Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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20 ottobre 1999
Mese del Santo Rosario


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Perchè tanti nuovi santi? Le molteplici beatificazioni e canonizzazioni che si succedono di anno in anno non rischiano di banalizzare l'evento? Giunto al ventesimo anno di pontificato, Giovanni Paolo II ha già proceduto a più di 770 beatificazioni e a 280 canonizzazioni.

È evidente che il Papa desidera rendere questi atti uno degli aspetti della «nuova evangelizzazione». Si spiega in merito, nella Lettera Apostolica Alle soglie del terzo millenario: «Le canonizzazioni e le beatificazioni si sono moltiplicate in questi ultimi anni. Esse manifestano la vitalità delle Chiese locali» (10 novembre 1994). Mostrano «la presenza onnipotente del Redentore attraverso i frutti della fede, della speranza e della carità in uomini e donne di tanto numerose lingue e razze, che hanno seguito Cristo nelle varie forme della vocazione cristiana» (Ibid.).

Una fonte di rinnovamento

Siamo tutti chiamati alla santità, e l'esempio di tanto numerosi santi è un potente incoraggiamento per giungervi. «Infatti, contemplare la vita degli uomini che hanno seguito fedelmente Cristo, è un nuovo stimolo nella ricerca della Città futura (il Cielo), e, nello stesso tempo, impariamo così a conoscere la via molto sicura attraverso la quale ci sarà possibile giungere all'unione perfetta con Cristo, vale a dire alla santità. Nella vita dei Santi, Dio manifesta agli uomini, in una viva luce, la sua presenza ed il suo volto. In essi, Dio medesimo ci parla, ci dà un segno del suo regno» (Vaticano II, Lumen Gentium, 50). La pratica delle virtù in modo eroico, condizione richiesta per ciascuna beatificazione, supera le forze umane; essa manifesta l'azione dello Spirito Santo, e, quando si produce in un gran numero di persone, è un argomento in favore della divinità della Chiesa.

Ci è utile conoscere coloro che abitano già il Cielo, «perchè, ammessi nella Patria e presenti davanti al Signore, attraverso Lui, con Lui e in Lui, non cessano di intercedere per noi presso il Padre... Così, la loro fraterna premura costituisce il massimo soccorso per la nostra debolezza» (Ibid., 49). Per di più, «i santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, 828). È dunque estremamente opportuno presentare tali modelli agli uomini, spesso disorientati, della nostra epoca turbata.

Così, per esempio, il 14 aprile 1985, Papa Giovanni Paolo II beatificava Suor Maria Caterina Troiani e diceva di lei: «La fede e la carità brillarono nella sua vita. Essa incontrò numerose miserie e sofferenze: schiavitù, fame, povertà, abbandono di neonati e di ammalati, sfruttamento ed emarginazione... Come il Buon Samaritano della parabola evangelica, si fermò accanto a ciascun fratello e sorella sofferenti nel corpo e nello spirito, tendendo con amore una mano benefattrice e pagando di persona... La sua carità non conobbe esclusive: cattolici, ortodossi, mussulmani, trovarono presso di lei accoglienza ed aiuto, perchè in ogni persona segnata dalla sofferenza, Suor Maria Caterina vedeva il volto sofferente di Cristo».

Esser l'ultima

Nata il 19 gennaio 1813, Costanza Troiani rimane orfana di madre a sei anni. La si mette allora in collegio, presso le Oblate Clarisse di Ferentino (Italia). Intelligente, sensibile, di un carattere molto vivace, essa è tuttavia ubbidiente, cerca di osservare il silenzio e di correggere i suoi difetti. Un giorno, alcuni membri della sua famiglia le propongono di riprendere il suo posto nella società, ma essa rifiuta. Felice nel suo convento, ci tiene a rimanervi, per servire Dio con un dono radicale di tutto il suo essere.

A sedici anni, l'8 dicembre 1829, veste l'abito con il nome di Suor Maria Caterina, ed un anno più tardi pronuncia i voti. Fin da quest'epoca, si sente molto attirata dalla contemplazione di Gesù crocifisso e dall'amore della penitenza. L'attrattiva particolare per la vita nascosta, in cui imita Gesù che vive a Nazareth sconosciuto agli uomini, la porta a distogliersi dagli incarichi importanti: «Voglio esser sempre l'ultima nella casa di Dio, il che è la maggior gloria di una suora», scrive.

