Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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15 settembre 1999
Nostra Signora dei sette Dolori


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

La mattina del primo gennaio 1300, a Roma, capitale del mondo cristiano, si nota una straordinaria animazione. I Romani si dirigono a frotte verso la basilica di San Pietro. «Santo Padre, dicono al Papa, benediteci prima che moriamo. Abbiamo sentito dire dai nostri vecchi che a tutti i cristiani che visiteranno i corpi degli Apostoli durante quest'anno centenario, saranno rimesse le loro colpe e che essi saranno liberati dalle pene, conseguenza del peccato». In serata, l'affluenza è tale che diventa quasi impossibile avanzare nella navata e attorno agli altari. Il giorno dopo ed i giorni seguenti, la calca è identica. I pellegrini arrivano da dovunque per visitare la basilica, confessare le loro colpe e pregare sulla tomba degli Apostoli.

La prima reazione della Santa Sede è la sorpresa: non si conoscono tradizioni in questo senso. Papa Bonifacio VIII fa appello agli archivisti, ma invano: non trovano nessuna traccia di Indulgenze eccezionali, nè per l'anno 1200, nè per i secoli anteriori. In cerca di testimonianze orali, si finisce con lo scoprire un vecchio che afferma: «Mio padre è andato a Roma nel 1200; mi ha raccomandato caldamente, nel caso in cui arrivassi a mia volta al nuovo centenario, di non lasciarmi sfuggire una grazia simile». Alla Corte pontificia, si rimane perplessi.

Bisogna aver visto per crederci!

Tuttavia, i pellegrini continuano ad arrivare. Che fare? È difficile lasciare nell'incertezza la pietà popolare. Il 22 febbraio, Bonifacio VIII presenta al popolo una Bolla che accorda ai pellegrini dell'anno 1300, a certe condizioni, un'indulgenza plenaria. La promulgazione di tale documento ha un effetto prodigioso. Si accorre a Roma da tutti i paesi. Un cronista dell'epoca stima i pellegrini di quell'anno a 2.000.000. Le strade sono ingombre di viaggiatori. Giovani, troppo poveri per offrirsi una cavalcatura, se ne vanno a piedi; vecchi ed infermi sono trasportati in lettiga. Si vedono uomini ricchi che camminano dimessamente come i poveri, per spirito di penitenza e di umiltà. A Roma, bisogna regolare il traffico. L'accesso al ponte Sant'Angelo, da cui si giunge a San Pietro, è troppo stretto; si apre, alla meno peggio, una nuova strada. Il ponte viene diviso in due con una palizzata per creare un «senso unico». Neppure la notte interrompe le visite alle basiliche. «Bisogna aver visto per crederci!» afferma un testimone.

Papa Bonifacio VIII aveva previsto la celebrazione di un giubileo ad ogni centenario. Ma, «data la brevità della vita umana», Papa Clemente VI ridusse, nel 1350, il ritmo dei giubilei a cinquant'anni. La periodicità dei giubilei è poi passata a 33 anni, quindi, a 25 anni. Progressivamente, il giubileo, che consisteva nell'acquistare un'indulgenza plenaria, ha assunto un significato più ampio: un'occasione di rinnovo spirituale nell'amore di Dio, la fedeltà al Vangelo, e, in tal modo, il progresso della società umana nella giustizia e nella carità. In occasione dell'indizione di quello del 1950, Papa Pio XII diceva: «Il grandissimo Giubileo ha per scopo principale quello di incitare tutti i cristiani, non solo ad espiare i loro peccati e ad emendare la loro vita, ma anche ad acquisire la virtù e la santità, secondo quel che è stato detto: Santificatevi e siate santi, perchè io, il Signore, Dio vostro, sono santo (Lev. 19, 2)... Se gli uomini ascolteranno in modo favorevole questa voce della Chiesa, ... non solo i costumi privati, ma anche la vita pubblica si conformeranno ai precetti ed allo spirito cristiano». Per introdurre il Giubileo del 1975, Papa Paolo VI affermava che l'essenziale dell'Anno santo è «il rinnovo interiore dell'uomo: ...Bisogna rifare l'uomo dall'interno. Ecco quel che il Vangelo chiama conversione, penitenza... È un tempo di grazia che, di solito, si ottiene soltanto curvando il capo».

