Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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1 maggio 2001
San Giuseppe, lavoratore


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«In passato, si nutriva un gran rispetto per le persone anziane. Il poeta latino Ovidio scriveva a questo proposito: «Grande era un tempo il rispetto che ispirava un capo imbiancato dall'età»... E adesso?... Presso alcuni popoli, la vecchiaia è stimata e messa in valore; presso altri, al contrario, lo è molto meno a causa di una mentalità che preconizza l'utilità immediata e la produttività dell'uomo. Un simile atteggiamento porta spesso a deprezzare quel che viene chiamata la terza o la quartà età, e le persone anziane arrivano a chiedersi esse medesime se la loro esistenza sia ancora utile. Con un'insistenza crescente, si giunge fino a proporre l'eutanasia (il fatto di provocare direttamente la morte) per risolvere le situazioni difficili» (Giovanni Paolo II, Lettera alle persone anziane, 1° ottobre 1999, n. 9).

Per poter rimediare a tale atteggiamento spregiativo, è necessario riscoprire il valore della vita delle persone anziane. Pertanto, «è urgente riposizionarsi nella giusta prospettiva che consiste nel considerare la vita nel suo insieme. E questa giusta prospettiva è l'eternità, di cui la vita, in ciascuna delle sue tappe, è una preparazione significativa. Il tempo della vecchiaia ha esso pure la sua parte da sostenere» (ibid., n. 10). Per provarlo, il Papa ha presentato alla Chiesa ed al mondo un esempio convincente: il 3 ottobre 1982, ha beatificato Giovanna Jugan, che aveva ricevuto dallo Spirito Santo «una specie di intuizione profetica delle necessità e delle aspirazioni profonde delle persone anziane» (Omelia della Messa di beatificazione).

Nata a Cancale (Bretagna), il 25 ottobre 1792, Giovanna Jugan viene battezzata il giorno stesso. È la quinta di sette figli. Suo padre, marinaio come la maggior parte degli abitanti di Cancale, sparisce in mare l'anno in cui Giovanna compie quattro anni. La piccola Giovanna impara molto presto da sua madre a sbrigare le faccende di casa, ad accudire agli animali, e soprattutto a pregare. Come molte altre chiese, quella di Cancale è stata chiusa dalla Rivoluzione. Non c'è più il catechismo, ma molti bambini vengono istruiti di nascosto da persone pie. Nel 1803, Giovanna fa la prima Comunione. A partire da allora, diventa particolarmente ubbidiente e dolce, sollecita nel lavoro, assidua nella preghiera.

«Non troverai un partito migliore»

Verso la fine del 1816, si svolge a Cancale una grande «Missione»: una ventina di sacerdoti si ripartiscono le prediche, il catechismo, il rosario, le confessioni, le visite a domicilio, ecc. Sono giorni di grazia e di fervore per tutta la parrocchia. Mentre prega, Giovanna sente nascere nel suo cuore un gran desiderio di consacrarsi al servizio dei poveri per amor di Dio, senza aspettarsi alcuna ricompensa umana. Alla fine della Missione, respinge definitivamente una domanda in matrimonio. Sua madre la interroga: «Perchè hai rifiutato? Non troverai un partito migliore. – Il buon Dio mi riserva per un'opera che non è ancora fondata», risponde Giovanna.

L'anno seguente, Giovanna lascia Cancale e la sua famiglia per servire Cristo nei poveri, e vivere povera con loro. Entra in qualità d'infermiera presso l'ospedale del Rosais a Saint-Servan. Ma in capo ad alcuni anni di servizio, si ammala gravemente. Una persona caritatevole, la Sig.na Lecoq, la accoglie in casa sua. Per 12 anni, condurranno una vita in comune, ritmata dalla preghiera, la Messa quotidiana, la visita dei poveri, la catechesi dei bambini. Dopo la morte della Sig.na Lecoq, Giovanna incontra Francesca Aubert, che condivide lo stesso ideale di vita. Affittano un alloggio e si consacrano alle cure dei poveri. Ben presto, una ragazza di diciassette anni, Virginia Trédaniel, si unisce ad esse.