Tuttavia, date le sue qualità, le vengono affidate responsabilità, di cui la principale è l'incarico di segretaria della Madre Badessa. Attraverso i suoi vari compiti, Suor Maria Caterina si sforza di vivere con Dio, cercando di compiacerGli in tutto, compiendo fedelmente il dovere del suo stato: ritiene che molti errori nascano dalla dimenticanza della presenza del Signore. Nel giorno in cui pronuncia i voti, scrive: «Mi abituerò ad offrire ogni azione prima di intraprenderla e, insomma, a vivere senza posa in presenza di Dio, sforzandomi di essere ogni giorno migliore della vigilia». Nella sua Regola, San Benedetto dice anch'egli: «L'uomo deve essere persuaso che Dio lo considera continuamente e ad ogni istante dall'alto del cielo, che in qualsiasi luogo le sue azioni si svolgono sotto gli occhi della Divinità, e sono riferite a Dio dagli Angeli ad ogni momento» (cap. 7). Rivolgendosi ai suoi ragazzi, San Giovanni Bosco raccomandava loro di dirsi, all'atto delle tentazioni: «Come posso lasciarmi spingere a commettere questo peccato in presenza di Dio, del Dio creatore, del Dio salvatore, di quel Dio che può privarmi istantaneamente della vita? Farò questo in presenza di Dio che, mentre lo offendo, può mandarmi nelle pene eterne dell'inferno?»

Attenta alla presenza di Dio, Suor Maria Caterina è frequentemente a colloquio con Lui. Talvolta, la si sente esclamare: «O Gesù, dammi il fuoco (del tuo amore) perchè possa consumarmi per te!» Si compiace nel dire: «Penetriamo all'interno del Cuore di Gesù: lì si sta bene, e nessuno può nuocerci».

Bisogna continuare?

Alla sua predilezione per la vita nascosta, si aggiunge una forte attrattiva per l'apostolato missionario. La divina Provvidenza, cui essa si è affidata totalmente, la obbligherà ad aspettare l'età di 46 anni prima di veder realizzarsi questo suo desiderio. Nel 1852, il confessore della comunità, di ritorno da un viaggio in Egitto, si fa portavoce del delegato apostolico del Cairo, Monsignor Cuasco, che si lamenta dell'assenza di suore per l'educazione cristiana della gioventù. Le monache di clausura di Ferentino decidono allora di aprire una casa al Cairo. Sette anni dopo, il 25 agosto 1859, sei religiose, fra cui Suor Troiani, partono alla volta dell'Egitto.

Allo scalo di Malta, esse apprendono la morte di Monsignor Cuasco. È il caso di continuare il viaggio? Suor Maria Caterina rincuora il piccolo gruppo: «Non ci siamo messe in cammino per corrispondere al desiderio di un prelato, ma alla chiamata di Dio». Giungono al Cairo il 14 settembre. Il nuovo Vicario apostolico riserva loro un'accoglienza piuttosto fredda. Ma esse sono ben presto confortate dall'arrivo di una piccola egiziana, che una persona altolocata affida loro perchè sia allevata nel cattolicesimo. Le basi della prima scuola sono gettate. Ben presto, alunne di tutte le lingue e di tutte le religioni affluiscono. Viene accordata la preferenza alle più povere.

Fin dall'inizio di questa fondazione, Suor Maria Caterina diventa la Superiora delle religiose. Essa pone la massima cura nell'educare e catechizzare le bambine, presentando loro Dio come un Padre molto buono che non si deve offendere con il peccato. Tutte le occasioni le sono propizie per parlare alle piccole del Signore, della Santa Vergine e dell'Angelo custode. Dimostra la sua benevolenza alle alunne non cattoliche e rispetta le loro religioni per quel raggio di verità che contengono (ved. CCC, 2104); ma non trascura di illuminarle e di orientarle verso la vera fede. Si sforza di formare la volontà delle bambine, esigendo da esse l'ubbidienza, con dolcezza e fermezza. La sua migliore pedagogia consiste nell'essere per tutte un modello di virtù.