Nella prospettiva dell'anno 2000, numerose sono le sfide che si presentano alla Chiesa. Monsignor Cordes, vicepresidente del Consiglio pontificio per i laici, così le presentava nel 1992, in occasione di un incontro internazionale: «Nella Chiesa, parecchi milioni di cattolici non seguono Cristo e non gli sono sottomessi, anche se si dicono sempre cattolici e se partecipano occasionalmente alle liturgie della Chiesa. Ve ne sono altri milioni che sono disorientati e nell'indeterminatezza per quanto cencerne i fondamenti della fede, ...fuorviati anche da errate catechesi. Anche se il comunismo non rappresenta più la minaccia di una volta, il materialismo occidentale, la laicizzazione ed il consumerismo (uso abusivo dei beni di questo mondo) possono costituire una minaccia ben più grande per la vita dell'anima. E, al di là delle ferite visibili della Chiesa, miliardi di nostri simili non conoscono, ancora oggi, Cristo, e vivono diversamente oppressi dal punto di vista sociale e personale. Molti sono ancora schiavi del peccato e sotto l'influenza del Maligno. Perchè non riconosceremmo che Satana si dà da fare per separare le persone da Dio – come dice la Sacra Scrittura: Il diavolo, vostro avversario, si aggira, come leone ruggente, in cerca di chi divorare (1 Pietro 5, 8)?»

Una solida pedagogia

Di fronte a tali sfide, Papa Giovanni Paolo II chiama tutti i cristiani a celebrare il grande Giubileo dell'anno 2000: «Il tempo del Giubileo ci inizia al vigoroso linguaggio que utilizza la pedagogia divina della salvezza per esortare l'uomo alla conversione ed alla penitenza, principio e via di riabilitazione, e condizione per ritrovare quel che egli non potrebbe raggiungere con le sue sole forze: l'amicizia di Dio, la sua grazia, la vita soprannaturale, la sola in cui possano esser soddisfatte le aspirazioni più profonde del cuore umano» (Bolla Incarnationis mysterium, IM, 29 novembre 1998, 2).

Il «linguaggio vigoroso» impiegato da Dio in vista della nostra salvezza, è quello dei profeti, fino a San Giovanni Battista, e soprattutto quello di Gesù, divino Maestro: Se non fate penitenza, perirete tutti (Luca, 13, 3). Entrate per la porta stretta, perchè larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione; e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano! (Matt. 7, 13-14). Gesù ci rivela il tanto grave obiettivo della nostra vita sulla terra: il modo in cui saremo vissuti determinerà irrevocabilmente il nostro destino eterno. La vita terrena è unica: Gli uomini muoiono una volta sola, e dopo la morte viene il giudizio (Eb. 9, 27). «Siccome non conosciamo nè il giorno nè l'ora, insegna il Concilio Vaticano II, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinchè, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con Lui di entrare al banchetto nuziale e di essere annoverati fra i beati, nè ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti» (Lumen gentium, 48). Il Signore ci ha posti davanti a due strade: la via della vita e quella della morte (Ger. 21,8). Tocca a noi scegliere l'una o l'altra.

Creati a immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1, 26), siamo capaci di conoscerLo e di amarLo liberamente. Con la parola «immagine», la Sacra Scrittura vuol dire che siamo chiamati all'amicizia con Dio. D'altra parte, Cristo è stato mandato dal Padre perchè ricevessimo l'adozione a figli (Gal. 4, 5), perchè entrassimo a far parte della famiglia di Dio, perchè fossimo eredi di Dio e coeredi di Cristo (Rom. 8, 17), nella Patria celeste. Questa è la Speranza dei cristiani. Ma nessuna amicizia può essere imposta. L'amicizia, come l'adozione, viene offerta per essere liberamente accettata o rifiutata. Colui che sceglie il rifiuto non parteciperà al Regno di Cristo e di Dio (Ef. 5, 5). Con il peccato grave, l'uomo tronca l'amicizia divina e si avvia sulla strada che conduce alla perdizione eterna. «Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore, insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l'esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell'inferno; infatti, la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili» (CCC, 1861).

