Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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21 maggio 2002
Mese di Maria


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Primavera del 1805. Dopo la Rivoluzione francese, Papa Pio VII, che torna a Roma una volta incoronato Napoleone a Parigi, si ferma a Lione. Antonio Jaricot, negoziante di seterie in tale città, ne approfitta per sistemare la propria famiglia sul percorso del Pontefice ed implorare una benedizione personale. Pio VII pone le mani sul capo della piccola Paolina. Benedetta dal Vicario di Cristo, la bambina si distinguerà prestissimo per il suo amore per Gesù e la sua tenerezza per tutti gli infelici.

Paolina Jaricot è nata il 22 luglio 1799 a Lione. I genitori, Antonio Jaricot e Giovanna Lattier, sono profondamente cristiani. Paolina scriverà in seguito: «Beati coloro che hanno ricevuto dai genitori i primi semi della fede. Sii benedetto, Signore, per avermi dato un uomo giusto per padre, e per madre una donna piena di virtù e di carità ». Sei figli formano già la corona della famiglia, quando nasce Paolina.

Nel cortile della casa della famiglia c'è un pozzo profondo. Un giorno in cui la madre vi ha appena attinto un secchio pieno d'acqua, Paolina, in età di sette anni, si preoccupa: «Di', mamma, rimane ancora acqua nel pozzo? – Ma certo, la sorgente non diminuisce. – Oh! quanto vorrei avere un pozzo d'oro per darne a tutti gli infelici, perchè non ci siano assolutamente più poveri e nessuno pianga più». A dieci anni, la bambina viene messa in un collegio. «Ebbi la sventura, riconoscerà, di far amicizia con una compagna che, non avendo nè il candore nè la semplicità della sua età, conosceva già i calcoli e le astuzie della civetteria. Mi raccontava tutte le «conquiste» che credeva di aver fatto». Dapprima spaventata e turbata, Paolina sente ben presto nascere e aumentare in sè la necessità di piacere e di essere amata. Per fortuna, all'avvicinarsi della prima Comunione, si separa dalla sua compagna poco affidabile: «Gesù Cristo ebbe allora la meglio nel mio cuore, scrive, e quando fu deciso che Lo avrei ben presto ricevuto, pensai solo a prepararGli una dimora che non fosse troppo indegna di Lui». Dopo un approfondito esame di coscienza, fa una buona confessione, poi riceve Gesù-Ostia con una gioia immensa. Lo stesso giorno, viene fortificata dal sacramento della Cresima. Tuttavia, è ancora tentata dalla società elegante. Apprezza i bei vestiti e ascolta con compiacenza le adulazioni.

Un giorno, Paolina cade da uno sgabello; ne consegue una strana malattia: cammina come se fosse ubriaca, con l'aria persa, e perde totalmente l'uso della parola. Sua madre, che la veglia giorno e notte, si ammala anch'essa gravemente, poi muore, lontana da Paolina, il 26 novembre 1814, offrendo a Dio la propria vita per la figlia. La morte viene taciuta a quest'ultima abbastanza a lungo, per permetterle di ricuperare la salute. Con la convalescenza, Paolina ritrova il desiderio di piacere: fra le ragazze del suo ceto sociale, si distingue per essere la più elegante. Eppure, non è felice: «Il mio cuore provava una sete ardente che nulla riusciva a calmare, perchè quel povero cuore, sempre schiavo della creatura, trovava soltanto un vuoto infinito in un affetto perituro, ed un tormento inaudito nelle sue resistenze all'appello divino».

L'illusione della vanità

In una delle ultime domeniche di Quaresima del 1816, un sacerdote di grande virtù, don Giovanni Wendel Würtz, viceparroco di San Nizier a Lione, pronuncia la predica. Paolina è andata ad ascoltarlo, con il suo bel vestito primaverile. Le parole del predicatore sui pericoli e le illusioni della vanità del mondo conquistano la ragazza. Riconosce se stessa in ogni particolare della predica. Una volta finita la messa, va nella sacristia e si confida con l'uomo di Dio. Dopo una confessione generale, la penitente, radiosa ed in lacrime, è cambiata radicalmente. Indossa un vestito viola qualsiasi, e porta un berretto bianco. Ma, scriverà, «era talmente terribile per me rompere con le mie abitudini di lusso e di eleganza che, durante i primi mesi della conversione, soffrivo crudelmente quando mi mostravo in pubblico con quell'abbigliamento ridicolo. Evitavo allora di guardare i bei vestiti delle mie amiche; perchè queste cose avevano ancora per me una talmente grande attrattiva, che non sarei mai riuscita a vincere la vanità, se avessi lesinato gli sforzi».