«Mamma bianca»

Lo zelo di Madre Maria Caterina non si ferma lì. Su richiesta di due sacerdoti, che si adoperano per abolire la schiavitù, fonda la «Vigna di San Giuseppe», opera destinata a riscattare e ad istruire le piccole schiave negre. Crea parallelamente l'Opera delle bimbe abbandonate. Frutti abbondanti nascono da queste opere. Le bambine, commosse dalla bontà di quella che chiamano «Mamma bianca», chiedono di essere istruite sulle verità della fede per ricevere il Battesimo. Per le bambine in buona salute viene trovata una balia, poi esse vengono sistemate presso famiglie in cui vivranno dignitosamente. Ma la maggior parte delle piccine è spossata ed esse ben presto muoiono; la Suora procaccia loro la vita eterna del Cielo, facendole battezzare. Da questo trae origine il nome di «classe angelica» dato alle bambine così ricevute. La gioia soprannaturale della loro entrata nel cielo mitiga la sofferenza di tanto numerose morti. Talvolta, profonde consolazioni rallegrano le suore, come quella della piccola Miriam, che diceva, sul suo letto di dolore: «Devo soffrire ancora, per ricevere la corona. Ancora un po' di sofferenze e poi godrò per sempre la gioia di Dio!» Si spense in pace, dopo aver ricevuto la Santa Comunione con il volto trasfigurato: vedeva «una bella Signora, accompagnata da altre anime altrettanto belle, avvicinarsi ed invitarla e seguirle».

Un giorno, la Madre scrive: «Un Turco di Costantinopoli, calzolaio, mi ha procurato sette bambine per un prezzo modico. Me ne aveva già portate tre o quattro, che erano malate, dicendo: «Battezzale, perchè vadano in Paradiso». Vuol diventare cristiano anche lui ed ha dipinto un quadro che rappresenta la Madonna». Quell'uomo aveva compreso l'importanza del Battesimo. Il Signore Gesù stesso ci ha insegnato la necessità del Battesimo: Nessuno può entrare nel regno di Dio, se non nasce dall'acqua e dallo Spirito (Giov. 3, 5). Pertanto, ha ordinato ai suoi discepoli di annunciare il Vangelo e di battezzare tutte le nazioni: Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Matt. 28, 19). Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato (Marco, 16, 16).

«Questo dolore non colpisce la mia anima»

Fin dall'origine, la Chiesa ha esercitato la sua missione, quella di battezzare. Essa ha conferito questo sacramento non solo agli adulti ma anche ai bambini. Parlando di certi cristiani della sua epoca che negavano il peccato originale (eresia di Pelagio), Sant'Agostino diceva, nel 412: «Concedono la necessità del Battesimo per i bambini, perchè non possono andar contro la pratica della Chiesa universale trasmessa incontestabilmente dal Signore e dagli Apostoli».

San Gregorio di Tours († 594) riferisce che, verso il 495, la Regina Santa Clotilde diede alla luce il figlio primogenito che fece battezzare. Ma il bambino morì subito dopo il Battesimo. Il Re Clodoveo, ancora pagano, irritato, così rimproverava quella morte alla moglie: «Se il bambino fosse stato consacrato ai miei dei, vivrebbe, mentre non è potuto vivere dopo esser stato battezzato nel nome del tuo Dio». Forte della sua fede cristiana, la Regina rispose: «Rendo grazie a Dio Onnipotente, Creatore dell'universo, che non mi ha giudicata del tutto indegna che il figlio della mia carne fosse associato al suo Regno. Ed il dolore di questa morte non colpisce la mia anima; perchè so che è stato chiamato a lasciare questo mondo nella veste battesimale, per esser nutrito nella visione di Dio». In seguito, esse diede alla luce un secondo figlio, che fece pure battezzare, e che visse.

Ai giorni nostri, il Battesimo dei bambini è talvolta considerato come un attentato alla loro libertà, perchè implica impegni che saranno forse rimessi in questione nell'età adulta. A quest'obiezione, si può rispondere che la responsabilità dell'educazione dei figli incombe in primo luogo ai genitori. Come essi operano scelte necessarie per la vita e l'indirizzo dei figli verso i veri valori umani (come, ad esempio, l'istruzione scolastica), così non devono privarli del bene essenziale della vita divina, per cui sono stati creati. In questo modo, i bambini potranno disporre, fin dal risveglio della coscienza, dei doni soprannaturali depositati in essi dalla grazia battesimale. Lungi dall'essere una limitazione della libertà, l'ingresso nella vita cristiana è una liberazione dal peccato e l'accesso alla vera libertà dei figli di Dio. Inoltre, tutti gli uomini hanno obblighi di adorazione e di sottomissione nei riguardi del loro Creatore. Rendendo il battezzato figlio di Dio, il Battesimo permette il pieno compimento di tali doveri.