È funesto e amaro abbondonare il Signore, tuo Dio

Molto spesso, nel Vangelo, Gesù ci mette in guardia contro la conseguenza eterna del peccato grave: Se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te perdere uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna (l'inferno). E se la tua mano destra ti è occasione di caduta, tagliala e gettala via da te; perchè è meglio per te perdere uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada nella Geenna (Matt. 5, 29-30). San Benedetto si fa portavoce di quest'insegnamento, attraverso l'avvertimento che dà ai suoi monaci di «paventare il giorno del giudizio» e di «temere l'inferno» (Regola, Cap. 4). Il Salvatore ci invita ad un timore salutare della disgrazia eterna, quando dice: Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima; temete piuttosto colui che può mandare anima e corpo nella Geenna (Matt. 10, 28). Queste parole ci mostrano quanto sia funesto e amaro abbandonare il Signore, nostro Dio (Ger. 2, 19). Sono destinate a scuotere la coscienza per farvi nascere la contrizione, vale a dire «un dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire» (CCC, 1451).

Quando proviene dall'amore di Dio, amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta «perfetta». La contrizione imperfetta, o «attrizione», nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore delle pene dell'inferno; se, escludendo la volontà di peccare, è accompagnata dalla speranza del perdono, è un vero dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo che, sulla terra, non cessa di offrire la sua grazia, anche a coloro che si separano da Lui, perchè Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati ed arrivino alla conoscenza della verità (1 Tim. 2, 4) (ved. CCC, 1452-1453). Sant'Ignazio di Loyola spiega, negli «Esercizi Spirituali», la funzione salutare della contrizione imperfetta: «Benchè dobbiamo desiderare soprattutto che gli uomini servano Dio, nostro Signore, per puro amore, dobbiamo tuttavia lodare grandemente il timore della divina Maestà; perchè non soltanto il timore filiale è pio e santissimo, ma anche il timore servile (contrizione imperfetta), quando l'uomo non si eleva a qualcosa di migliore e di più utile, lo aiuta molto a togliersi dal peccato mortale; e, quando se ne è tolto, arriva facilmente al timore filiale, che è perfettamente gradito e caro a Dio, perchè è unito inseparabilmente al suo amore» (n. 370).

La contrizione imperfetta dispone a ricevere la grazia del perdono divino nel sacramento della Penitenza. Esso è, per un cristiano, il modo normale previsto da Dio per ottenere la remissione dei peccati gravi commessi dopo il battesimo. Il ricorso a questo sacramento ha luogo con la confessione individuale e completa, seguita dall'assoluzione, «l'unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, a meno che un'impossibilità fisica o morale non li dispensi da una tale confessione» (CCC, 1484). Ciò non è senza motivazioni profonde: «Cristo agisce in ogni sacramento. Si rivolge personalmente a ciascun peccatore: Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati (Mar. 2, 5). Cristo è il medico che si china su ogni singolo ammalato che ha bisogno di lui, per guarirlo» (ibid.).

Lasciarci guarire da Cristo

Il primo atto essenziale di colui che ricorre al sacramento della Penitenza è la contrizione. Il secondo, è la confessione dei peccati al sacerdote: «È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo» (CCC, 1456). La Chiesa prevede che in certi «casi di grave necessità», giudicati tali dal Vescovo diocesano, si possa ricorrere alla celebrazione comunitaria del sacramento della Penitenza, con assoluzione collettiva. Ma perchè sia valida l'assoluzione in simili circostanze, i fedeli devono fare il proposito di confessare individualmente i propri peccati a tempo debito (ved. CCC, 1483).