Una sera, Giovanna rientra, dopo la giornata di lavoro, con l'aria preoccupata. Francesca sorveglia la minestra, pur continuando a filare. Giovanna le dice: «Ho appena fatto visita ad una persona veramente da compiangere... Immaginate una vecchietta cieca, quasi paralizzata, tutta sola in un tugurio con i primi grandi freddi dell'inverno!... Francesca, se voi accettaste, la potremmo prendere con noi. Per la spesa, lavorerò di più. – Come volete voi, Giovanna». La cieca si chiama Anna Chauvin. Fin dal giorno dopo, Giovanna va a prenderla e la corica nel suo letto. L'inferma si preoccupa: «Come farete per nutrirmi? Dove dormirete, se mi date il vostro letto? – Non preoccupatevi», risponde Giovanna. Qualche tempo più tardi, un'anziana signorina, Isabella Quéru, tremante di freddo, bussa timidamente alla porta. Ha servito a lungo, senza esser pagata, presso padroni ormai rovinati. Alla loro morte, è rimasta senza tetto, senza risorse. «Isabella, le dice Giovanna, è il buon Dio che vi manda. Rimanete con noi».

Un'amica di Virginia, Maria Jamet, non tarda a conoscere Giovanna e le sue compagne. Il 15 ottobre 1840, le tre amiche fondano una piccola associazione caritativa diretta da don Augusto Le Pailleur, vicario di Saint-Servan. Francesca Aubert accetta di aiutarle per quanto riguarda le cure e il cucito, ma si ritiene troppo vecchia per impegnarsi di più. In compenso, una giovane operaia ventisettenne, molto ammalata, Maddalena Bourges, accolta e curata da Giovanna, si aggrega al piccolo gruppo. Così, attorno alle due persone anziane, è nata una piccola cellula, embrione di un'ampia congregazione che si chiamerà le «Piccole Suore dei Poveri».

«Con il mio paniere...»

Ben presto, altre persone anziane indigenti chiedono di essere ospitate e le Suore si trasferiscono in locali più vasti. La generosità degli amici e il reddito delle Suore, il cui lavoro fa vivere la casa, non bastano più. Le buone vecchiette che avevano l'abitudine di mendicare, dicono a Giovanna: «Sostituiteci, chiedete l'elemosina al nostro posto!» Un frate di san Giovanni di Dio invita la fondatrice a seguire tale consiglio e le regala il suo primo paniere per la questua. La fiera indole della nativa di Canacale, Giovanna, si ribella davanti a tale necessità, ma finisce col risolvercisi. «Vi si manderà a fare la questua, figliole mie, dirà più tardi alle novizie; vi costerà. L'ho fatta anch'io con il mio paniere; mi costava, ma lo facevo per il buon Dio e per i suoi poveri». Tale è l'origine della questua, massima risorsa delle Piccole Suore dei Poveri.

Nei suoi giri, Giovanna chiede denaro, ma anche doni in natura: verdura, lenzuola usate, lana, un paiolo, ecc. L'accoglienza non è sempre buona. Un giorno, suona alla porta di un vecchio ricco ed avaro; riesce a convincerlo e riceve una grossa offerta; il giorno seguente, la questuante si presenta di nuovo a casa sua: questa volta, egli si arrabbia; «Caro Signore, gli risponde, i miei poveri avevano fame ieri, hanno ancora fame oggi, e domani, avranno ancora fame...» Calmatosi, il benefattore dà nuovamente e promette di continuare. Un'altra volta, un vecchio scapolo, irritato, la schiaffeggia. Umilmente, essa gli dice: «Grazie; questo è per me. Adesso, mi dia qualcosa per i miei poveri, per favore!» Tanta mansuetudine apre il portamonete del vecchio scapolo. Così, con il sorriso, sa invitare i ricchi alla riflessione, alla scoperta dei bisogni dei poveri, e la questua diventa una vera evangelizzazione, un richiamo alla conversione del cuore.

Giovanna Jugan ha orrore dell'ozio. «La Santa Vergine era povera, si compiaceva di dire. Faceva come i poveri: non perdeva tempo, perchè i poveri non devono mai rimanere senza far niente». Dopo essersi procurata conocchie, arcolai, dipanatrici, li mette fra le mani di quelle delle sue pensionanti che sono meno disabili. Queste, orgogliose di aggiungere con il loro lavoro qualche soldo al portamonete comune, assumono un maggior interesse per la vita del loro asilo.

A poco a poco, Giovanna e le sue amiche si organizzano. Portano una veste simile, un nome di religione – quello di Giovanna è «Suor Maria della Croce» – e pronunciano voti privati di obbedienza e castità. Un po' più tardi, aggiungono quelli di povertà e di ospitalità. Con quest'ultimo, si consacrano all'accoglienza degli anziani poveri. Verso la fine del 1843, accolgono in pianta stabile una quarantina di persone, uomini e donne. L'8 dicembre, procedono ad elezioni e Giovanna è rieletta Superiora all'unanimità. Ma, il 23, don Le Pailleur annulla d'autorità l'elezione e designa quale Superiora Maria Jamet, che ha solo 23 anni (Giovanna ne ha 51). Teme, infatti, di non poter dirigere la congregazione a modo suo con Giovanna, la cui esperienza e notorietà lo indispongono. Giovanna guarda il crocifisso appeso alla parete, poi una statuetta della Vergine, e si inginocchia davanti alla sua sostituta, per prometterle obbedienza. Il suo compito sarà ormai quello di questuante.

