Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


[Cette lettre en français]
4 giugno 1999
Mese del Sacro Cuore


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«A che servono i monaci e gli Ordini religiosi?» Questa considerazione, incongrua in ambito cristiano, è diven- tata quasi banale nella nostra società secolarizzata. Pertanto, Papa Giovanni Paolo II poteva scrivere, il 25 marzo 1996: «Al giorno d'oggi, molti si mostrano perplessi e si interrogano: Perchè la vita consacrata? Perchè scegliere questo genere di vita, mentre vi sono tante emergenze, nei campi della carità e dell'evangelizzazione stessa, cui si può adempiere senza assumere gli impegni particolari della vita consacrata? Non è questa una specie di «spreco» di energia umana utilizzabile, secondo i criteri di efficacia, per un bene maggiore, a favore dell'umanità e della Chiesa?» (Esortazione apostolica Vita Consecrata, 104).

A questa domanda, il Santo Padre risponde: «Per la persona affascinata, nel secreto del cuore, dalla bontà e dalla bellezza del Signore, quel che può parere uno spreco agli occhi degli uomini, è una risposta evidente d'amore, è una gratitudine entusiasta per esser stati ammessi, in modo del tutto speciale, alla conoscenza del Figlio di Dio ed alla partecipazione alla sua divina missione nel mondo» (ibid.). La vita consacrata è la risposta d'amore ad un richiamo di Dio: Mi hai sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato sedurre (Ger. 20, 7). Tale seduzione porta a condividere in un'intimità particolare il mistero di Cristo, consacrandogli in modo esclusivo tutta la propria persona.

«Basta Dio solo»

Prima di entrare in un convento di Carmelitane, nel 1918, una giovane cilena, sedotta da Cristo, spiegava così al fratello, rattristato e scandalizzato, i motivi della sua vocazione: «Esiste nell'anima una sete insaziabile di felicità. Non so perchè, ma in me essa è decuplicata. Voglio amare, ma qualcosa d'infinito, e desidero che l'essere che amo non cambi e non sia vittima delle proprie passioni, delle circostanze del tempo e della vita. Amare, sì, ma amare l'Essere immutabile, Dio che mi ha amata infinitamente, da un'eternità». Il desiderio naturale di felicità è di origine divina; Dio l'ha messo nel cuore dell'uomo per attirarlo a sè, che, solo, può appagarlo. «La vera felicità non si trova nè nella ricchezza o nel benessere, nè nella gloria umana o nel potere, nè in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, nè in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, 1723).

Il 21 marzo 1993, in occasione della canonizzazione di Santa Teresa delle Ande, Papa Giovanni Paolo II dichiarava: «Ad una società secolarizzata, che vive voltando le spalle a Dio, presento con viva gioia, quale modello dell'eterna giovinezza del Vangelo, questa Carmelitana cilena. Essa porta la testimonianza limpida di un'esistenza che proclama agli uomini di oggi che la grandezza e la felicità, la libertà e la completa realizzazione della creatura umana risiedono nell'amore, nell'adorazione e nel servizio di Dio. La vita della beata Teresa grida dolcemente dal chiostro: basta Dio solo!»

«Padre caro, andiamocene in cielo!»

Giovanna Fernández Solar è nata il 13 luglio 1900, da un'agiata famiglia di Santiago del Cile (America Latina). Rivela fin dall'infanzia una personalità ardente, fatta di cuore, di intelligenza e animata da un gran desiderio di Dio. «Mi ricordo, narra un sacerdote amico della famiglia Fernández, che un giorno, prendendomi per mano, mi disse: «Padre caro, andiamocene in cielo! - Bene, figliola, le risposi, andiamocene in cielo!» Usciti entrambi di casa, le chiesi: «Ebbene, Giovannina, da che parte si va in cielo? - Di là», mi fece. Ed il suo ditino roseo indicava la Cordigliera delle Ande. «Benissimo, figliola, ripresi; ma ricordati bene che quando avremo scalato quelle alte montagne, il cielo sarà ancora molto, molto lontano. No, Giovannina, non è quella la strada del cielo: Gesù nel tabernacolo, ecco la strada maestra per arrivarci»».