Un dono magnifico

Infatti, «il Battesimo è il più bello ed il più meraviglioso dei doni di Dio» (San Gregorio Nazianzeno). I suoi due effetti principali sono la purificazione dai peccati e la nuova nascita nello Spirito Santo. Per mezzo del Battesimo, sono rimessi tutti i peccati, e, in primo luogo, il peccato originale. «La Chiesa ha sempre insegnato che l'immensa miseria che opprime gli uomini e la loro inclinazione al male e alla morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è «morte dell'anima». Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali» (CCC, 403). Sono rimessi tutti i peccati personali degli adulti che ricevono il Battesimo, come pure tutte le pene del peccato. Inoltre, il Battesimo fa del neofita un figlio adottivo di Dio, coerede del Cielo con Cristo, tempio dello Spirito Santo. La Santissima Trinità dona al battezzato la grazia santificante e le virtù teologali che lo rendono capace di credere in Dio, di sperare in Lui e di amarLo. Egli può così condurre una vita santa, sotto lo stimolo dello Spirito Santo. Ma la grazia ricevuta nel Battesimo è chiamata a svilupparsi. San Paolo chiede agli Efesini di comportarsi secondo la munificenza dei doni ricevuti: vi incoraggio a seguire fedelmente la chiamata che avete ricevuto da Dio (Ef. 4, 2-3). Papa Giovanni Paolo II ricordava, in occasione del suo viaggio in Francia nel 1996, che «tutta la vita spirituale scaturisce direttamente dal sacramento del Santo Battesimo». Attraverso questo sacramento, abbiamo promesso di rinunciare per sempre a Satana ed alle sue seduzioni, e di darci a Gesù Cristo, per portare la nostra croce, come lui, tutti i giorni della nostra vita. È un'esigenza di santità, pari alle grazie ricevute.

Per realizzare tale programma, il neobattezzato non è solo. Il Battesimo lo unisce a tutti i figli di Dio incorporandolo alla Chiesa, Corpo di Cristo: Tutti, Giudei e Gentili, servi e liberi, siamo stati battezzati in un solo Spirito, per formare un Corpo solo (I Cor. 12, 13). Membra del Corpo di Cristo, i battezzati sono partecipi del sacerdozio di Cristo, vale a dire della sua missione: professare pubblicamente la fede, e partecipare all'attività apostolica della Chiesa (ved. CCC, 1268; 1270).

«Diffidiamo di noi stesse e confidiamo in Dio!»

Per svolgere la sua funzione missionaria, Madre Maria Caterina si trova costretta ad ampliare d'urgenza la vecchia casa in cui affluiscono le bambine. Essa chiede udienza al vicerè d'Egitto, Ismail Pascià. Con calma franchezza, gli chiede un tetto e pane, ed ottiene da lui un terreno, nonchè un'erogazione alimentare annua. In seguito, il vicerè, pur di difficile accesso, darà sempre rapidamente udienza alla Madre, con la massima gentilezza, desiderando esser tenuto al corrente circa le necessità dell'Istituto e provvedervi «come un padre». La serva di Dio non esita a tendere la mano per chiedere l'elemosina anche ai ricchi ed ai potenti, affinchè vengano concessi alle bambine cibi abbondanti e ben preparati.

Madre Maria Caterina ricorre ancora più spesso alla divina Provvidenza ed a San Giuseppe. «Tutto quel che domando a San Giuseppe, lo ottengo!» esclama un giorno con aria trionfante. Una sera, la Superiora viene informata che non vi è assolutamente più nulla per il giorno dopo, nè cibo, nè denaro. La Madre dà la parola d'ordine: «Coraggio! Diffidiamo di noi stesse e confidiamo in Dio, e tutto andrà per il meglio!». Lei stessa passa la notte in preghiera nella cappella. Ora, il giorno dopo, che sorpresa per la sagrestana, nello scorgere attorno al collo della statua di San Giuseppe una borsa ben piena! La fede della Madre era capace di smuovere le montagne.