Perchè un peccato sia mortale, si richiede che concorrano tre condizioni: «È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso. La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre (Mar. 10, 19)» (CCC, 1857-1858). Sono gravi in sè e per sè i peccati di idolatria, apostasia, ateismo, ma anche la fornicazione, il concubinaggio prima del matrimonio, l'adulterio, la contraccezione, l'aborto, ecc.

Se manca una delle tre condizioni concomitanti, il peccato è veniale; non tronca l'amicizia divina, ma la ferisce. Senza essere strettamente necessaria, «la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come Lui» (CCC, 1458).

Infine, il sacramento della Penitenza comporta la «soddisfazione». Risollevato dal peccato, il peccatore deve riparare le proprie colpe: «deve «soddisfare» in maniera adeguata o «espiare» i suoi peccati. Questa soddisfazione si chiama anche «penitenza»» (CCC, 1459). Essa è imposta dal sacerdote, in funzione della situazione personale del penitente e del suo bene spirituale.

La dottrina e la pratica delle indulgenze sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. Nella Bolla Incarnationis mysterium, Papa Giovanni Paolo II le spiega in questo modo: «Qualsiasi peccato, anche veniale, porta con sè un attaccamento malsano alle creature, che necessita purificazione, o in terra, o dopo la morte, nella situazione chiamata Purgatorio. Tale purificazione libera da quel che si chiama la «pena temporale» del peccato; una volta espiata detta pena, quel che ostacola la totale comunione con Dio e con i fratelli viene cancellato» (IM, 10).

Così, «il fatto di esser stati riconciliati con Dio non esclude che rimangano certe conseguenze del peccato da cui è necessario purificarsi... Con l'indulgenza concessa al peccatore pentito, viene rimessa la pena temporale per i peccati già perdonati relativamente alla colpa» (Ibid., 9). Colui che ha acquistato un'indulgenza plenaria, è dunque pronto ad entrare immediatamente in Cielo, senza transitare per il Purgatorio. Se quest'indulgenza è applicata ad un'anima del Purgatorio, essa la libera immediatamente dalle pene.

Un'eccedenza di amore

«L'indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perchè ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati» (CCC, 1478). È in Cristo che si trovano in abbondanza le soddisfazioni ed i meriti della Redenzione. Ma le preghiere e le buone opere della beata Vergine Maria e di tutti i santi hanno anch'esse un immenso valore presso Dio. Così «si instaura fra i fedeli uno scambio ammirabile di beni spirituali (chiamato «comunione dei santi»), in virtù del quale la santità dell'uno giova agli altri ben al di là del danno che il peccato dell'uno ha potuto causare agli altri. Vi sono persone che lasciano dietro di sè come un'eccedenza di amore, di sofferenza sopportata, di purezza e di verità, che si riversa sugli altri e li sostiene» (IM, 10).

Per il Giubileo dell'anno 2000, la Chiesa apre i suoi tesori spirituali ai fedeli con la concessione di un'indulgenza particolare: «Il sommo del Giubileo è l'incontro con Dio Padre, mediante Cristo Salvatore, presente nella sua Chiesa in modo speciale attraverso i sacramenti. Per questo, tutto il percorso giubilare, preparato dal pellegrinaggio, ha come punto di partenza e di arrivo la celebrazione del sacramento della Riconciliazione, ed altresì del sacramento dell'Eucaristia...

Dopo aver proceduto adeguatamente alla confessione sacramentale, che deve essere, normalmente, la confessione individuale e completa, il fedele, nell'eseguire ciò che deve esser compiuto, può ricevere o applicare, per un certo periodo, il dono dell'indulgenza plenaria, anche quotidiamente, senza esser costretto a confessarsi di nuovo... È invece opportuno che la partecipazione all'Eucaristia – necessaria per ogni indulgenza – abbia luogo nel giorno stesso in cui si compiono le opere prescritte» (Penitenzieria apostolica: Disposizioni in vista dell'ottenimento dell'indulgenza del Giubileo, 29 novembre 1998).