Malgrado queste buone disposizioni, Giovanna non è senza difetti. È testarda, vanitosa ed egoista, è incline alla musoneria ed ai capricci. «Mi capitava talvolta di montare su tutte le furie», dirà. Aiutata dai suoi (avrà cinque fratelli e sorelle) e soprattutto dalla grazia del battesimo, sostiene un'aspra lotta contro le sue cattive inclinazioni, e specialmente contro il suo temperamento irascibile e emotivo, su cui influisce una salute delicata. Un giorno, sua sorella Rebecca si arrabbia contro Giovanna e arriva al punto di picchiarla con tutte le sue forze. Questa vuol rispondere con lo stesso vigore. Con il viso rosso di collera, afferra la sorella e, improvvisamente, si ferma: invece di una botta, le dà rapidamente un bacio. Rebecca non capisce il gesto eroico della sorella e la caccia via gridandole: «Vattene! Mi hai dato il bacio di Giuda!» Giovanna, che ha trionfato sulla sua collera, se ne va dolcemente.

Ricoverata, all'età di 13 anni, per un'appendicite acuta, Giovanna soffre intensamente della solitudine: «Allora, i miei occhi si fissarono su un quadro che rappresentava il Sacro Cuore, scrive, e sentii una voce dolcissima che mi diceva: «Ma come, Giovannina! Io sono sempre solo sull'altare, perchè ti amo, e tu non sopporti di esser sola per un istante?» Da allora, il mio Gesù mi parla. E passavo ore ed ore a conversare con Lui... Mi insegnava a poco a poco come dovessi soffrire e non lamentarmi. Facevo tutto con Gesù e per Gesù».

Negli anni dell'adolescenza, il gusto delle futilità la distoglie in parte dal fervore. Ma frequenti malattie, allontanandola dai divertimenti, la riportano alla presenza di Dio, e, ben presto, è colta da disgusto nel ricordare le feste in cui la vanità rivaleggia con la sensualità.

In cammino verso le cime

L'8 dicembre 1915, con l'autorizzazione del suo confessore, Giovanna si consacra a Dio attraverso il voto di castità. Il valore eminente di tale voto è stato ricordato da Papa Giovanni Paolo II: la pratica gioiosa della castità perfetta dimostra «la forza dell'amore di Dio nella fragilità della condizione umana. La persona consacrata attesta che quel che i più considerano impossibile, diventa, con la grazia del Signore Gesù, possibile ed autenticamente liberatore. Sì, in Cristo, è possibile amare Dio con tutto il cuore, collocandolo al di sopra di qualsiasi altro amore, e amare così ogni creatura con la libertà di Dio! Ecco una delle testimonianze che sono, oggi, più necessarie che mai, proprio perchè è talmente poco compresa dal mondo» (Vita consecrata, 88).

Nel 1916, Giovanna effettua il primo ritiro spirituale, secondo il metodo di Sant'Ignazio di Loyola. A seguito della meditazione del «Richiamo di Cristo Re», scrive: «Sono disposta a seguire Gesù ovunque Egli vorrà. Egli sceglie la povertà, le umiliazioni, la croce. Non riceverò io pure questi doni, visto che mi ha creata, che mi ha conservato la vita, mi ha liberata dall'inferno? Meglio ancora, ha sofferto per trent'anni pene di tutte le specie, per morire poi su una croce come il più infame degli uomini... E vorrei non soffrire nulla per amore di Lui?» Queste considerazioni penetrano talmente la sua anima, che la penitenza, per imitare Cristo che soffre, diventa per lei un vero bisogno. Sua sorella Rebecca ha raccontato che si serviva di mille astuzie per contrariare i propri gusti e mortificarsi in tutto. Tuttavia, ubbidisce alla madre che le chiede di non privarsi del cibo necessario alla sua salute delicata.

Malgrado le prove e le malattie, Giovanna rimane una ragazza allegra ed espansiva. In vacanza sulla costa del Pacifico, fa lunghe cavalcate, all'amazzone («sono molto yankee», scrive), con le sue amiche, e, tutte insieme, aiutano i sacerdoti occupati nelle missioni delle campagne, a catechizzare i contadini. Le piace anche molto occuparsi dei poveri.