Un'anima meno solidamente temprata sarebbe indietreggiata davanti alla prospettiva di perdere il comando di una casa organizzata secondo le sue idee, per diventare una mendicante. «Secondo me, ha dichiarato un monaco francescano originario di Cancale, fu, da parte della mia venerabile compatriota, un grande atto di virtù, quando, decaduta dal suo ufficio di Superiora, divenne una semplice piccola questuante, perchè le native di Cancale sono piuttosto indipendenti, se non addirittura autoritarie, e preferiscono comandare che obbedire». Fin dal 24 dicembre, malgrado il rigoroso digiuno della vigilia di Natale, Giovanna riprende i suoi giri di questua. «Chi dirà, ha esclamato un oratore, le prove ed i meriti di tale questua piena di angosce, fatta sempre in vista delle necessità dell'oggi o dell'indomani. Bisognava uscire con qualsiasi tempo, subire il caldo, il freddo, la pioggia, accostare ogni specie di persone, compiere lunghi percorsi, portare pesanti fardelli!» Ma l'anima di Giovanna è «veramente immersa nel mistero di Cristo Redentore, specialmente nella sua Passione e nella sua Croce» (Giovanni Paolo II, 3 ottobre 1982).

Madre o figlia?

Unita a Cristo, Giovanna accetta di buon cuore le umiliazioni, e arriva al punto di amarle e di ricercarle. Una di quelle che costano forse maggiormente alla sua fierezza nativa viene dal modo in cui la Superiora le prodiga i suoi consigli. In una lettera del 26 gennaio 1846, Maria Jamet, di ventisette anni più giovane di Giovanna, le scrive: «Cara figlia... Quanto è buono Dio, che permette che una povera ragazza come voi sia accolta tanto bene!... Tuttavia, figlia mia, vegliate a non essere importuna, e se deste tanto o poco fastidio, non abusate della bontà di quell'eccellente persona... Vi raccomando di guardarvi dal concepire il minimo sentimento d'amor proprio. Siate convinta che, se si agisce così nei vostri riguardi, non è perchè siete voi, ma è Dio che permette ciò, per il massimo bene dei suoi poveri. Quanto a voi, consideratevi sempre quel che siete veramente, e cioè povera, debole, miserabile ed incapace di qualsiasi bene... Vostra Madre, Maria Jamet». Giovanna riceve questi consigli con dolcezza ed umiltà.

Gli sviluppi dell'opera costringono ad estendere lontano le questue. Giovanna viene mandata a Rennes. Fin dai primi giorni, nota i mendicanti, fra cui i più anziani abbisognano di un soccorso urgente. Occorre evidentemente fondare una casa in quella città. Con l'aiuto di san Giuseppe, il 25 marzo 1846, viene acquistata una casa. Giovanna riprende le sue questue nelle città dell'Ovest. Si aprono case a Dinan, a Tours, a Parigi, a Besançon, a Nantes, ad Angers, ecc. A parecchie riprese, perchè ha conquistato la fiducia di tutti, Giovanna salva dal disastro l'opera di cui si è vista togliere la direzione. Arriva, ottiene i fondi che mancano, incoraggia gli uni e gli altri, poi si eclissa per aiutare altrove. Sembra non aver un luogo ove posare il capo, ma si affida totalmente alla Provvidenza.

«Burro, san Giuseppe!»

Giovanna Jugan desidera che le persone anziane si sentano veramente a casa loro nelle case che le accolgono. Un giorno, presso la fondazione di Angers, si accorge che i vecchietti mangiano pane asciutto. «Qui, è il paese del burro, esclama. Perchè non ne chiedete a san Giuseppe?» Accende un lumino davanti ad una statua del Padre putativo di Gesù, fa portare tutte le burriere vuote e mette un cartello con la scritta: «Buon san Giuseppe, mandaci burro per i nostri anziani!» I visitatori si stupiscono o si divertono di tanto candore. Ma una fede profonda si nasconde sotto quell'apparente ingenuità. Qualche giorno più tardi, un anonimo donatore fa inviare un lotto molto ingente di burro, e tutte le burriere vengono riempite. Giovanna desidera anche procurare allegria ai suoi poveri. Si reca dal colonnello che comanda un'unità di stanza ad Angers, e gli chiede di mandare, nel pomeriggio di un giorno festivo, qualche musicista del reggimento, per la gioia dei suoi bravi vecchietti. «Sorella, vi manderò tutta la banda per farvi piacere e per rallegrare i vostri cari anziani». E la fanfara di Angers contribuirà all'allegria della festa.

