Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


[Cette lettre en français]
[This letter in English]
[Dieser Brief auf deutsch]
[Deze brief in het Nederlands]
[Esta carta en español]
[Aquesta carta en català]
12 marzo 2002
Mese di San Giuseppe


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«La società tecnica ha moltiplicato le occasioni di piacere, ma ha grandi difficoltà per ingenerare la gioia. Perchè la gioia viene da altrove. È spirituale. Spesso, il denaro, le comodità, l'igiene, la sicurezza materiale non mancano; eppure la noia, la tetraggine, la tristezza rimangono, purtroppo, la sorte di molti... Si può parlare della tristezza dei non credenti, quando lo spirito umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio, e dunque orientato istintivamente verso di Lui come suo bene supremo, unico, rimane senza conoscerLo chiaramente, senza amarLo, e, di conseguenza, senza provare la gioia che portano la conoscenza di Dio, anche se imperfetta, e la certezza di avere con Lui un legame che perfino la morte non saprà rompere» (Paolo VI, Esortazione Gaudete in Domino, GD, sulla gioia cristiana, 9 maggio 1975).

La conoscenza e l'amore di Dio dilatano il cuore dell'uomo e possono condurlo fino a dare con gioia la vita per la salvezza dei propri fratelli, come mostra l'esempio di san Giusto di Bretenières.

«Vedo i Cinesi»

Giusto di Bretenières nasce a Chalon-sur-Saône, in Borgogna, nella casa dei nonni materni, il 28 febbraio 1838. Qualche mese più tardi, i suoi genitori tornano nel castello di Bretenières, proprietà della famiglia vicina a Digione, dove vivono durante l'estate, mentre trascorrono l'inverno a Digione. Preoccupandosi della sorte futura del figlio, la Signora di Bretenières lo affida alla Santa Vergine: «Regina degli Angeli, ricordati che sei la Madre di questo piccolo... Te lo consacro per sempre!» A sei anni, Giusto gioca con il fratello Cristiano, più giovane di lui di due anni, nel parco del castello di Bretenières; scavano la terra con palette. «Taci!» dice improvvisamente Giusto al fratello. Si china sul buco che ha appena scavato e si rialza gridando: «Vedo i Cinesi!... Oh! li sento... mi chiamano!... Bisogna che vada a salvarli!» Quest'episodio lascia nel pensiero di Giusto un'impronta profonda che non sarà mai cancellata. Qualche anno dopo, quando il fratello gli dice: «Il castello spetterà a te, un giorno, perchè sei il primogenito», risponde: «Oh no, non sarà mio; sarà tuo, perchè io mi farò sacerdote». La più grande felicità di Giusto è quella di servire la Messa, o di incensare il Santissimo Sacramento. Fa a gara di zelo con il fratello per dare al mese di Maria, il mese di maggio, tutta la bellezza possibile.

In seno alla famiglia di Bretenières, i figli hanno largamente il necessario, ma nulla viene accordato al lusso o alla mollezza. Nell'ottobre del 1851, i due ragazzi vengono affidati ad un precettore di 28 anni, don Gautrelet. Questi ha notato in Giusto una tendenza a giudicare secondo una logica un po' eccessiva, che non gli permette di ammettere le opinioni moderate; si tratta della pratica delle virtù; secondo lui, non devono esistere nè imperfezioni, nè sfumature. Il carattere di Giusto è piacevole, la stabilità del suo umore è abituale. Gioca volentieri, ma piuttosto per compiacere che per gusto. Tuttavia, una sera, Giusto si lamenta perchè una partita a carte che gli piace molto non ha potuto aver luogo. Per punirlo della sua impazienza, non si giocherà nei giorni seguenti.

