Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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2 febbraio 2000
Presentazione di Nostro Signore


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Tre marzo 1953. Il dottor Luis García Andrade, di Madrid, visita Maria Vittoria Guzmán Gascó. Questa bambina di 2 anni e mezzo è affetta da una grave infezione, complicata da turbe meningee. Talvolta, è presa da convulsioni per cinque, dieci minuti, con irrigidimento delle mani e delle gambe. La diagnosi lascia ben poca speranza: meningite tubercolosa. Malgrado una terapia energica, lo stato di Maria Vittoria peggiora; l'8 marzo, sembra morta: con gli occhi infossati, le narici serrate, il respiro impercettibile, il corpo freddo come il marmo e senza reazione alcuna.

Qualcuno dichiara allora che si sarebbe potuta salvare la bambina, se la si fosse raccomandata a Padre Rubio. La mamma, ritenendo che nulla è impossibile a Dio, fa ricercare una reliquia del Religioso. Prendendo in braccio la piccola, gliela applica su tutto il corpo implorando: «Padre Rubio, fa' tutto il possibile», volendo dire che, se riprenderà vita, sia in buona salute. Secondo i medici, infatti, in un caso improbabile di sopravvivenza, Maria Vittoria rimarrebbe cieca e psichicamente minorata.

In capo a un po', nello stupore generale, Maria Vittoria apre gli occhi, si siede in braccio alla madre e dice: «Mamma, le scarpette belle per andare fuori per la strada». Il 10 marzo, Maria Vittoria viene condotta dal Dottor Andrade. Un'analisi del sangue rivela la sparizione dei sintomi che avevano portato, quattro giorni prima, alla diagnosi più allarmistica. «È un vero miracolo di Padre Rubio, dichiara il medico. Non partite da Madrid senza passare prima dalla casa dei Gesuiti per render conto di tutto a Padre Cuadrado» (Vicepostulatore per la beatificazione di Padre Rubio).

Inspiegabile

Il prodigio viene studiato dai dottori Bosch Marin, membro dell'Accademia di medicina, e Torres Gost, direttore del Lazzaretto. A due anni e mezzo, la miracolata non può essere nè nevrotica nè simulatrice. Inoltre, le analisi rivelano che è stata affetta da un'infezione organica acuta, da cui è guarita improvvisamente e senza il minimo postumo psichico. I membri della commissione medica della Congregazione per le cause dei Santi riconosceranno, il 27 giugno 1984, che la guarigione è stata «istantanea, totale e permanente, senza possibilità di spiegazione naturale». Questo miracolo è servito per la beatificazione di Padre Rubio.

Prima di procedere alla beatificazione o alla canonizzazione di un servo di Dio, la Chiesa attende un miracolo attribuibile alla sua intercessione. Oggi, in tali cause, si ritengono essenzialmente miracoli relativi a guarigioni fisiche. Sette sono i criteri che permettono di giudicare se una guarigione sia miracolosa: 1. La malattia o l'infermità deve esser grave e, secondo il parere di medici competenti, inguaribile, o almeno estremamente difficile da guarire. 2. L'ammalato non deve esser prossimo alla guarigione o in una crisi che precede, classicamente, la guarigione. 3. I soccorsi della medicina devono o non esser stati ancora utilizzati, o essersi rivelati inefficaci. 4. La guarigione deve esser stata istantanea. 5. Deve essere perfetta, riguardare cioè la totalità della malattia, senza postumi gravi. 6. La guarigione non deve esser preceduta da un periodo di remissione o di ristabilimento. 7. La guarigione deve essere stabile e duratura, non esser seguita da ricadute o da recidive. Quando tutti questi criteri sono soddisfatti e non rimane nessuna possibilità di spiegare naturalmente la guarigione, il miracolo può essere riconosciuto.

Un miracolo è un fatto evidente e certo che contravviene alle leggi costanti e note della natura, e non è possibile senza un intervento speciale di Dio. Perchè Dio fa miracoli? Prima di tutto, per ravvivare la Fede. Il libro degli Atti degli Apostoli dimostra che i miracoli rafforzano la fede dei fedeli e producono conversioni: Molti miracoli e prodigi si facevano per opera degli Apostoli in mezzo al popolo. Tutti i credenti, insieme, se ne stavano sotto il portico di Salomone. Nessuno degli altri osava unirsi a loro; ma tutto il popolo li lodava grandemente, e il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore attraverso la fede andava sempre più aumentando (5, 12-14). Sant'Agostino afferma che i miracoli hanno, come funzione essenziale, quella di fondare la fede (De civitate Dei, l. XXII).