Con l'anima purificata, Paolina sente chiaramente l'appello ad una vita più perfetta. Si dà con fervore alla preghiera ed alla penitenza, visita i poveri e gli ammalati, di cui medica con molta delicatezza le piaghe più ripugnanti. Organizza una piccola fabbrica di fiori artificiali, per ragazze disoccupate. Nella notte di Natale, nella cappella di Fourvière, Paolina si mette davanti all'altare della Vergine Nera ed offre a Dio la propria vita attraverso il voto di verginità perpetua. Gratificata di numerose grazie celesti e dotata di un elevato grado di contemplazione e di intimità con il Signore, sente il richiamo di Dio a dedicarsi al servizio degli altri. Al contatto di Cristo nella Santa Eucaristia, le vengono comunicati lumi profondi sul mistero del Redentore; desidera trasmetterli ad altre anime. Infatti, ragazze pie, operaie o domestiche, che condividono il suo desiderio di far riparazione al Cuore di Gesù, sconosciuto e disprezzato, si raggruppano intorno a lei.

La Propagazione della Fede

Gli sconvolgimenti della Rivoluzione hanno inaridito le risorse ed il reclutamento delle congregazioni missionarie. Leggendo i Bollettini delle Missioni Estere, Paolina si inquieta per la situazione e comincia a raccogliere fondi per le Missioni. Dopo aver pregato e riflettuto, riceve, nell'autunno del 1819, l'ispirazione di un'opera d'aiuto alle Missioni: «Una sera in cui cercavo soccorso in Dio, vale a dire il piano desiderato, mi fu data la chiara visione di tale piano e compresi la facilità che avrebbe avuto ciascuno dei miei amici a trovare dieci soci che dessero un centesimo ogni settimana per la Propagazione della Fede. Vidi nello stesso tempo l'opportunità di scegliere, fra i più capaci dei soci, quelli che avrebbero ispirato più fiducia per ricevere dai dieci capi di diecina la colletta dei loro soci, e la convenienza di un capo, che avrebbe riunito le collette dei dieci capi di centinaio, per versare il tutto al centro comune». Consultato, don Würtz le dice: «Paolina, lei è troppo sciocca per aver inventato questo piano... Evidentemente, esso viene da Dio. Pertanto, non solo glielo permetto, ma la incito vivamente ad eseguirlo!»

Malgrado molte opposizioni ed incomprensioni, l'opera della Propagazione della Fede si diffonde con la rapidità del lampo, in Francia, poi in tutto il mondo, portando alle Missioni soccorsi considerevoli. Viene creato un consiglio di amministrazione. Paolina si eclissa davanti ad esso: «Lasciai a chi volle prenderlo, l'onore della fondazione divina la cui ispirazione era celeste». Nella preghiera, rende grazie a Dio: «Hai messo gli occhi su quel che hai trovato di più piccolo sulla terra, per farne lo strumento della tua Provvidenza e provocare la gloria del tuo Nome adorabile, affinchè nessuna carne potesse glorificarsi davanti a te».

Lo zelo intenso di Paolina a favore delle Missioni si ispira direttamente al Vangelo. Prima di salire in Cielo, il Signore Gesù ha inviato i suoi discepoli dicendo: Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo (Marco 16, 15-16; ved. Matt. 28, 18-20). Questo incarico missionario rivela la bontà di Dio, il quale vuole che gli uomini arrivino alla conoscenza della verità e siano salvati (ved. 1 Tim. 2, 4). Infatti, «la salvezza si trova nella verità. Coloro che ubbidiscono alla mozione dello Spirito di verità sono già sulla via della salvezza; ma la Chiesa, cui tale verità è stata affidata, deve andare incontro al loro desiderio per portarla loro. Poichè crede al disegno universale della salvezza, essa deve essere missionaria» (Dichiarazione Dominus Jesus, Congregazione per la Dottrina della Fede, 6 agosto 2000, n. 22).

Perchè la Missione?