Nervoso e sensibile, Giusto mostra, fin dalla più tenera età, un timore eccessivo del dolore. Ma il desiderio della vita missionaria lo stimola a sopportare allegramente le fatiche, il caldo, la sete, ad abituarsi ai fardelli e ad accontentarsi di poco durante le gite in montagna, nel corso delle vacanze. Nel 1856, ottiene la maturità a Lione, poi inizia una laurea in lettere, visto che i suoi genitori lo trovano troppo giovane per realizzare la sua vocazione. Nel suo disegno di darsi a Dio, pensa ai Domenicani che hanno missioni in Estremo Oriente; anche la vita monastica lo attira. Ma, finalmente, su consiglio del suo confessore e dei genitori, entra al Seminario di Issy (Parigi). Lì, la chiamata di Dio per le missioni si conferma: «Parlavamo, un giorno, del Santissimo Sacramento, dirà più tardi uno dei suoi condiscepoli, e ci lamentavamo nel vedere quanto la memoria di questo beneficio occupi poco posto nella vita dei cristiani. – Guardare l'ostia consacrata, diceva Giusto, sentire il suo appello divino che invita alla conquista lontana delle anime, e tirarsi indietro, è possibile?» Il giovane seminarista passa due anni ad Issy. Gli si affidano le funzioni di organista e di infermiere. Il suo dinamismo gli attira la simpatia dei confratelli. Di tanto in tanto, va a trovare i genitori che hanno un appartamento a Parigi.

Nel mese di maggio 1861, decide di entrare al Seminario delle Missioni Estere di Parigi. I Signori di Bretenières accettano, non senza dolore. Il 28 giugno, Giusto scrive: «mi rendo perfettamente conto che la strada che imbocco è dura e difficile, non mi nascondo nè gli ostacoli, nè le sofferenze, nè i pericoli che vi incontrerò; ma, ripeto, mi affido interamente a Dio».

Nel Seminario delle Missioni, nell'autunno del 1861, Giusto viene accolto come un fratello atteso da molto tempo: «Ieri sera, all'uscita dal refettorio, scrive, tutti mi hanno abbracciato. Nostro Signore diffonde qui una carità straordinaria. Si è più che fratelli, si forma un tutto unico, un solo cuore, una sola anima». L'anno comincia con un ritiro secondo gli Esercizi di sant'Ignazio. Giusto ne esce pieno di fervore. Scrive a suo fratello: «La cosa principale che ho da dirti è e sarà sempre quel che sant'Ignazio diceva e ripeteva a san Francesco Saverio che si dava un gran daffare per acquisire sapere a Parigi: Che gioverebbe all'uomo guadagnare tutto il mondo, se perdesse l'anima sua? (Matt. 16, 26)... Per giungere al più presto possibile a trovare il posto cui ti ha destinato la Provvidenza, ricordati di questo e non perderlo mai di vista: tutto quel che crederai, all'infuori di Dio, capace di soddisfarti, non ti soddisferà mai. Tutto è vanità, tranne amare Nostro Signore».

Un'allegria proverbiale

Alla fine dell'anno, Giusto si aspetta di ricevere gli ordini minori, ma non figura fra i chiamati. Ignora che i regolamenti del seminario esigono un anno completo, prima di ricevere gli ordini. Credendo dunque che i superiori lo giudichino inadatto alle missioni, ne prova una viva amarezza: «Da due giorni, scrive al fratello, mi trovo sotto il peso di questo provvedimento che mi sembra inspiegabile; perchè, scrutando il mio cuore, non riesco a dubitare della mia vocazione. Tuttavia, prima di interrogare il direttore e di confidargli la mia sofferenza, voglio offrire totalmente a Dio il sacrificio delle mie aspirazioni, se necessario, e rimettermi alla sua volontà. La notte, non posso dormire; ma quando mi sento troppo turbato, mi metto a cantare sottovoce qualche inno alla Santa Vergine, nelle cui mani ho posto i miei interessi; mi fa bene e mi ridà coraggio». Poco dopo, il suo superiore, Padre Albrand, lo rassicura: è effettivamente chiamato alla vita missionaria.