Per acquistare un'indulgenza plenaria, sono richieste varie condizioni: essersi confessati, aver ricevuto la comunione eucaristica, compiere l'opera cui si applica l'indulgenza e pregare secondo le intenzioni del Papa. Per il Giubileo dell'anno 2000, l'opera da compiere consiste normalmente in un pellegrinaggio: pellegrinaggio a Roma, o in Terra Santa, o nella cattedrale della propria diocesi (oppure nel luogo designato dal vescovo della diocesi), o magari anche una visita, per un certo tempo, a persone in difficoltà (malati, detenuti, persone anziane e isolate, handicappati, ecc.), come se si trattasse di un pellegrinaggio alla volta di quel Cristo che è presente in essi.

C'è una porta sola

Il grande Giubileo dell'anno 2000 inizierà con l'apertura della Porta Santa. Ognuna delle quattro grandi basiliche patriarcali romane (San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, San Paolo fuori le mura) possiede sulla facciata una porta speciale, chiamata «Porta Santa», che è aperta soltanto in occasione dei giubilei. Nella notte dal 24 al 25 dicembre 1999, il Papa aprirà la Porta Santa della basilica di San Pietro e la varcherà solennemente, mostrando il Santo Vangelo alla Chiesa ed al mondo.

Tale gesto simbolico «evoca il passaggio che ogni cristiano è chiamato a compiere, dal peccato alla grazia, afferma il Papa. Gesù ha detto: Io sono la porta (Giov. 10, 7), per mostrare che nessuno può accedere al Padre se non attraverso Lui. Questa designazione che Gesù fa di se stesso attesta che Lui solo è il Salvatore inviato dal Padre. C'è una sola porta che spalanca l'entrata nella vita di comunione con Dio, e questa porta è Gesù, via unica ed assoluta della salvezza» (IM, 8). L'Apostolo San Pietro dichiara infatti: E non vi è in nessun altro salvezza. Non vi è altro Nome dato agli uomini per mezzo del quale possiamo esser salvati (Atti 4, 12). «La Porta, continua il Papa, ricorda la responsabilità di ogni credente di varcarne la soglia. Passare attraverso questa porta significa professare che Gesù Cristo è il Signore» (IM, 8).

Il rito solenne con cui viene aperta la Porta Santa significa anche «che i tesori spirituali della Chiesa sono aperti più ampiamente a tutti coloro che, spinti dal desiderio di espiare le proprie colpe, desiderano beneficiare dei privilegi del grande Giubileo» (Pio XII, 12 dicembre 1949).

Il tempo del Giubileo sarà altresì l'occasione di un ravvicinamento dei cristiani, in vista dell'unità voluta da Cristo; un tempo di domanda di perdono e di riconciliazione fra gli uomini; dovrà esser caratterizzato da una pratica perseverante della carità, soprattutto nei riguardi di quelli che vivono nella povertà e nell'emarginazione. Sarà anche un tempo di memoria della testimonianza dei martiri (ved. IM, 4, 11, 12, 13).

La gioia del Giubileo verrà completata volgendo lo sguardo alla Santa Vergine Maria. «Donna che sa tacere e ascoltare, docile nelle mani del Padre, la Vergine Maria è invocata da tutte le generazioni come «beata», perchè ha saputo riconoscere le meraviglie che lo Spirito Santo ha compiuto in lei. I popoli non cesseranno mai di invocare la Madre della misericordia e troveranno sempre rifugio sotto la sua protezione. Che colei che, con il figlio Gesù e lo sposo Giuseppe, si recò in pellegrinaggio al sacro tempio di Dio, protegga la strada di quelli che si faranno pellegrini in quest'anno giubilare!» (IM, 14).

Preghiamo secondo tutte le Sue intenzioni e particolarmente per tutti i Suoi defunti.

Dom Antoine Marie osb

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