seri studi presso la scuola San Leone. Gli sforzi che spiega per vincere la propria indole e consacrarsi al prossimo operano in lui una trasformazione notevole. Riferisce lui medesimo un tratto della propria condotta: «Al vescovado, mi toccava spesso subire il cattivo umore della cuoca; mi vendicavo, pulendo allegramente pentole e casseruole; essa finì per impiegare il suo tempo libero a cucirmi fazzoletti e a lavarmi la biancheria».

Spirito lento ma profondo

Nel 1818, Michele entra al Seminario Minore di Aire-sur-l'Adour, poi, l'anno dopo, al Seminario Maggiore di Dax. I professori giudicano inizialmente che ha uno spirito lento; ma, ben presto, si rendono conto che va in fondo a tutti gli argomenti e risponde sempre in modo pertinente. La diocesi di Baiona aveva allora l'abitudine di mandare a Parigi, al seminario San Sulpizio, alcuni soggetti d'eccezione, che ricevevano ivi una formazione più approfondita. All'unanimità, Michele viene designato per tale privilegio. Ma, all'ultimo momento, il vescovo, temendo a giusto titolo di perderlo per la diocesi, lo trattiene a Dax. Nel 1821, gli viene affidata la responsabilità di professore presso il Seminario Minore di Larressore; lì, durante il tempo libero che gli lasciano le lezioni, continua gli studi di teologia. Finalmente, il 20 dicembre 1823, viene ordinato sacerdote.

All'inizio del 1824, Michele è nominato vicario parrocchiale a Cambo. Il parroco, anziano e paralizzato, lascia al giovane vicario la totalità della carica del ministero. Egli dirà, ridendo: «Se sono stato scelto per questa parrocchia, è stato certamente a causa delle mie solide spalle!» Don Garicoïts riesce in poco tempo ad accattivarsi i cuori dei parrocchiani. Le prediche chiare, alla portata di tutti, animate dall'amor di Dio e del prossimo, attirano in chiesa più d'uno dei suoi compatrioti che ne avevano dimenticato la strada. La sua fama si diffonde in tutta la provincia basca ed egli passa giornate intere nel confessionale, anche a costo di privarsi dei pasti. Si occupa personalmente del catechismo dei piccoli, convinto che la missione del sacerdote è quella di insegnare gli elementi della dottrina cristiana, e che un buon catechismo rimane, per molti uomini, il principale ricordo cristiano nell'ora della morte. Il suo temperamento vigoroso gli permette di dedicarsi a numerose penitenze; tuttavia, nei giorni festivi, partecipa alle gioie della popolazione ed assiste alle partite di pelota basca. Poi, si ritira in chiesa per pregare a lungo davanti al Santissimo Sacramento.

Alla fine del 1825, Michele Garicoïts viene nominato professore di filosofia presso il Seminario Maggiore di Bétharram; ne diventa pure l'economo. Lo stato del Seminario, tanto dal punto di vista materiale che da quello spirituale, è piuttosto mediocre. Gli edifici, addossati ad una collina, sono molto umidi. La disciplina, il fervore spirituale e l'andamento degli studi lasciano a desiderare, perchè il Superiore, quasi ottantenne, non ha più la forza di gestire la casa. Don Garicoïts è mandato a Bétharram per tentare un riassestamento divenuto necessario ed urgente. Il compito non è facile, ma le qualità morali gli assicurano un grande interesse fra i seminaristi, e gli permettono di realizzare, a poco a poco, una sana riforma. Nel 1831, il Superiore del Seminario esala l'ultimo respiro, e don Garicoïts viene chiamato a succedergli. Tuttavia, quello stesso anno, il Vescovo decide di trasferire il Seminario a Baiona, dove manda prima di tutto gli studenti di filosofia. Ben presto, il nuovo Superiore di Bétharram si ritrova solo nei vasti edifici vuoti. Ma la gioia e l'umorismo non lo abbandonano...

Far del bene ed aspettare

Gli edifici del Seminario di Bétharram sono attigui ad un santuario dedicato alla Santa Vergine fin dal XVI secolo, santuario in cui si sono prodotti molti miracoli. Vi vengono, per onorare la Madre di Dio, folle da tutta la contrada, ma anche pellegrini da regioni lontane. Don Garicoïts approfitta del proprio tempo libero per consacrarsi ad un apostolato vasto e fecondo, per mezzo della confessione e della direzione spirituale. La sua sollecitudine si estende alle suore del convento d'Igon, cui rende visita parecchie volte alla settimana. A quattro chilometri da Bétharram, l'istituto religioso ospita una comunità di Figlie della Croce, membri di una Congregazione dedicata all'apostolato in ambiente popolare, fondata recentemente da santa Elisabetta Bichier des Ages. I contatti di don Garicoïts con le Suore gli permettono di apprezzare i vantaggi spirituali della vita religiosa e la sua forza apostolica. Pieno di ammirazione per sant'Ignazio di Loyola e i suoi Esercizi spirituali, desidera farsi Gesuita. Nel 1832, fa un ritiro presso i Padri Gesuiti, a Tolosa. Alla fine del ritiro, il Padre che lo dirige gli afferma: «Dio vuole che lei sia più che Gesuita... Seguirà la sua prima ispirazione, che ritengo venuta dal Cielo, e diventerà il padre di una famiglia religiosa che sarà nostra sorella. In attesa, Dio vuole che lei rimanga a Bétharram, per continuare i ministeri che assolve. Ci faccia del bene ed aspetti».