Gli anni passano, nella preghiera, lo studio e l'opera di santificazione: «Vi sono cose che mi occupano più della prospettiva della vita missionaria, scrive; è la perfezione personale che necessita a tutti i sacerdoti. È su questo punto che devo insistere di più e fare molti sforzi». Lo studio assiduo delle opere di san Giovanni della Croce gli indica la via da seguire. Tutte le mattine, consacra un ampio lasso di tempo alla preghiera. Durante la giornata, fortifica la propria fede con adorazioni prolungate davanti al Tabernacolo; la devozione all'Eucaristia lo sosterrà per tutta la vita. Per imitare Gesù Cristo povero, si sforza di vivere poveramente, nel vestire, nell'assetto della sua stanza, ecc. Si dedica con fervore al servizio dei poveri dei dintorni, dove i seminaristi vengono inviati. Preferisce soprattutto i lavori più umili, e afferra tutte le occasioni per abbassarsi agli occhi degli altri. Per ubbidienza, sottopone tutto quel che fa all'approvazione del suo Superiore. Malgrado tali pratiche austere, la sua allegria è proverbiale; in classe, fa ridere i confratelli. Gli piace scherzare ed imita alla perfezione il canto del gallo; più di una volta, mette in subbuglio i pollai, simulando, in piena notte, il « chicchirichì» dell'aurora. In lui, la gioia esteriore è il frutto di un'intensa vita spirituale.

Sa di essere amato

«Per il cristiano, come per Gesù, scrive Papa Paolo VI, si tratta di vivere, nell'azione di grazia al Padre, le gioie umane che il Creatore gli dà... Perchè Cristo ha vissuto la nostra condizione di uomini in tutto e per tutto, tranne il peccato, ha accettato e provato le gioie affettive e spirituali, come un dono di Dio... Ma quel che importa è afferrare bene il segreto della gioia insondabile che abita Gesù, e che gli è propria... Se diffonde una tale pace, una tale allegria, una tale disponibilità, è a causa dell'amore ineffabile di cui si sa amato dal Padre... I discepoli, e tutti coloro che credono in Cristo, sono chiamati a partecipare a questa gioia (...), frutto dello Spirito Santo: essa consiste nel fatto che lo spirito umano trova il riposo ed un'intima soddisfazione nel possesso del Dio trinitario, conosciuto attraverso la fede ed amato con la carità che viene da Lui» (GD).

Tuttavia, continua il Papa, «la gioia spirituale, sulla terra, includerà sempre, in qualche misura, la dolorosa prova della donna che partorisce, ed un certo abbandono apparente, simile a quello dell'orfano: pianti e lamenti, mentre il mondo ostenterà una maligna soddisfazione. Ma la tristezza dei discepoli, che è secondo Dio e non secondo il mondo, sarà prontamente cambiata in una gioia spirituale che nessuno potrà loro togliere (ved. Giov. 16, 20-22)» (GD). Talvolta, Giusto attraversa lo sconforto. Gli capita di scoraggiarsi al pensiero delle virtù necessarie al missionario e delle sofferenze sopportate dai suoi predecessori. Un giorno, non potendone più, va dal Padre Superiore. «Non posso più rimanere qui; la coscienza mi obbliga a tornare dai miei», dice tristemente. Padre Albrand lo ascolta sorridendo: «È tutto quel che ha da dirmi? – Sì, Padre. – Allora risalga nella sua stanza e non ci pensi più!» La tentazione si dissipa immediatamente.