I miracoli possono anche manifestare la santità di un uomo che Dio vuol proporre come esempio. Nel caso di una beatificazione, la Chiesa esige un miracolo per confermare il giudizio preliminare che ha formulato sulla pratica eroica delle virtù da parte del candidato.

Lunghi istanti con Maria

Ma chi è il beato Padre Rubio? José Maria Rubio nasce in Andalusia, il 22 luglio 1864. I suoi genitori, contadini, sono ottimi cristiani: tutte le sere, si recita il Rosario in famiglia. L' «Avemaria» è una preghiera che vien dal Cielo. «I cristiani, dice Papa Giovanni Paolo II, imparano a recitarla in famiglia fin dalla loro più tenera età, ricevendola come un dono prezioso da conservare per tutta la vita. Questa stessa preghiera, recitata per decine di volte nel Rosario, aiuta numerosi fedeli ad entrare nella contemplazione orante dei misteri evangelici ed a rimanere talvolta per lunghi istanti in contatto intimo con la Madre di Gesù... Chiedono alla santa Madre del Signore di accompagnarli e di proteggerli sulla via dell'esistenza quotidiana» (15 novembre 1995). Infatti, l'intercessione di Maria produce abbondanti frutti di santità e fa nascere vocazioni.

José Maria frequenta molto presto la chiesa e, se essa è chiusa, domanda la chiave al sagrestano, per pregare davanti al Santissimo, rivelando così il suo spirito soprannaturale. Si mostra anche pieno di affetto nei riguardi dei suoi - avrà dodici fratelli e sorelle, di cui sei moriranno in tenera età - e studioso a scuola. Dopo aver compiuto gli studi di filosofia e di teologia presso il seminario di Granada, José Maria è ordinato sacerdote nel 1887. Nominato viceparroco, poi Curato, è inoltre incaricato, per tredici anni, della missione di cappellano delle Suore bernardine. Nel suo apostolato sacerdotale, si cura dei malati e dei poveri, che si compiace di istruire nelle verità della fede. «Era un piacere ascoltarlo», dirà un testimone. Attraverso il suo linguaggio semplice, senza ostentazione, è Dio stesso che si comunica. Nel confessionale, propone una direzione spirituale esigente. Quelli che ricorrono al suo aiuto, gli rimangono fedeli in seguito, anche se la sua direzione esige l'abbandono delle cattive abitudini. Incita i penitenti a seguire gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio. Li immerge nel soprannaturale, insegnando loro ad intrattenersi con Dio nella meditazione e la preghiera, a fare l'esame di coscienza, a sopportare, per amor di Dio, le difficoltà della vita.

La «Guardia d'onore» e le «Marie»

Nel 1905, suo padre lascia la terra per l'eternità. Questo lutto doloroso lascia libero don José Maria già quarantenne. Fin dagli anni di seminario, avrebbe voluto farsi ammettere presso i Gesuiti, ma i genitori si erano opposti. Nel 1906, realizza il suo desiderio. Al noviziato dei Gesuiti, Padre Rubio si consacra con fervore alla preghiera e alla penitenza. Scrive: «Tutto mi viene da Dio e tutto deve ritornare a Lui. Così il mio cuore deve rimanere innamorato del mio dolce Signore, di Gesù, mio bene, mio riposo, mia consolazione, mia ricchezza, e un giorno, in cielo, mio gaudio e mia gloria eterna».

Gli vengono attribuiti vari ministeri. Il congresso eucaristico internazionale di Madrid, nel 1911, provoca un rinnovo della pratica religiosa e delle opere di pietà nei riguardi della Santa Eucaristia. Fra queste, la «Guardia d'Onore del Sacro Cuore» è affidata a Padre Rubio. Essa riunisce i suoi membri per gli uffici, tutti i primi venerdì del mese (con l'ora santa la vigilia), le prime domeniche del mese, la meditazione religiosa mensile, la novena della festa del Sacro Cuore e azioni filantropiche. Ben presto, il Religioso vi rivela le sue qualità di organizzatore. Vi si aggiunge un'altra opera, quella delle «Marie dei tabernacoli». Si tratta di provvedere di «Marie» adoratrici i tabernacoli deserti, abbandonati dai cristiani. Padre Rubio esige da dette «Marie», che rappresentano le pie donne che si trovavano sul Golgota, presso la Croce di Gesù, l'abbandono totale della vita mondana: nè romanzi, nè moda, nè balli. Insegna loro a vivere delle virtù soprannaturali della fede, della speranza e della carità.