Nel maggio del 1852, l'arcivescovo di Rennes, dove si è installata la Casa Madre delle Suore, approva ufficialmente lo statuto dell'opera e le conferisce il nome di: famiglia delle Piccole Suore dei Poveri. Le Suore, mentre soccorrono le persone anziane abbandonate, mettono in rilievo il valore insostituibile della vita umana all'età della vecchiaia. La loro testimonianza acquisisce un'importanza affatto speciale per la nostra epoca, in cui i progressi della tecnica e della medicina portano ad un prolungamento della durata media di vita.

La stima manifestata agli anziani si basa sulla legge naturale espressa nel comandamento di Dio: Onora tuo padre e tua madre (Deut. 5, 16). «Onorare le persone anziane implica un triplice dovere nei loro riguardi: accoglierle, assisterle e mettere in valore le loro qualità» (Giovanni Paolo II, Lettera alle persone anziane, nn. 11-12). Le persone anziane hanno bisogno di assistenza per via della diminuzione delle loro forze e di eventuali infermità, ma possono in cambio dare un valido apporto alla società. Le vicissitudini che hanno attraversato nella vita le hanno dotate di un'esperienza e di una maturità che le portano a considerare gli eventi terreni con maggior saggezza. Alla loro scuola, le generazioni più giovani prendono lezioni di storia che dovrebbero aiutarle a non rinnovare gli errori del passato. La nostra società, dominata dalla fretta e dall'agitazione, dimentica gli interrogativi fondamentali relativi alla vocazione, alla dignità ed al destino dell'uomo. In tal contesto, i valori affettivi, morali e religiosi vissuti dalle persone anziane, rappresentano una risorsa indispensabile per l'equilibrio della società, delle famiglie e delle persone. Di fronte all'individualismo, essi ricordano che nessuno può vivere da solo, e che è necessaria una solidarietà fra le generazioni, arricchendosi ciascuna delle doti delle altre.

Missionari della 3° età

Le persone anziane assumono anche un compito di evangelizzazione: in molte famiglie, i nipotini ricevono dai nonni i primi rudimenti della fede. I vecchi, anche i più ammalati o coloro che sono costretti all'immobilità, possono così compiere, per il bene della Chiesa e del mondo, il servizio della preghiera. Attraverso essa, partecipano tanto alle sofferenze quanto alle gioie degli altri; rompono il cerchio dell'isolamento e dell'impotenza. Attingendo la forza alla preghiera, diventano capaci di ridare coraggio, attraverso la testimonianza di una sofferenza accolta nell'abbandono a Dio e nella pazienza.

Le persone anziane trovano l'occasione di completare, nella loro carne e nel loro cuore, quel che manca alla Passione di Cristo (ved. Col. 1, 24), offrendo la prova della malattia e della sofferenza – loro sorte comune – secondo le intenzioni della Chiesa e del mondo. Tuttavia, per questa missione, hanno bisogno di sentirsi amate ed onorate, perchè non è facile accettare umilmente la sofferenza. Così, le persone afflitte da grandi sofferenze sono talvolta tentate dall'esasperazione e dalla disperazione. I familiari possono allora sentirsi inclini, per una compassione interpretata male, a considerare ragionevole il fatto di provocare direttamente la morte (eutanasia). Ma, «malgrado le intenzioni e le circostanze, l'eutanasia rimane un atto intrinsecamente negativo, una violazione della legge divina, un'offesa alla dignità della persona umana» (Giovanni Paolo II, Lettera alle persone anziane, n. 9; ved. enciclica Evangelium vitæ, n. 65). Dio solo determina l'inizio e la fine della vita umana, secondo il suo disegno di Creatore, e chiama ciascuno a diventare figlio suo, attraverso la partecipazione alla sua propria vita divina. Tale dignità incomparabile viene da Cristo che, nell'Incarnazione, «si è in un certo modo unito Lui medesimo a ciascun uomo» (Vaticano II, Gaudium et spes, n. 22); deve pertanto esser rispettata. È il motivo principale della dedizione delle Piccole Suore dei Poveri agli anziani, nei quali Giovanna Jugan ha insegnato loro a vedere Gesù Cristo.