Il 21 maggio 1864, Giusto viene ordinato sacerdote. «Chiedi per me la grazia del martirio, scrive ad un amico». Non c'è più che da aspettare l'ordine di partire in missione. Gli aspiranti alle missioni ignorano fino all'ultimo momento il luogo della loro destinazione. Devono esser pronti ad accettare dalle mani di Dio la missione in cui saranno inviati, qualsiasi essa sia. Avendo fatto il sacrificio totale di se stesso, Giusto rimane perfettamente indifferente. Il lunedì 13 giugno, il Superiore lo chiama: «Che missione preferisce? – Non preferisco nulla. – Allora, la mando nel Tibet. Le conviene? – Perfettamete, Padre. – No, andrà nel Tonchino. – Come vuole. – Insomma, è indifferente? – Sì, Padre. – Ora, parliamo seriamente... Andrà in Corea». Giusto scrive immediatamente al suo ex precettore: «Credo che Nostro Signore mi abbia dato la parte migliore... Evviva la Corea, terra di Martiri!» Infatti, il sangue dei cristiani è stato sparso abbondantemente sulla terra della Corea, nel corso dell'ultimo secolo.

Il martedì 19 luglio 1864, Giusto e nove confratelli s'imbarcano a Marsiglia alla volta dell'Estremo Oriente. Riescono ad entrare in Corea, clandestinamente, il 29 maggio 1865. Giusto risiede a Seul, la capitale, vicino al suo Vescovo, Monsignor Berneux: «Eccomi diventato cittadino di Seul «luogo di delizie». Ma non lasciatevi abbagliare da questa mirifica denominazione. Immaginatevi un immenso agglomerato di casupole di terra, tutte strette l'una contro l'altra, che lasciano fra di loro, a mo' di strade, solo piccoli passaggi dove due persone fanno fatica ad incrociarsi. Queste stradine servono in pari tempo da fognature... Vi lascio pensare in che cosa si è costretti a camminare!»

Sotto il cappello

Alloggia presso cristiani, in una stanza poverissima: per sedia, la terra; per tavolo, la terra; per letto, un semplice pezzo di legno sotto la testa. Quando esce, unicamente di notte, a causa delle persecuzioni, è vestito a lutto, con «un cappello di tipo tetto di colombaia, che ti avvolge e scende fino ai gomiti, ottimo mezzo per non esser visti da nessuno e che ti impedisce di vedere: puoi così pregare sotto il cappello!» Preghiera e studio della lingua coreana occupano le sue giornate. In capo a sei mesi, grazie all'aiuto di un giovane cristiano, il missionario è capace di farsi capire sufficientemente in coreano, per predicare e confessare.

I catecumeni vengono da molto lontano (150 km ed anche di più), per farsi battezzare o per ricevere la santa Comunione: «Ho visto, scrive Giusto, donne settantenni fare 240 km per comunicarsi. Povere anime che vedono il sacerdote un solo giorno all'anno, e che hanno tanta sete della Parola di Dio! E dire che in Europa i fedeli hanno queste ricchezze a profusione e non ne approfittano sempre come dovrebbero!» Con il nome di Padre Paik, Giusto è felice di poter cominciare ad aiutare i confratelli: nel corso degli ultimi mesi del 1865, sente confessioni, prepara e battezza almeno 40 adulti, benedice parecchi matrimoni, dà talvolta la Cresima, amministra spesso l'Estrema Unzione. Le conversioni si annunciano numerose.

Ma ecco il temporale. Dopo un periodo di calma, le persecuzioni contro gli Europei e contro i Cristiani riprendono vigorosamente. Il tradimento di un domestico del Vescovo porta all'arresto di parecchi sacerdoti. Monsignor Berneux viene catturato il 23 febbraio 1866. La mattina del 26, soldati irrompono nella stanza di Giusto nel momento in cui di appresta a celebrare la Messa, e lo portano via, legato con una corda rossa, segno distintivo dei grandi criminali. All'arrivo in tribunale, ha la gioia di ritrovare il suo Vescovo: con una profonda umiltà e un gran rispetto, si prosterna davanti a lui, prima di andare a sedersi sulla sedia che gli è riservata. Alle domande che gli sono poste, Giusto risponde instancabilmente: «Sono venuto in Corea per salvare le vostre anime. Morirò con piacere per Dio».