Eppure, ai giorni nostri, constata il Papa, «certi si interrogano: la missione presso coloro che non sono cristiani è ancora d'attualità?... Il rispetto della coscienza e della libertà non esclude qualsiasi proposta di conversione? Non ci si può salvare in qualunque religione?... Risalendo alle origini della Chiesa, vediamo affermato chiaramente che Cristo è l'unico Salvatore di tutti, Colui che è solo in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio... Non vi è infatti altro Nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati (Atti 4, 12). Quest'affermazione, rivolta da san Pietro al Sinedrio, ha una portata universale, perchè per tutti – Ebrei e pagani –, la salvezza può venire soltanto da Gesù Cristo... Questa rivelazione definitiva che Dio fa di se stesso (in Gesù Cristo) è la ragione fondamentale per cui la Chiesa è missionaria per natura. Essa non può non proclamare il Vangelo, vale a dire la pienezza della verità che Dio ci ha fatto conoscere su Se stesso. Cristo è l'unico mediatore fra Dio e gli uomini (ved. 1 Tim. 2, 5-7). Gli uomini possono dunque entrare in comunione con Dio solo attraverso Cristo, sotto l'azione dello spirito. La sua mediazione unica ed universale, lungi dall'essere un ostacolo sulla strada che conduce a Dio, è la via tracciata da Dio stesso» (Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptoris Missio, RM, 7 dicembre 1990, nn. 4 e 5). Alla domanda: «Perchè la Missione?», il Santo Padre risponde che in Cristo, «e in Lui soltanto, siamo liberi da ogni alienazione e da ogni aberrazione, dalla sottomissione al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente la nostra pace (Ef. 2, 14) e l'amore di Cristo ci spinge (2 Cor. 5, 14), dando alla nostra vita il suo vero senso e la sua vera gioia» (RM, n. 11).

Con i santi di tutti i tempi, Paolina ha riconosciuto la necessità della Missione. L'opera da lei fondata continua ancor oggi: la Propagazione della Fede aiuta più di 900 diocesi in Africa, in Asia, nell'America Latina e in Oceania, attribuendo a ciascuna diocesi un sussidio annuo ordinario e sussidi straordinari, secondo i bisogni. Il denaro proviene dalle questue e da donazioni che hanno luogo in tutto il mondo e sono raggruppate a Roma.

Fra il 1822 ed il 1826, la malattia e la necessità di una maggiore intimità con il Signore, obbligano Paolina a ritirarsi nel silenzio. I lumi divini che riceve allora la spingono nuovamente all'azione. Molto affezionata al Santo Rosario, vuole propagarne la devozione. Constatando che poca gente dispone di tempo e di fervore sufficiente per recitarlo interamente, ha l'ispirazione di suddividerlo fra quindici persone che avrebbero da recitarne solo una diecina al giorno, meditando su un mistero. «Mi sembrò che fosse giunta l'ora, scriverà più tardi, di realizzare il disegno, da molto elaborato, di un'associazione accessibile a tutti, che avrebbe prodotto l'unione con la preghiera, e di cui l'unica e breve pratica, che non avrebbe spaventato nessuno, avrebbe facilitato ai fedeli l'abitudine della meditazione quotidiana, anche se tale meditazione fosse durata solo per qualche minuto, sui misteri della vita e della morte di Gesù Cristo». Fu così fondato, nel 1826, «il Rosario Vivo». Con l'aiuto di un sacerdote gesuita, Paolina aggiunge a quest'opera la distribuzione di oggetti religiosi e di buoni libri per risvegliare e mantenere la fede. Attraverso la preghiera e la diffusione della buona dottrina, il Rosario Vivo contribuirà ad innumerevoli conversioni.

Percepire lo sconforto

Per dare uno stile di vita alle ragazze che si sono raggruppate intorno a lei, Paolina fonda l'istituto delle Figlie di Maria, dedite alla cura degli ammalati, in una casetta che essa chiama «Nazaret», sulla collina di Fourvière. Poi, acquista una vasta tenuta vicina, «Loreto», che diventa la sede ufficiale del Rosario Vivo. Nel mese di aprile del 1834, Paolina si ammala gravemente, a tal punto che riceve l'Estrema Unzione. Malgrado ciò, si reca in Italia, e, incoraggiata da Papa Gregorio XVI, implora ed ottiene la propria guarigione da santa Filomena. Il Santo Padre, pieno di ammirazione e di gioia nell'apprendere il miracolo, la riceve in Vaticano. Tornata a Lione nel 1836, Paolina constata che «Loreto» diventa un luogo d'incontro e di vita spirituale sempre più frequentato in cui gli ospiti vengono accolti con rispetto e cordialità. Si annoverano fra di essi, Pietro Giuliano Eymard, san Giovanni Battista Maria Vianney, santa Teresa Couderc, santa Claudine Thévenet, ecc. Sempre al suo posto, Paolina ascolta, conforta, chiarisce, apre il proprio cuore e la propria borsa. Un giorno del 1842, una ragazza, Francesca Dubouis, le porta una lettera del Curato d'Ars: «Gentile Signorina Jaricot, Le mando un'anima che il buon Dio ha creato naturalmente per Sè e per Lei... La Santa Vergine l'ha preservata finora da qualsiasi male, la mantenga dunque a Sua volta, e le insegni ad amare di più Gesù e Maria». Francesca diventerà la confidente di Paolina fino alla morte della medesima.