«Ho sete di anime»

Giovanna ha sentito il richiamo divino: «Quanto sono felice, sorellina cara! scrive a Rebecca, il 15 aprile 1916. Aspiro ogni giorno ad entrare fra le Carmelitane, per non occuparmi più che di Gesù, per unirmi a Lui e non vivere più che della Sua vita: amare e soffrire per salvare anime. Sì, ho sete di anime, perchè so che è quello che piace sommamente a Gesù. Devo offrire al mio Fidanzato il sangue che ha versato per ciascuna di esse».

Eccola incamminata sulla strada della santità, per rispondere all'amore che Dio ci ha manifestato nell'Incarnazione redentrice: In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (1 Giov. 4, 10). L'esigenza della conversione riguarda tutti i figli della Chiesa. Ma le persone che scelgono la vita consacrata vivono tale esigenza in un'offerta totale di sè che va fino alla rinuncia a beni legittimi. Infatti, attraverso al voto di povertà, abbandonano il possesso personale dei beni terreni; attraverso il voto di castità, rinunciano al matrimonio, ed attraverso il voto di ubbidienza, abdicano ad una legittima autonomia nella condotta della loro vita. Seguono così più da vicino il Signore Gesù, povero, casto ed ubbidiente. Quest'amore assoluto ha valore di esempio per tutti i cristiani.

Nel settembre del 1917, Giovanna scrive alla Superiora del convento delle Carmelitane di Los Andes, che sorge ai piedi della catena di montagne che porta lo stesso nome, a 150 km. da Santiago, e le esprime il suo desiderio di entrare nel monastero. «La vita di una Carmelitana è soffrire, amare e pregare, e tutto il mio ideale si riassume in questo. Reverenda Madre, il mio Gesù mi ha insegnato queste tre cose fin dall'infanzia».

Tuttavia, la ragazza conosce ancora cadute. Si accusa di civetteria e, il 18 ottobre 1917, confessa: «Oggi, una Suora ci ha distribuito dolciumi, e siccome me ne ha dato soltanto un pezzettino piccolo, mi sono arrabbiata e l'ho buttato, e poi ho rifiutato l'altro che mi dava» (Diario). I nostri difetti, rendendo palese la debolezza umana, ci aiutano a comprendere che la santità non è tanto opera nostra, quanto quella dello Spirito Santo. Per giungervi, Giovanna continuerà a lottare ed a porre tutto il suo ardore al servizio dello Spirito divino.

La cella del cuore

Nella primavera del 1918, si offre quale vittima d'amore e di espiazione, in risposta ad un'ispirazione del Sacro Cuore di Gesù. Poco dopo, la sua anima è invasa dalle tenebre. Confida ad un sacerdote lo stato di sofferenza interiore in cui si trova ed aggiunge: «Ciò non mi stupisce, Reverendo Padre, poichè ho chiesto a Cristo di privarmi di ogni consolazione, affinchè altre anime che amo trovino pace e gioia nei sacramenti e nella preghiera».

La Passione redentrice di Cristo ha conferito alla sofferenza, conseguenza del peccato originale, un senso nuovo: essa può diventare partecipazione all'opera salvifica di Gesù. Completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa, dice San Paolo (Col. 1, 24). Certo, la sofferenza non è un bene in sè, ma Gesù ha degnato assumerla per la nostra rigenerazione spirituale. Così, seguendo le orme di Cristo sofferente, cooperiamo all'opera di salvezza delle anime, e, mossi dallo Spirito Santo e dalla carità, possiamo ottenere per noi stessi e per gli altri le grazie della santificazione, in vista della vita eterna. Esiste fra i fedeli - del cielo, del purgatorio e della terra - un legame costante d'amore ed un abbondante scambio di tutti i beni, chiamato comunione dei santi. In tale mirabile scambio, i meriti degli uni giovano agli altri.