Subisce allora il supplizio del «shien-noum»: si assennano all'interessato, legato su una sedia, colpi con un bastone a sezione triangolare sulle tibie e sui piedi. Quattro giorni di seguito, il missionario compare davanti a varie istanze. Dopo ogni interrogatorio, gli viene lacerato il corpo con un piolo appuntito che è grosso quanto un braccio. Nelle sofferenze, il martire prega in silenzio. Tutte le sere, è riportato spossato in prigione, dove le ferite gli sono curate con carta oleata. Con Giusto, sono torturati e poi condannati a morte Monsignor Berneux ed i Padri Beaulieu e Dorie.

Saltare dalla gioia

Il loro amore delle anime li ha portati fino al dono più totale di se stessi. Nel 1862, Giusto aveva scritto al suo ex precettore, che, pur pieno di zelo per la salvezza delle anime, temeva le rinunce che gli avrebbe imposto la vocazione missionaria: «Oh! Chi conosce il prezzo di un'anima e non stima nulla più del fatto di operare per salvarla, fa poco caso di tutto quel che sarà costretto a fare per questo; riderebbe di stupore se qualcuno gli dicesse: «Ma considera che hai le tue abitudini regolari di bere, di mangiare, di alzarti, di metterti a letto, e che dovrai rinunciare a tali abitudini». Gli verrebbe soltanto in mente che, lasciando tutto ciò lascia qualcosa?... L'amore del bene delle anime porta altrove i suoi pensieri; attraversa i mari senza pensare ai pericoli che corre; salterà dalla gioia se Dio lo condurrà in un posto in cui tutto minaccia la sua vita; non potrà trattenere canti di letizia se si vedrà esposto alle persecuzioni, minacciato dal gladio, senza posa sul punto di morire di fame, di stanchezza, di miseria, di angoscia; e con tutto questo, crederà che non soffre abbastanza, perchè ci sono anime che gli stanno davanti, sorde ancora alla grazia».

8 marzo 1866 – Incapaci di stare in piedi, i condannati vengono portati sul luogo dell'esecuzione, legato ognuno su una sedia. In quanto criminali di Stato, devono essere giustiziati su una delle grandi spiagge di sabbia situate a circa 5 km da Seul. Quattrocento soldati in armi tengono a bada la folla. Ad alcuni astanti che li insultano, il santo Vescovo risponde con fermezza: «Non burlatevi e non ridete così; dovreste piuttosto piangere. Eravamo venuti per indicarvi la via del Cielo, ed ecco che ora non possiamo più farlo. Quanto siete da compiangere!» Durante il percorso, i portatori si fermano parecchie volte. Monsignor Berneux ne approfitta per intrattenersi con i compagni di martirio. La gioia, dono di Dio a coloro che dimenticano se stessi e si sacrificano per Lui, risplende sui loro volti e stupisce i pagani. «Morire è dolce!» dice loro Giusto, volgendo verso di essi la faccia raggiante di pace. «Il mondo – quello che è inadatto a ricevere lo Spirito di Verità – non vede che un lato delle cose. Considera soltanto l'afflizione e la povertà del discepolo, mentre questi rimane sempre nella gioia nel più profondo del suo essere, perchè è in comunione con il Padre e con suo Figlio, Gesù Cristo» (Paolo VI, GD).

Giusto viene chiamato per secondo, dopo il Vescovo. Depositato a terra, è spogliato delle sue vesti. Entrambi gli orecchi, ripiegati su se stessi, vengono trafitti ciascuno con una freccia. Sotto le braccia, legate dietro alla schiena, viene infilato un grosso e lungo bastone: due soldati lo sollevano e, sostenendolo in tale dolorosa posizione, cominciano una lunga marcia a spirale per mostrarlo all'assemblea. Poi, viene depositato a terra, in ginocchio, con la testa china in avanti. Al segnale del mandarino, sei carnefici eseguono una danza circolare attorno al martire, brandendo le sciabole e lanciando senza posa grida feroci: «A morte! A morte!» Poi, lo colpiscono: al quarto colpo, la testa cade. Per gli spettatori, tutto è finito; ma l'anima di Giusto è già nella letizia senza fine del Cielo. Era vissuto su questa terra di lacrime per 28 anni. Alla notizia della morte del figlio, il dolore profondo del padre gli fa versare abbondanti lacrime. La madre non piange, ma il suo viso esprime un'intensa sofferenza. Entrambi cadono in ginocchio e ringraziano il buon Dio: il loro figlio è in Cielo.