«Ve la cedo volentieri»

Dopo aver servito Cristo con le questue, la Beata Giovanna finirà la vita nel silenzio. Infatti, nel corso del 1852, don Le Pailleur le ingiunge di ritirarsi nella Casa Madre. Ormai, non avrà più rapporti continui con i benefattori, nè funzioni notevoli nella congregazione. Vivrà ancora ventisette anni, nascosta agli occhi del mondo, occupata a umili compiti casalinghi, senza rivendicare nulla. Molto lucida sulla situazione, conserva un cuore sufficientemente libero per dire scherzando a don Le Pailleur: «Mi avete rubato la mia opera; ma ve la cedo volentieri!» Nella primavera del 1856, la Casa Madre delle Piccole Suore dei Poveri si trasferisce in una vasta tenuta comprata a trentacinque chilometri da Rennes: La Torre di San Giuseppe. Lì, Giovanna prodiga i suoi consigli spirituali alle novizie. Nelle ore difficili, dice: «Andate a trovare Gesù, quando sarete esasperate e stremate, quando vi sentirete sole e impotenti; Egli vi attende nella cappella. Ditegli: «Tu sai quel che succede, mio buon Gesù, ho solo Te, che sai tutto. Aiutami». E poi andate, e non preoccupatevi di sapere come potrete fare; basta che l'abbiate detto al buon Dio, Lui ha buona memoria».

Insiste presso le novizie perchè non moltiplichino troppo le devozioni: «Stancherete i nostri vecchi, si annoieranno, e se ne andranno a fumare... anche durante il rosario!» Comunica alle giovani la sua esperienza: «Ragazze mie, bisogna esser sempre di buonumore; ai nostri vecchietti non piacciono le facce tristi!... Non bisogna risparmiarsi per far da mangiare, e così pure per curarli quando sono ammalati. Bisogna essere come madri per coloro che ve ne sono riconoscenti ed anche per quelli che non sanno riconoscere tutto quello che fate per loro. Ditevi: «È per te, Gesù mio!»». E ancora: «Bisogna pregare e riflettere prima di agire. È quel che ho fatto durante tutta la mia vita. Pesavo ciascuna delle mie parole».

Negli ultimi anni della sua vita, Giovanna parla spesso, con serenità, della morte. Ma prima di partire conosce un'ultima gioia. Il 1° marzo 1879, Leone XIII accorda l'approvazione definitiva della costituzione delle Piccole Suore dei Poveri. La congregazione conta allora circa 2 400 Suore e 177 case di ricovero. Il 29 agosto seguente, Giovanna si spegne dolcemente dopo aver detto: «O Maria, mia buona madre, vieni da me. Tu sai che ti amo e che ho voglia di vederti!»

Una vita tanto umile doveva portare molti frutti. Alle soglie del terzo millenio, 3460 Piccole Suore animano 221 case, ripartite sui 5 continenti. Grazie ad una meravigliosa attenzione della Provvidenza, vivono tuttora principalmente di doni.

In occasione della beatificazione di Giovanna Jugan, Papa Giovanni Paolo II diceva: «Tutta la Chiesa e la società stessa non possono se non ammirare ed applaudire la meravigliosa crescita del minuscolo seme evangelico piantato nella terra bretone dall'umilissima oriunda di Cancale, tanto povera di beni, ma quanto ricca di fede!... Et exaltavit humiles (Innalza gli umili). Queste ben note parole del Magnificat riempiono il mio spirito ed il mio cuore di gioia e di emozione... L'attenta lettura delle biografie consacrate a Giovanna Jugan ed alla sua epopea di carità evangelica, mi inducono a dire che Dio non poteva glorificare serva più umile... Raccomandando sovente alle Piccole Suore: «Siate piccole, piccolissime! Conservate lo spirito d'umiltà, di semplicità! Se ci capitasse di crederci qualcosa, la congregazione non si attirerebbe più la benedizione del buon Dio, sarebbe la nostra fine», Giovanna rivelava veramente la sua propria esperienza spirituale... Alla nostra epoca, l'orgoglio, la ricerca dell'efficienza, la tentazione dei mezzi potenti, hanno facilmente corso nel mondo e talvolta, ahimè, nella Chiesa. Ostacolano l'avvento del regno di Dio. Per questo, la fisionomia spirituale di Giovanna Jugan è capace di attirare i discepoli di Cristo e di riempire i loro cuori di speranza e di gioia evangelica, tratte da Dio e dall'oblio di sè».

Beata Giovanna Jugan, che sei stata un «segno della presenza di Dio nella storia» (Giovanni Paolo II), insegnaci a servire umilmente il nostro prossimo, per amore di Gesù Cristo.

Dom Antoine Marie osb

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