L'11 gennaio 1919, Giovanna si reca con sua madre in visita al convento delle Carmelitane di Los Andes, scelto perchè è il più povero del Cile. Nei giorni precedenti, essa è stata tentata contro la propria vocazione; le sembrava che avrebbe potuto fare di più per la salvezza delle anime, entrando in un Ordine attivo. Ma, appena si trova dentro le mura del piccolo convento, sente che tutti i suoi dubbi svaniscono: «Mi sentivo invasa da una pace e da una felicità talmente grandi, che mi è impossibile esprimerle. Vedevo nettamente che Dio mi voleva lì e sentivo in me come una forza per vincere tutti gli ostacoli, per esser Carmelitana e rinchiudermi là dentro per sempre».

La clausura dei Religiosi contemplativi è un modo di vivere il mistero pasquale di Cristo. Da esperienza di morte a se stessi, diventa sovrabbondanza di vita ed appare come un annuncio gioioso della possibilità offerta a qualsiasi persona di vivere unicamente per Dio, in Gesù Cristo. La clausura evoca quella «cella del cuore» in cui ciascuno è chiamato a vivere l'unione con il Signore (ved. Vita consecrata, 59).

«San Giuseppe ha fatto il miracolo!»

Verso la fine del 1917, Giovanna e sua madre uscivano un giorno dalla chiesa, dopo la messa, quando la ragazza disse, all'improvviso: «Lo sai, mamma, che voglio farmi Carmelitana?» La Signora Fernández seguiva da vicino l'azione della grazia nell'anima della figlia. La risposta fu calma e semplice: «Se tuo padre darà il suo consenso, io certo non mi opporrò». Nella primavera del 1919, Giovanna, che si trova da amici, scrive a suo padre, per ottenerne l'assenso. Mette tutto il cuore e tutta la sua fede in quella lettera che porta la data del 25 marzo, festa dell'Annunciazione. Le condizioni non sono favorevoli, perchè la situazione economica della famiglia si è deteriorata, e c'è da temere che la dote, allora necessaria per entrare in un convento di Carmelitane, non possa essere versata.

I giorni passano e, benchè Giovanna sia tornata a casa, suo padre non fa alcuna allusione alla lettera. Finalmente, mentre si appresta a ripartire, Giovanna, scorgendo suo padre, corre da lui. Con tutta la sua solita tenerezza e delicatezza, lo supplica di darle l'assenso desiderato. Resistendo all'impulso del cuore, egli risponde: «Figlia mia, se tale è la volontà di Dio, non mi oppongo». Piena di gioia, Giovanna esclama: «San Giuseppe ha fatto il miracolo!»

In una lettera, Giovanna rivela al fratello Lucio il fuoco interiore che la infiamma: «L'anima incatenata dalle esigenze del corpo e da quelle dell'ambiente sociale in cui vive, si trova esiliata ed aspira, in uno slancio ardente, a contemplare senza posa l'orizzonte infinito che si allarga a mano a mano che lo guarda, senza incontrare mai limiti in Dio. Caro Lucio, tu non puoi capire ciò adesso, ma pregherò perchè Dio si manifesti un giorno alla tua anima, come, nella sua infinita bontà, si manifesta alla mia... Pensa soprattutto che la vita è talmente breve; sai già che questa vita non è la vita». Infatti, paragonata alla vita eterna in cui vedremo Dio faccia a faccia in una letizia ineffabile e infinita, liberati da tutte le sofferenze, da tutte le lacrime e dalla morte, la vita terrena non merita il nome di vita.

La vera ricchezza

Il 7 maggio 1919, le porte del convento delle Carmelitane di Los Andes si richiudono definitivamente alle spalle della postulante, che porterà ormai il nome di Suor Teresa di Gesù. «Dio sia lodato, scrive a sua madre fin dall'indomani. Sono nel mio piccolo convento. Devo fare un'enorme attenzione a camminare con gli zoccoli. Mi prende la ridarella nel vedere la mia goffaggine. Insomma, sono felice, perchè, benchè non possieda nulla, trovo tutto in Dio». Non perde affatto il suo senso dell'umorismo: «Qui, rappezziamo e rammendiamo molto gli indumenti, perchè siamo povere. Figuratevi che l'abito che devo rattoppare comporta più di centocinquanta pezze. Non rimane più nulla del tessuto iniziale!»