Don Garicoïts riprende dunque il suo lavoro abituale, senza abbandonare l'idea di formare una comunità religiosa dedita soprattutto all'insegnamento, all'educazione, alla formazione religiosa del popolo operaio e rurale, ma anche ad ogni specie di missione. All'uopo, prende con sè tre sacerdoti. Il vescovo accorda alla piccola comunità i privilegi dei Missionari diocesani che già esistono a Hasparren, all'altra estremità della diocesi. A poco a poco, la comunità aumenta con novizi destinati al sacerdozio e con Frati coadiutori. A Bétharram, Padre Garicoïts crea una «missione» perpetua per assicurare il servizio del santuario, accogliere e confessare i pellegrini, dirigere i ritiri. Nel corso di questi, mette tra le mani dei partecipanti il libro degli «Esercizi spirituali» di sant'Ignazio. Ispirandosi al «Principio e Fondamento» formulato da sant'Ignazio: «L'uomo è creato per lodare, onorare e servire Dio, nostro Signore, e così per salvare la propria anima», afferma: «Possedere Dio eternamente è il bene sovrano dell'uomo. Il di lui male sovrano è la dannazione eterna. Ecco due eternità. La vita presente è come una strada che possiamo far sboccare in quella delle due eternità che sceglieremo».

Che lavoro!

San Michele Garicoïts credeva fermamente, con tutta la Chiesa, all'esistenza dell'inferno. «La Chiesa nel suo insegnamento, ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, «il fuoco eterno»» (CCC, n. 1035). Molto spesso, nel Vangelo, Gesù ci mette in guardia contro l'inferno. Nel giorno del giudizio finale, si rivolgerà a coloro che saranno alla sua sinistra per dir loro: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli»... E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna (Matt. 25, 41-46). Queste parole della Verità medesima non ci possono ingannare; vi saranno dunque, in quel giorno, reprobi, perduti per sempre per colpa loro. Pertanto, lo zelo di Padre Garicoïts per la salvezza delle anime gli ispirava parole infiammate d'amore: «Operare per la salvezza e la perfezione proprie, per la salvezza e la perfezione del prossimo, è il nostro elemento, dice ai suoi sacerdoti. Adoperarvisi totalmente, per noi, è vivere; adoperarvisi negligentemente, è languire; non adoperarvisi, è la morte. Operare onde evitare l'inferno, guadagnare il cielo, salvare anime che sono costate tanto a Nostro Signore, che il demonio si sforza tanto di perdere, che lavoro! Non richiede forse tutte le nostre cure? Si può temere di strafare? Ne faremo mai abbastanza? Non ne faremo mai quanto il demonio ed il mondo fanno per perderle».

Ma il «Santo di Bétharram» non dimentica nessun aspetto della Verità rivelata. Conosce l'immensità della misericordia divina per coloro che sono disposti a riceverla. Visitando un criminale condannato a morte, gli afferma subito: «Amico, sei in una bella situazione; buttati in seno alla misericordia divina con una fiducia totale. Di': «Dio mio, abbi pietà di me!» e sarai salvato!» Diceva anche: «Se, un bel giorno, mi trovassi in pericolo di perdere la vita fra Bétharram e Igon e mi vedessi carico di peccati mortali, senza soccorso, senza confessore, mi butterei a corpo morto fra le braccia della misericordia divina e mi crederei in una bellissima situazione».

La tenerezza ovunque

Uno dei suoi religiosi scrive di lui: «Era altrettanto compreso e convinto della bontà di Dio, quanto della miseria dell'uomo. Non poteva capire nè il senso di diffidenza nei riguardi di Dio, nè la presenza dell'orgoglio nel cuore dell'uomo». Michele Garicoïts attingeva la dolcezza nella contemplazione di Gesù: «Che cosa ci raccomanda Nostro Signore? La tenerezza ovunque: nell'Incarnazione, nella santa Infanzia, la Passione, nel Sacro Cuore, in tutta la sua persona interiore ed esteriore, nelle parole, negli sguardi... Che cosa deve costituire il carattere principale della nostra vita spirituale? La tenerezza cristiana. Senza tale tenerezza, non possederemo mai quello spirito di generosità con cui dobbiamo servire Dio. Essa è altrettanto necessaria per la nostra vita interiore ed i nostri rapporti con Dio, quanto per la nostra vita esteriore ed i nostri rapporti con gli uomini. Qual è il dono dello Spirito Santo che ha per oggetto speciale di conferire tale tenerezza? Il dono della Pietà».