Mille paure

Nel 1863, Madre Maria Caterina è eletta Badessa della sua comunità. Lo sviluppo della sua opera esige che altre suore vengano per secondare le prime. Ma, malgrado le suppliche della Madre, il monastero di Ferentino si disinteressa dell'opera d'Egitto. La Superiora si trova dunque nella necessità di fondare una famiglia religiosa autonoma. Il 5 luglio 1868, la Santa Sede erige ad Istituto le «Suore francescane missionarie d'Egitto». Le vocazioni affluiscono in gran numero, permettendo la fondazione di nuove case. Vengono così aperti, fra il 1868 e il 1874, due orfanatrofi e quattro scuole.

Nel 1882, mentre sono in programma tre nuove fondazioni, scoppia la guerra angloturca. Il console italiano domanda alle suore del Cairo di prepararsi a partire, poichè non è più in grado di assicurare la loro incolumità. Dopo aver sistemato qualche bambina presso famiglie amiche, la fondatrice, le suore e le altre bambine lasciano Il Cairo. Prendono un treno merci e, dopo mille paure, si imbarcano alla volta di Gerusalemme, Marsiglia, Napoli e finalmente giungono a Roma. Sul battello, esse non hanno neppure di che ristorarsi. Per incoraggiare le sue suore, la Madre dice loro con dolcezza: «A Gesù crocifisso, venne rifiutata una goccia d'acqua. Vorreste allora che a noi ci fosse accordato tutto quel che desideriamo?»

Quando la calma torna in Egitto, Madre Maria Caterina manda al Cairo tre delle sue suore per vedere lo stato della casa: tutto è rimasto intatto. Grazie, San Giuseppe! Viene dunque organizzato il ritorno delle suore. Appena arrivate, sono assalite dalle ex allieve che tornano sui banchi della scuola. Nel 1883, , il colera miete innumerevoli vittime. La comunità conosce di nuovo l'angoscia. «Madre, chiede una suora alla Superiora, la nostra miseria non vi fa paura? - Figlia mia, solo la mancanza di fede mi spaventa». «Non bisogna mai scoraggiarsi, diceva pure, perchè quel che il Signore non concede immediatamente, lo manderà ad un momento più favorevole... Dio dispone tutto per il nostro maggior bene, anche se, a prima vista, sembra che non sia così. Tutte le contraddizioni devono esser considerate come vantaggi spirituali. Soffrire è la vera ricchezza delle spose di Cristo».

«Che cosa sperare di meglio del Paradiso?»

Il 10 aprile 1887, la sera di Pasqua, Madre Troiani, spossata, deve mettersi a letto. Non c'è nessuna speranza di guarigione, il suo organismo è sfinito. Il 6 maggio, dopo aver ricevuto un'ultima volta la Santa Eucaristia, piega placidamente il capo e rende lo spirito. «Abbiamo due vite, aveva scritto, quella presente e quella futura. La prima è fatta di lotte, la seconda è la fine di esse, la ricompensa e la corona. La prima rappresenta la navigazione, la seconda il porto; la prima dura soltanto un attimo, l'altra ignora la vecchiaia e la morte». Spesso aveva anche raccomandato alle sue suore: «Compite bene il vostro dovere; speriamo di andare un giorno lassù, nella letizia, in Paradiso. Dopo aver sopportato tante fatiche e tante sofferenze, che cosa sperare di meglio del Paradiso? Per vivere da vere religiose, bisogna comportarsi ogni giorno come se fosse il primo della nostra vita consacrata e l'ultimo della nostra vita terrena». Il 7 maggio, i suoi funerali si trasformano in trionfo: Cristiani e Mussulmani sono presenti per render un ultimo omaggio a quell'apostolo della carità.

Chiediamo alla Beata Maria Caterina Troiani di guidarci nel compimento del nostro dovere quotidiano, via dell'eterna beatitudine. Preghiamo San Giuseppe secondo tutte le Sue intenzioni, in particolare per la Sua famiglia, per i vivi e i defunti.

Dom Antoine Marie osb

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