Le ore sante organizzate da Padre Rubio riportano un successo immenso e provocano profonde trasformazioni spirituali. L'adorazione del Santissimo, infatti, è un esercizio molto utile per le anime. Cristo Gesù che è morto, risuscitato, che è seduto alla destra di Dio, e intercede per noi, è presente in molteplici modi alla sua Chiesa, ma soprattutto sotto le specie eucaristiche (ved. Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, 1373). Nel Santissimo Sacramento dell'Eucaristia sono «contenuti veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo ed il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l'anima e la divinità, e, quindi, Cristo tutto intero» (CCC, 1374).

La Chiesa cattolica ha reso e continua a rendere il culto di adorazione al sacramento dell'Eucaristia, anche all'infuori della celebrazione della Messa: conservando con la più gran cura le ostie consacrate, presentandole ai fedeli perchè le venerino con solennità, portandole in processione. «La Chiesa e il mondo hanno un grande bisogno del culto eucaristico. Gesù ci aspetta in questo sacramento dell'amore. Non risparmiamo il nostro tempo per andare ad incontrarLo nell'adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a riparare le grandi colpe e i delitti del mondo. Non cessi mai la nostra adorazione» (Giovanni-Paolo II, ved. CCC, 1380).

Una semplicità accattivante

Il successo delle predicazioni di Padre Rubio è tale che anche sacerdoti e Gesuiti ne sono sbalorditi. Folle vengono a lui. «Riusciva a penetrare i cuori come con la lama di un coltello», sarà detto più tardi. Eppure, umanamente parlando, Padre Rubio è un predicatore senza talento. Nulla di straordinario nella sua dottrina, nel suo stile, nella sua elocuzione. Si esprime con una semplicità un po' ingenua, come in una conversazione privata. Condivide con le anime la sua profonda vita interiore.

Per esempio, parlando un giorno del dovere di riparare gli errori commessi, diceva: «Cari fratelli, vorreste un'altra forma di riparazione? Adempite al dovere del vostro stato. Padri di famiglia, assolvete bene la vostra bella missione. Mogli, signore che mi ascoltate, che ciascuna di voi compia bene il proprio dovere, nella vocazione in cui il Cuore divino l'ha posta. Il compimento del dovere esige il sacrificio». E, nel suo linguaggio semplice ed accessibile a tutti, non esita ad affermare che il fatto di mancare gravemente al dovere del proprio stato, per rifiuto del sacrificio, vuol dire incamminarsi sulla via dell'inferno; una conversione sincera è allora necessaria per riprendere la strada del Cielo.

Nella sua predicazione, Padre Rubio ripete senza posa le stesse cose, ma sempre le anime sono colpite dal pentimento e dall'amore. Parla dei fini ultimi dell'uomo: la morte, il giudizio finale, il Cielo, l'inferno. Ai giorni nostri, «si parla raramente e poco dei fini ultimi, diceva Papa Paolo VI. Ma il Concilio Vaticano II ci ricorda le solenni verità escatologiche che ci riguardano, ivi inclusa la terribile verità di un castigo eterno possibile, che noi chiamiamo l'inferno, di cui Cristo parla senza reticenze» (Udienza dell'8 settembre 1971). Lo stesso Papa diceva pure: «Uno dei principi fondamentali della vita cristiana, è quello che essa deve esser vissuta in funzione del suo destino escalotogico futuro ed eterno. Sì, c'è di che tremare. Ascoltiamo anche la voce profetica di San Paolo: Lavorate per la vostra salvezza con timore di Dio e tremore (Fil. 2, 12). La gravità e l'incertezza della nostra sorte finale sono sempre state abbondante oggetto di meditazione e una fonte di energia ineguagliabile per la morale ed anche per la santità della vita cristiana» (28 aprile 1971).

