|
Lettera spirituale |
Copyright © 1996-2013 Abbazia San Giuseppe di Clairval |
|
[Cette lettre en français] [This letter in English] [Dieser Brief auf deutsch] [Deze brief in het Nederlands] [Esta carta en español] |
11 luglio 2001 San Benedetto, Patrono d'Europa |
Tommaso Moro nasce a Londra, il 6 febbraio 1477. Riceve dai suoi genitori un'educazione severa ed attenta, cui corrisponde docilmente, dimostrandosi ubbidiente e gentile. Viene iscritto molto presto alla scuola Sant'Antonio di Londra. Appena adolescente, è accolto, su richiesta di suo padre, nella casa del Cardinale Morton, arcivescovo di Canterbury e Cancelliere del Regno d'Inghilterra (primo dignitario dello Stato, dopo il Re). Incanta il prelato ed i suoi ospiti, in occasione delle sedute ricreative, grazie ad un dono d'improvvisazione che denota un grande senso dell'osservazione.
A 14 anni, Tommaso va a continuare gli studi ad Oxford. Grazie all'insegnamento di eminenti professori, compie rapidi progressi, in particolare nella conoscenza delle lingue latina e greca, il che gli permetterà di leggere le opere dei Padri della Chiesa nel testo originale. Si applica anche allo studio del francese, della storia, della geometria, della matematica e della musica. In capo a due anni, suo padre, che è avvocato, lo fa tornare a Londra per studiarvi legge. Nel 1501, Tommaso entra lui pure a far parte del foro. Per quattro anni, alloggia presso i Certosini di Londra, conducendo una vita mezzo religiosa, mezzo laica, condividendo abitualmente gli esercizi dei monaci, ed iniziandosi alla spiritualità. Gliene rimarrà per tutta la vita un grande zelo per la preghiera e la penitenza. Nella sua professione di avvocato, insensibile a qualsiasi idea di cupidigia, armonizza i diritti della giustizia più rigorosa con quelli della più affabile carità. Nel 1504, a 27 anni, viene eletto deputato al Parlamento.
Nello stesso anno 1504, sposa Joanna Colt, giovane di costumi dolci e semplici. Dalla loro unione nascono tre figlie: Margherita, Cecilia, Elisabetta, ed un maschio: Giovanni. Tommaso conduce una vita semplice. È affabile e si diverte a stuzzicare la gente senza ferirla. Nell'anno del suo matrimonio, ospita Erasmo da Rotterdam, Monaco agostiniano e forse lo scienziato più universale della sua epoca. I due uomini hanno in comune lo stesso ideale di umanesimo cristiano.
Un marito premuroso
Tommaso guida i propri figli nello studio delle lettere e delle scienze. Ma che beneficio trarrebbero dalla conoscenza del latino e del greco, se tale sapere finisse col riempirli d'orgoglio? Chiede pertanto ai loro insegnanti di guidarli verso l'umiltà; saranno così «avidi di acquisire i tesori della scienza solo per metterli al servizio della difesa della verità e della gloria dell'Onnipotente». Tommaso è pronto a tutto per questo: «Piuttosto che ammettere che i miei figli si lascino andare all'ozio, scrive alla figlia Margherita, non esiterei, anche se il mio benessere dovesse risentirsene, a lasciare la corte ed i pubblici affari, per occuparmi esclusivamente di tutti voi, di te soprattutto, mia cara Margherita, cui voglio tanto bene». Infatti, Tommaso predilige particolarmente Margherita. Ha sempre con sè le lettere, accuratamente scritte in latino, che essa gli manda. La sua tenerezza per tutti i suoi si manifesta anche attraverso i regali che porta loro dai suoi viaggi: dolci, frutta, belle stoffe...
L'accoglienza cordiale dei Moro fa soprannominare la loro casa il «domicilio delle Muse», quello di «tutte le virtù» e di «tutte le forme della carità». La carità di Tommaso è senza limiti, come testimoniano le di lui frequenti e generose elemosine. Ha l'abitudine di percorrere, la sera, i luoghi più isolati, per andare incontro ai poveri che si vergognano della loro miseria e soccorrerli. Riceve spesso a tavola, allegramente e familiarmente, i contadini del vicinato. Fonda un ospizio in cui la figlia adottiva, Margherita Giggs, assume il compito di infermiera. La sua fede nella Provvidenza è profonda. Venuto un giorno a conoscenza dell'incendio dei suoi fienili, dà tre consegne alla moglie: «Riunire tutta la famiglia per ringraziare Dio; vegliare a che nessuno dei vicini abbia a soffrire del sinistro; non licenziare nessun domestico prima di avergli trovato un nuovo datore di lavoro».
Perchè tanti ceri?
Grazie alle sue virtù, al suo sapere, ed alle opere in cui difende la fede e la religione contro i novatori protestanti, Tommaso si conquista la stima di tutti, ed in particolare quella del Re Enrico VIII. Si ha così ricorso ai suoi servizi per i pubblici affari. Nel 1515, fa parte di un'ambasciata inviata nelle Fiandre, ed occupa il tempo libero a comporre l'«Utopia». Due anni più tardi, è in Francia, per un'altra missione ufficiale. Nel 1518, diventa membro del Consiglio privato del Re, poi, nel 1525, Cancelliere del Ducato di Lancaster, e infine, nell'ottobre del 1529, viene nominato, con piena soddisfazione di tutto il Regno, Gran Cancelliere d'Inghilterra. Più si trova innalzato dalla dignità, l'autorità o l'onore, e più appare superiore a tutti per la sua modestia, la probità del suo carattere, la pazienza, i sentimenti sempre umani che gli fanno prendere la vita dal lato buono, come testimonia il seguente aneddoto. Essendo evaso un detenuto, dopo aver forzato le porte della prigione, il Cancelliere fa comparire davanti a sè il carceriere, più morto che vivo. Gli ordina severamente di vegliare a che i danni siano prontamente e solidamente riparati, «affinchè, aggiunge con un tono più mite, se il fuggitivo avesse voglia di tornare, gli sia questa volta impossibile forzare le porte della prigione per rientrarvi!»