In ogni comunità religiosa, la povertà è onorata. Senza negare il valore dei beni creati, la povertà, scelta volontariamente, li relativizza. Il senso principale della povertà è quello di render omaggio a Dio, che è la vera ricchezza del cuore umano, attraverso l'imitazione di Cristo povero: Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il Regno dei cieli (Matt. 5, 3). In un mondo spesso materialistico, avido di possesso, indifferente alle necessità ed alle sofferenze dei più deboli, la povertà evangelica stigmatizza con forza l'idolatria del denaro. È un invito ad un'utilizzazione moderata dei beni di questo mondo (ved. Vita consecrata, 89-90).

Il 14 ottobre 1919, Suor Teresa riveste l'abito delle Carmelitane, alla presenza della sua famiglia e di molte amiche, ed inizia il noviziato. Durante il tempo di probandato, attraversa alternanze di favori mistici straordinari e di grandi tentazioni, in particolare contro la fede. Ma la sua indole gioiosa non è intaccata da questo stato di cose.

Matura per la messe

All'inizio del mese di marzo 1920, Suor Teresa afferma che morirà il mese seguente. Infatti, il 2 aprile, Venerdì Santo, cade ammalata gravemente di tifo. Il lunedì di Pasqua, riceve con grande fervore gli ultimi sacramenti ed il giorno seguente è ammessa alla professione religiosa. Il 12, dopo solo undici mesi di vita carmelitana, Suor Teresa di Gesù entra nella letizia del cielo.

«Farà ben presto miracoli», aveva annunciato qualche giorno dopo la morte Padre Giuliano Cea. Da allora, un numero incalcolabile di persone attribuiscono alla sua intercessione grazie e favori di ogni specie. Il convento delle Carmelitane di Los Andes, che ha festeggiato or non è molto il centenario della fondazione (2 febbraio 1898), è diventato il luogo di pellegrinaggio più frequentato del Cile, e molti giovani vi ricevono la grazia di iniziare o di riprendere una vita cristiana.

L'influenza e l'irraggiamento postumi di Santa Teresa delle Ande stupiscono in una ragazza morta a meno di vent'anni. Questa vita, senza risalto agli occhi di una società amante dell'efficacia temporale, è tuttavia proposta dalla Chiesa come un esempio di successo umano. Il segreto della santa del Cile si trova nella di lei profonda unione con Cristo e nella pratica dell'amore vero, riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rom. 5, 5). Quest'Amore, contrariamente al falso amore che ricerca il piacere egoistico, si identifica con il dono di sè senza misura; procura all'uomo la felicità.

«Dio ha fatto brillare in lei in modo ammirevole la luce di suo Figlio Gesù Cristo, diceva il Papa in occasione della canonizzazione della santa, perchè fosse un faro e una guida per un mondo che sembra cieco ed incapace di discernere lo splendore divino... Ad una gioventù che è continuamente spronata dai messaggi e dalle incitazioni d'una cultura erotizzata, ad una società che confonde l'amore autentico, che è dono, con l'utilizzo edonistico (per il proprio piacere) dell'altro, questa giovane vergine delle Ande proclama la bellezza e la gioia che emanano dai cuori puri.

«Nel focolare domestico, ha imparato ad amare Dio sopra tutte le cose. E, sentendosi appartenere esclusivamente al Creatore, il suo amore per il prossimo divenne ancora più intenso e definitivo. Lo afferma in una delle sue lettere: «Quando amo, è per sempre. Una Carmelitana non dimentica mai. Dalla sua piccola cella, accompagna le anime che ha amato nel mondo» (agosto 1919). L'amore ardente porta Teresa a desiderare di soffrire con Gesù e come Gesù... Vuol essere un'ostia immacolata, offerta in costante e silenzioso sacrificio per i peccatori. «Siamo coredentori del mondo, e la redenzione delle anime non si compie senza la croce» (Lettera, settembre 1919)... In un mondo in cui si lotta per affermarsi, possedere e dominare, essa ci insegna che la felicità è essere all'ultimo posto, al servizio di tutti, seguendo l'esempio di Gesù, che non è venuto per esser servito ma per servire e per dare la propria vita per la redenzione della moltitudine».

Affidiamo a Santa Teresa delle Ande, nonchè alla Vergine Immacolata ed a San Giuseppe, tutti coloro che Le sono cari, vivi e defunti.

Dom Antoine Marie osb

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