Prospettiva...

In occasione del 2 novembre 1983, Papa Giovanni Paolo II diceva: «Le riflessioni che ci suggerisce la commemorazione dei defunti ci immergono nel grande capitolo dei fini ultimi: morte, giudizio finale, inferno, paradiso. È la prospettiva che dobbiamo avere senza posa davanti agli occhi, è il segreto perchè la vita trovi la pienezza del suo significato e si svolga ogni giorno con la forza della speranza. Meditiamo spesso sui fini ultimi e capiremo sempre di più il senso della vita». Da sempre, i santi hanno creduto all'insegnamento della Chiesa sui fini ultimi, ivi compresa l'esistenza dell'inferno, dogma difficile da ammettere per le mentalità moderne, tributarie più delle impressioni e dei sentimenti, che sottomesse alla luce della fede. Il beato Federico Ozanam scriveva: «Alcuni moderni non possono sopportare il dogma dell'eternità delle pene dell'inferno, lo trovano inumano; ma possono amare l'umanità più di Sant'Agostino e di San Tommaso, di San Francesco d'Assisi e di San Francesco di Sales, o avere più di essi una coscienza più precisa del giusto e dell'ingiusto? Dunque, non è che i moderni amino di più l'umanità, è che hanno un sentimento meno vivo dell'orrore del peccato e della giustizia di Dio».

Insegnando anch'egli queste verità salutari, Padre Rubio non manca di esortare il suo pubblico alla fiducia in Dio, ricordandogli che Egli ha messo a sua disposizione abbondanti mezzi soprannaturali per guadagnarsi il Cielo: preghiera, penitenza, frequenza ai sacramenti, perdono delle offese, ecc. Il suo metodo, basato sulla fiducia nel potere della grazia, sventa i timori pusillanimi. Un giorno, va a predicare nel quartiere popolare di Entravias y Vallecas, e gli si raccomanda con insistenza di parlare delle questioni sociali senza fiatare quanto alla confessione. Malgrado ciò, il Gesuita non tratta questo soggetto. Quando ha finito, tutti gli uomini, senza eccezione, inginocchiati nel fango, chiedono di confessarsi.

Sotto una scala

Sostenuto dalle parole del profeta Isaia: Proteggete l'orfano, difendete la giustizia della vedova, e venite, e sostenete la vostra causa contro di me... se i vostri peccati saranno come scarlatto, vi renderò bianchi come la neve (1, 17-18), e da quelle del profeta Daniele: Riscattate i vostri peccati con elemosine (4, 24), Padre Rubio raccomanda la pratica delle opere pie e l'assistenza ai poveri. Lui stesso dà l'esempio. Ogni giorno, riceve lettere che sollecitano soccorsi. Deve trovare un ricovero per anziani, doti per future religiose, lavoro per disoccupati, deve anche raccomandare donne di pulizia, regolarizzare matrimoni, risolvere vertenze, procacciare elemosine per i mendicanti, visitare infermi, ecc. Non potendo farsi in quattro, fa appello all'aiuto dei laici. «Parecchie volte, nel parlatorio, mentre speravo un colloquio spirituale, ha raccontato una delle sue penitenti, mi disse con molta delicatezza: ne parleremo domani. Vuol sostituirmi in un'opera di carità? Sotto una scala, al numero tale della via talaltra, c'è una povera tisica. È un'anima in cui Gesù si compiace. Si trova nella massima indigenza».

Padre Rubio si compiace di intronizzare il Sacro Cuore (vale a dire mettere al posto d'onore una delle di lui immagini) - ha compiuto 10 000 intronizzazioni in 18 anni - non soltanto negli edifici e nelle scuole, ma anche nelle stamberghe più povere. Da un vaccaio che dorme nella stalla, pone l'immagine del Sacro Cuore sopra la mangiatoia degli animali. Fonda e dirige quattro conferenze di San Vincenzo de' Paoli. Si occupa molto degli ammalati, dicendo che queste cure aiutano ad interessarsi maggiormente di coloro la cui anima è in cattivo stato, e, in genere, delle persone poco simpatiche. Quando va a piedi con un compagno di viaggio, recitano entrambi il rosario e finiscono con una preghiera in una chiesa.