Tedio pericoloso
Enrico VIII aveva sposato Caterina d'Aragona, vedova del suo fratello maggiore, grazie ad una dispensa legittimamente accordata da Papa Giulio II. Cercando il modo di ripudiarla, Enrico VIII s'interroga sulla validità del proprio matrimonio e crede di poter fondare il suo dubbio su un testo della Bibbia (Lev. 18, 16). Interrogato su questo punto dal Re, Tommaso si scusa, allegando la propria incapacità di statuire in una materia che interessa il diritto canonico. Il Re gli ordina allora di esaminare la questione con parecchi teologi; dopo averlo fatto, Tommaso risponde: «Sire, nessuno dei teologi che ho consultato può darvi un consiglio indipendente. Ma conosco consiglieri che parleranno senza timore a Sua Maestà: sono san Girolamo, sant'Agostino e altri Padri della Chiesa. Ecco la conclusione che ho tratto dai loro scritti: «Non è permesso ad un cristiano sposare un'altra donna, mentre la prima è ancora in vita»». Il che significava affermare che il matrimonio con Caterina era valido. La questione è proposta a Roma. Il Papa aspetterà il 1534 per dichiarare valido il matrimonio di Enrico e Caterina. Ma Moro non è più al governo: fin dal 16 maggio 1532, ha dato le dimissioni dalle funzioni di Cancelliere, per non essere costretto ad agire contrariamente alle leggi di Dio e della Chiesa, che i vescovi del Regno (tranne John Fisher) hanno sacrificato al potere regale.
Fedeltà o alto tradimento?
Tommaso narrerà la sua comparizione per la prestazione del giuramento in una lettera alla figlia: «Quando arrivai a Lambeth, dove era riunita la commissione reale... chiesi che mi venisse comunicato il testo del giuramento che si esigeva... Dopo averlo letto attentamente e studiato a lungo... dichiarai, in perfetta sincerità di coscienza, che, senza tuttavia rifiutare il giuramento relativamente alla successione, non potevo accettare di prestare il giuramento nei termini in cui era formulato, a meno che volessi esporre la mia anima alla dannazione eterna. Quando ebbi finito di parlare, il gran Cancelliere del regno prese la parola e mi dichiarò che tutti i presenti erano vivamente afflitti di sentirmi esprimermi così; che ero il primo fra tutti i sudditi di Sua Maestà a rifiutare di prestare il giuramento che questi esigeva... Mi si presentò un voluminoso elenco di persone consenzienti... ma dichiarai nuovamente che la mia risoluzione, lungi dall'esser cambiata, era irremovibile».
La responsabilità della mia anima
Rinunce dolorose
Il 17 aprile 1534, Tommaso viene incarcerato nella Torre di Londra. Utilizza il tempo della detenzione a prepararsi alla morte, componendo notevoli opere di devozione. Già in un'opera incompiuta del 1522, I quattro ultimi fini, aveva messo in risalto il beneficio del pensiero della morte: se fosse in vendita un rimedio per tutti i mali, spiega, gli uomini farebbero l'impossibile per procurarselo. Ora, il rimedio esiste e si chiama «il pensiero della morte». Ma, ahimè, ben pochi hanno ricorso ad esso. Soltanto la meditazione dei fini ultimi può rettificare il loro giudizio.
Sovvertimento dei valori
Il 1° luglio 1535, Tommaso è condannato a morte per alto tradimento. I giudici gli chiedono se desidera aggiungere qualcosa. «Ho poco da dire, tranne questo: il beato Apostolo Paolo era presente e consenziente al martirio di santo Stefano. Ora, sono entrambi santi in Cielo. Benchè abbiate contribuito alla mia condanna, pregherò fervidamente perchè voi ed io ci ritroviamo insieme in Cielo. Allo stesso modo, desidero che Dio Onnipotente preservi e difenda Sua Maestà il Re e gli mandi un buon consiglio». Un ultimo assalto viene a mettere alla prova la costanza del carcerato. Sua moglie lo va a trovare e gli dice: «Vuoi abbandonarci, me e la mia infelice famiglia? Vuoi rinunciare a quella vita nel nido domestico, che, ancora poco fa, ti piaceva tanto? Per quanti anni, mia cara Alice, credi che possa ancora godere quaggiù di quei piaceri terreni che mi dipingi con un'eloquenza tanto persuasiva? Vent'anni, almeno, se Dio vuole. Ma, carissima moglie, non sei una buona negoziante: che è mai una ventina d'anni a confronto di un'eternità beata?»
«Essa non ha tradito!»
Come san Tommaso Moro, accettiamo di perdere tutto per guadagnarci Cristo, per diventare conformi a Lui nella morte, e per giungere così con Lui alla risurrezione (ved. Fil. 3, 8-11). È la grazia che domandiamo a san Giuseppe, per Lei e per tutti coloro che Le sono cari.