Da molto tempo, Paolina ha percepito lo sconforto provocato negli operai dalla rivoluzione industriale. La situazione dei setaioli è particolarmente tragica a Lione: certi hanno vitto ed alloggio presso il capo della filanda che li impiega, stipati con la famiglia in alloggi esigui, e ricevono un compenso irrisorio per sedici ore di lavoro al giorno. Paolina annota: «Nell'operaio, la miseria affievolisce a poco a poco la buona volontà e la virtù. I ricchi non sospettano, in mezzo all'abbondanza ed alla sicurezza, quel che provano un padre, una madre cui i figli chiedono pane, quando manca il lavoro, o quando la malattia lo rende impossibile... Pane!... Ma allora, per averne, bisogna mendicare; e non tutti hanno la forza di arrivare a questo punto... Mi sembra di aver acquisito la certezza che bisognerebbe prima di tutto restituire all'operaio la sua dignità d'uomo, strappandolo alla schiavitù di un lavoro incessante; la sua dignità di padre, facendogli ritrovare le dolcezze e le attrattive della famiglia; la sua dignità di cristiano, procurandogli, insieme alle gioie del focolare domestico, le consolazioni e le speranze della religione». Dopo aver pregato a lungo, Paolina decide di consacrare i suoi averi alla creazione di un centro industriale dove un lavoro organizzato con prudenza e retribuito secondo giustizia, permetterebbe a Gesù di regnare sui cuori. Approfittando di un'occasione propizia, getta le basi di un'impresa che sarà per lei una vera via crucis, dal 1841 alla morte, vale a dire durante vent'anni.

Per lanciare la fabbrica, Paolina affida a persone che le sono state raccomandate una somma di 700.000 franchi-oro. All'inizio, l'impresa sembra funzionare in modo soddisfacente; i consuntivi presentati sono ottimistici. Ma gli uomini d'affari in cui essa ha riposto la fiducia, sottraggono i capitali a proprio favore. «Sono caduta, scrive, come quell'uomo che andava da Gerusalemme a Gerico, nelle mani di ladri». Paolina perde i suoi averi e si ritrova piena di debiti, incalzata dai creditori. In tale situazione drammatica, la sua preoccupazione si rivolge prima di tutto ai numerosi poveri che le hanno prestato piccole somme per la fabbrica; tiene assolutamente a rimborsarli, per evitar loro la miseria, e, pertanto, si risolve a mendicare. Ma questa storia ha rovinato la sua reputazione. La direzione dell'opera per la Propagazione della Fede, che ha fondato lei stessa, così statuisce sulla sua richiesta di aiuto: «Considerando che non è il caso di riconoscerle la qualità di fondatrice, di cui si prevale, il consiglio rifiuta di concederle un aiuto finanziario».

«Più di altri, dirà Papa Paolo VI, Paolina doveva incontrare, accettare e superare nell'amore una somma di contestazioni, di sconfitte, di umiliazioni, di abbandoni che diedero alla sua opera il marchio della Croce e la sua misteriosa fecondità». Infatti, tutte le porte si chiudono davanti a colei che ne ha aperte tante per altri, e, ad ogni nuova sofferenza, essa ripete: «Dio mio, perdona loro e colmali di benedizioni via via che essi mi caricano di altre pene». Il santo Curato d'Ars esclamerà un giorno dal pulpito: «Fratelli! Conosco una persona che sa accettare bene le croci, anche quelle più pesanti, e che le porta con grande amore. Questa persona, fratelli, è la Signorina Jaricot, di Lione!»

La vera felicità

Nel 1852, viene suggerito a Paolina di aprire attraverso la tenuta di «Loreto» una scorciatoia per accedere al santuario di Fourvière, dietro il pagamento di un diritto di passaggio. Gli introiti così ottenuti, le permetterebbero di rimborsare i suoi debiti. Purtroppo, una vicina crea, nel 1856, un sentiero concorrente che, senza tener conto del diritto di proprietà, attraversa la tenuta di «Loreto». Malgrado una decisione giudiziaria in suo favore, Paolina rinuncia ad agire contro la sua vicina. Avrà così il dolore di morire senza aver potuto rimborsare la totalità dei suoi debiti.