Nel XIX secolo, nel mondo cattolico francese, prendeva consistenza l'idea che, per ricondurre alla fede cristiana la Francia, dopo la Rivoluzione, era necessario ricondurre alla fede cristiana la scuola. Convinto di tale necessità, Padre Garicoïts apre, nel novembre del 1837, una scuola elementare a Bétharram, non senza incontrare l'opposizione di alcuni membri della sua comunità che desiderano riservare alle missioni tutte le forze disponibili. Tutttavia, il successo è immediato: gli alunni raggiungono ben presto i duecento. Per il nostro Santo, educare vuol dire «formare l'uomo e metterlo in grado di fornire una carriera utile e dignitosa nella condizione che è la sua, e preparare così la vita eterna, elevando la vita presente... L'educazione intellettuale, morale e religiosa è l'opera umana più elevata che si possa compiere; è la continuazione dell'opera divina in quel che essa ha di più nobile e di più elevato, la creazione delle anime... L'educazione imprime la bellezza, l'elevazione, la gentilezza, la grandezza. È un'ispirazione di vita, di grazia e di luce». Incoraggiato dalla trasformazione meravigliosa che constata negli alunni, il fondatore apre o rileva, col passare degli anni, parecchie scuole nella regione.

Sensibile agli attacchi dei nemici della religione, e desideroso di difendere la religione stessa, Michele Garicoïts si adopera a far luce nelle anime attraverso una seria formazione dottrinale; consacra tempo, in particolare, all'apologetica, esposto delle verità che rafforzano la nostra fede. «La fede in un Dio che si rivela, trova un sostegno nei ragionamenti della nostra intelligenza. Quando riflettiamo, constatiamo che le prove dell'esistenza di Dio non mancano. Tali prove sono state elaborate sotto forma di dimostrazioni filosofiche, secondo la concatenazione di una logica rigorosa. Ma esse possono anche rivestire una forma più semplice e, come tali, sono accessibili a chiunque cerchi di capire il significato del mondo che lo circonda» (Giovanni Paolo II, 10 luglio 1985). Il «Direttorio per la catechesi», pubblicato dalla Congregazione per il Clero, nel 1977, afferma: «Una buona apologetica, che favorisca il dialogo tra la fede e la cultura, è oggi indispensabile».

Nel 1838, don Garicoïts chiede al vescovo di poter seguire con i suoi compagni le Costituzioni dei Gesuiti. Monsignor Lacroix accetta provvisoriamente, poi consegna ai Padri, che si chiameranno ormai «Sacerdoti ausiliari del Sacro Cuore di Gesù», una nuova Regola che ha elaborato per loro. Ma tale testo è molto lacunoso: i voti non vi sono riconosciuti in tutta la loro forza; il vescovo si riserva funzioni che dovrebbero spettare al Superiore... Tuttavia, nella sua profonda umiltà e nella sua obbedienza, Padre Garicoïts si sottomette senza la minima riserva. Però certe disposizioni lacunose della nuova Regola causano in seno alla comunità dissensi di cui il Fondatore dovrà soffrire fino alla fine della vita. Egli manifesta a parecchie riprese al vescovo l'incoerenza della situazione, ma senza successo. Tornando un giorno da un colloquio con Monsignor Lacroix, confessa, in tono commosso: «Quanto è laboriosa la creazione di una Congregazione!» Bisognerà aspettare la morte del Fondatore e gli anni 1870 perchè la nuova Congregazione riesca ad impostarsi secondo le idee di Padre Garicoïts.

«Avanti! Fino al Cielo!»

In occasione dei suoi viaggi a Baiona per incontrarvi il vescovo, Padre Garicoïts si reca talvolta dai vecchi genitori. Arriva verso sera, cena e passa la maggior parte della notte a parlare con suo padre, manifestandogli la più viva tenerezza; giunge al punto di fumare utilizzando una delle pipe del vegliardo. Riprende quindi la sua attività frenetica, dividendosi fra la propria Congregazione, le Suore d'Igon, le scuole, le missioni e la direzione delle anime. Verso il 1853, la sua salute tanto robusta comincia a cedere ed un attacco di paralisi lo obbliga momentaneamente a fermarsi. Nel 1859, nuovo attacco; si rimette come per miracolo, e rassicura i suoi: «State tranquilli, andremo ancora avanti, fino a quando vorrà il Buon Dio». Durante la quaresima del 1863, una crisi particolarmente grave fa presagire la fine prossima. Sempre entusiasta, esclama davanti alle Suore d'Igon: «Andiamo! Avanti! Fino al Cielo! Bisogna andare in Paradiso!» Il 14 maggio dello stesso anno, giorno dell'Ascensione, si spegne mormorando: «Abbi pietà di me, Signore, nella tua grande misericordia».

«Eccomi, Padre!» Questo è il grido che traboccava dal cuore di san Michele Garicoïts: «Dio è un Padre, diceva, bisogna finire con l'arrendersi al suo amore, bisogna rispondergli: «Eccomi!» E subito Egli solleverà suo figlio dalla culla della miseria e gli prodigherà tutti i suoi abbracci». Tale è la grazia che chiediamo a san Giuseppe ed a san Michele Garicoïts per Lei e per tutti coloro che Le sono cari.

Dom Antoine Marie osb

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