Caduto a terra

Dal punto di vista umano, la morte di Giusto, che interrompe un apostolato troppo breve, è un insuccesso. Ma la fede ci assicura che se il chicco di grano cade in terra, produce molto frutto (ved. Giov. 12, 24). In occasione della canonizzazione dei 103 martiri della Corea – fra cui Giusto di Bretenières ed i suoi compagni –, il 6 maggio 1984, Papa Giovanni Paolo II diceva: «La morte dei martiri è simile alla morte di Cristo sulla Croce, perchè, come la sua, la loro è diventata l'inizio di una vita nuova. Questa vita nuova si è manifestata non solo in essi – in coloro che hanno subito la morte per Cristo –, ma si è estesa pure ad altri. È diventata il fermento della Chiesa in quanto comunità viva di discepoli e di testimoni di Gesù Cristo. «Il sangue dei martiri è una semente di cristiani»; quest'espressione dei primi secoli del cristianesimo trova conferma davanti ai nostri occhi».

Infatti, la Chiesa cattolica in Corea ha conosciuto, e conosce ancora ai giorni nostri, uno sviluppo stupefacente. Tutti gli anni, più di 100.000 catecumeni ricevono il Battesimo. Dal 1990 al 1996, il numero di cattolici in Corea è passato da 2,7 a 3,5 milioni; essi rappresentano il 7,7% della popolazione. I sacerdoti coreani sono più di un migliaio, governati da 18 vescovi. Il nuovo Presidente della Corea del Sud, eletto il 18 dicembre 1997, è un cattolico praticante. Il 18 ottobre 2000, gli è stato conferito il premio Nobel della Pace. Il dinamismo evangelizzatore della Corea si manifesta attraverso l'invio di più di 200 missionari (sacerdoti, monaci e suore) all'estero; d'altro canto, 60 sacerdoti si sono dichiarati volontari per partire ad evangelizzare la Corea del Nord (comunista), non appena le circostanze lo permetteranno.

I martiri non hanno versato invano il loro sangue. «Sono entrati nella letizia di Maria che, ai piedi della Croce, ha partecipato alla Passione ed alla morte del suo Figliolo e Salvatore. La Regina dei martiri si rallegra con noi!» (Giovanni Paolo II, Ibid.). «Dopo Maria, scriveva Paolo VI, incontriamo l'espressione della letizia più pura, più ardente, là dove la Croce di Gesù è abbracciata con l'amore più fedele, nei martiri, cui lo Spirito Santo ispira, nel cuore della prova, un'attesa appassionata della venuta dello Sposo» (GD). Chiediamo a san Giusto di Bretenières di ottenerci la letizia che dà lo Spirito Santo, anche in seno alle più dolorose prove della vita.

Raccomandiamo Lei ed i Suoi defunti a Gesù, Maria e Giuseppe; preghiamo secondo tutte le Sue intenzioni.

Dom Antoine Marie osb

Per pubblicare la lettera dell’Abbazia San Giuseppe di Clairval su una rivista, giornale, ecc., o per inserirla su un sito internet o una home page, è necessaria un’autorizzazione. Questa deve essere richiesta a noi per E-Mail o attraverso http://www.clairval.com.

Indice delle lettere  - Pagina di accoglienza

Webmaster © 1996-2017 Traditions Monastiques