Un giorno, una donna anziana gli dice: «Vada questo pomeriggio a confessare un uomo che sta per morire», e gli dà l'indirizzo. Quando Padre Rubio suona alla porta, un giovane che stava suonando il piano, viene ad aprirgli. Il Religioso pronuncia la parola «malato»: «Sono io, dice l'uomo. - Scusi, mi era stato parlato di un moribondo». L'uomo si mette a ridere, poi invita il visitatore, che ha salito tre piani, a riposarsi un po'. Padre Rubio entra dunque e, scorgendo una fotografia, riconosce la donna anziana che, la mattina, gli aveva detto di andare lì: «È mia madre, deceduta da molto tempo. - Sì, è proprio questa signora che mi ha dato il suo nome e indirizzo, dicendomi di andare a confessare un moribondo. - Aspetti un momento, dice l'uomo, e mi confessi». Il giorno seguente, all'alba, il musicista viene trovato morto nel suo letto.

Padre Rubio si reca nei sobborghi lontani dalla capitale, dove si ammucchia, roso dalla miseria e tentato dall'invidia, un popolo di infelici. Vuol evangelizzare sistematicamente quella gente. Ma, in quei quartieri, una tonaca sembra fuori posto. Non c'è Messa, e neppure un luogo ove celebrarla. Nessuno, d'altronde, ne prova il bisogno, e neanche quello di una scuola cattolica. Con l'aiuto di un confratello Gesuita, Padre Rubio riesce a comprare un terreno, e vi fa costruire una chiesa e due scuole, in mezzo agli straccivendoli.

Pieno di confusione

Attraverso tutte queste opere, Padre Rubio mantiene in sè una vita spirituale intensa. Nel 1917, Dio gli fa attraversare dure prove interiori e crisi di scrupoli. Vi si aggiungono persecuzioni esterne: certi confratelli giudicano severamente i suoi progetti ed i suoi metodi, lo prendono in giro per le sue opere, sostengono che vuol accaparrare tutto. In tali umiliazioni, manifesta una pazienza poco comune. Con sincerità, riconosce le proprie lacune: «Non so come mi trovi Dio. Piuttosto male, temo. Pregate per me! Cammino pieno di confusione, vedendo lo stato della mia anima. I miei amici otterranno dal buon Gesù che abbia pietà di me». Tuttavia, secondo lui, bisogna servirsi dei propri difetti e delle proprie imperfezioni per crescere in umiltà. Lui stesso si consiglia con i suoi superiori, con i suoi pari e con i suoi inferiori.

Fin dalla sua giovane età, epoca in cui era stato costretto a riposarsi per un anno, Padre Rubio non si è mai risparmiato, stancandosi addirittura eccessivamente. Un giorno, il medico diagnostica un'angina pectoris. Il suo Superiore decide di mandarlo a riposarsi presso il noviziato di Aranjuez. Il Religioso non si fa illusioni: «Me ne vado ad Aranjuez per morire». Avendo preso con sè soltanto il suo crocifisso e due quaderni di appunti, sale nella macchina che gli hanno proposto due delle sue figliole spirituali. Esse si lamentano di vederlo partire: «Non avete più bisogno di me, dice loro. Conoscete la strada che conduce in Cielo ed è tutto quel che avete da fare».

«Vengo qui per sistemare le mie cose con Dio e per riposarmi», dice quando arriva ad Aranjuez. Il 2 maggio 1929, vigilia del primo Venerdì del mese, dice al suo Superiore: «Padre, che bel giorno quello di domani, per andarsene in Cielo fin da oggi!» Da quando è stato ordinato sacerdote, 41 anni prima, ripete con insistenza il suo desiderio di morire il primo giovedì del mese, per celebrare in cielo il primo venerdì. Verso le sei di sera, sta molto male. Subito, riceve gli ultimi sacramenti. Poco dopo, spira, lasciando il suo corpo alla terra, mentre l'anima entra nell'inesprimibile letizia del Cielo.

Proclamando Beato Padre José Maria Rubio, il 6 ottobre 1985, Papa Giovanni Paolo II lo presenta come un «autentico altro Cristo». Ci sia dato, con l'aiuto della Santissima Vergine e di San Giuseppe, di essere noi pure discepoli perfetti del Salvatore. I monaci pregano per Lei e per tutti coloro che Le sono cari, vivi e defunti.

Dom Antoine Marie osb

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