D'altra parte, la fabbrica non esiste più: è stata venduta a favore di uno dei creditori. Apparentemente, Paolina ha dunque subito uno smacco. In realtà, ha fecondato con le sue sofferenze accettate bene altre opere dello stesso genere, che verranno riprese dopo di lei. In seno alla Chiesa, è stata una delle prime voci ad elevarsi contro gli abusi della rivoluzione industriale, preparando così l'Enciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, sui diritti degli operai ad un salario giusto ed a condizioni di vita decenti. Ai giorni nostri, la Chiesa, confrontata a situazioni nuove, continua ad insistere sui doveri di giustizia e di solidarietà. Il 4 novembre 2000, Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato ai responsabili politici, in occasione del loro giubileo a Roma: «Con il fenomeno della mondializzazione dei mercati, i paesi ricchi e sviluppati tendono a migliorare ancora di più la situazione economica, mentre i paesi poveri tendono ad affondare in forme di povertà sempre più penose... È lo spirito della solidarietà che deve aumentare nel mondo, per vincere l'egoismo della gente e delle nazioni... I cristiani che si sentono chiamati da Dio alla vita politica hanno per missione quella di sottomettere le leggi del mercato «selvaggio» alle leggi della giustizia e della solidarietà. È l'unico mezzo per assicurare al nostro mondo un avvenire pacifico, distruggendo alla radice le cause di conflitti e di guerre: la pace è il frutto della giustizia».

In capo ad una tregua di 35 anni, la malattia di cuore di Paolina si aggrava. Dopo aver languito per parecchi mesi, la serva di Dio riceve nuovamente l'Estrema Unzione la sera della prima domenica dell'Avvento 1861. Il 9 gennaio seguente, ben prima dell'alba, la si sente mormorare: «Come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offesi... Maria! Maria! Sì, sì, fiat!» infine: «Maria, Madre mia... sono...tutta tua...!» Sono le sue ultime parole. Alle cinque del mattino, con un sorriso sulle labbra, Paolina esala l'ultimo respiro ed entra, tutta giovane, tutta bella, tutta radiosa nella vera vita, la Vita Eterna. Il 25 febbraio 1963, il beato Papa Giovanni XXIII ha dichiarato l'eroicità delle di lei virtù, il che le vale il titolo di Venerabile.

Sei anni prima della morte, Paolina aveva redatto un testamento spirituale in cui si può leggere: «Il mio unico tesoro è la Croce! Abbandonandomi a te, Signore, sottoscrivo la mia vera felicità; prendo possesso del mio solo vero bene. Che m'importa dunque, o volontà perfettamente amata ed amabile del mio Dio, che tu mi tolga i beni terreni, la reputazione, l'onore, la salute, la vita, che tu mi faccia scendere, attraverso l'umiliazione, fin nel pozzo e nell'abisso più profondo... Accetto il tuo calice. Riconosco che ne sono assolutamente indegna, ma è ancora da te che aspetto il soccorso, la trasformazione, l'unione e la consumazione del sacrificio, per la tua massima gloria e per la salvezza dei miei fratelli».

Dal 17 al 19 settembre 1999, si sono svolte a Lione e a Parigi celebrazioni in onore del bicentenario della nascita di Paolina Jaricot. In tale occasione, Papa Giovanni Paolo II ha mandato all'arcivescovo di Lione una lettera encomiastica per la Venerabile: «Attraverso la fede, la fiducia, la forza d'animo, la dolcezza e l'accettazione serena di tutte le croci, Paolina si è mostrata degna discepola di Cristo... Mettere in evidenza questa figura segnata prestissimo da una volontà inaudita di intraprendere, deve stimolare l'amore dell'Eucaristia, la vita di preghiera e l'attività missionaria di tutta la Chiesa, il cui fine proprio è quello di unirsi al Salvatore, di farlo conoscere e di attirarGli tutti gli uomini... Seguendo l'insegnamento di Paolina, la Chiesa deve trovare un incoraggiamento per consolidare la sua fede, che apre all'amore dei fratelli, e per seguire la sua tradizione missionaria, nelle forme più varie».

Che san Giuseppe, Protettore della Chiesa e della sua Missione, ci ottenga la grazia di imitare gli esempi della venerabile Paolina, e di operare senza posa per la salvezza delle anime.

Dom Antoine Marie osb

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