Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


[Cette lettre en français]
25 marzo 1999
Annunciazione


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Nel corso delle Giornate Mondiali della Gioventù, nell'agosto scorso, Papa Giovanni Paolo II diceva: «Carissimi, amiamoci l'un l'altro, poichè l'amore è da Dio. Chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Colui che non ama non ha conosciuto Dio, perchè Dio è Amore (1 Giov. 4, 7-8). Queste parole dell'Apostolo sono veramente il cuore della Rivelazione». E, per dare un esempio tangibile dell'amore di Dio e del prossimo, il Santo Padre procedeva alla beatificazione di Federico Ozanam nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi.

Nello sguardo di una madre...

Benchè di cittadinanza francese, Giovanni Antonio Ozanam e sua moglie Maria vivono a Milano quando nasce il figlio Federico, nel 1813. Torneranno a Lione nel 1816. L'educazione che riceve Federico dai genitori, assiduamente dediti a Dio ed ai poveri, lascia in lui un segno profondo: «È sulle ginocchia di mia madre che ho imparato a temerti, Signore, e nel suo sguardo ad amarti». Ma il bambino è nato gracile. A sei anni, una febbre tifoide lo stronca, ed è grazie all'intervento miracoloso di San Gian Francesco Régis, ardentemente pregato dai suoi, che guarisce da quella grave malattia.

Di una purezza angelica, di una sincerità senza espedienti, pieno di tenera compassione per tutte le sofferenze, Federico, tuttavia, non ha un carattere facile. In una lettera ad un ex compagno di scuola, descrive così se stesso: «Mai sono stato tanto cattivo quanto all'età di otto anni. Ero diventato testardo, collerico, disubbidiente. Mi si puniva, e mi irrigidivo contro il castigo... Ero pigro al massimo grado. Non c'erano birichinate che non mi venissero in mente». A nove anni, suo padre lo iscrive alla scuola reale di Lione, perchè vi frequenti la quinta classe. Il suo carattere diventa più malleabile, grazie alla bontà dei professori.

Il vero non contraddice il vero

A quindici anni, Federico attraversa un periodo di dubbio sulla fede. Influenzato dal clima di incredulità che regna, finisce col chiedersi perchè mai creda. Le recenti scoperte della scienza non contraddicono forse la fede? La ragione può conoscere con certezza l'esistenza di Dio?... Queste domande lo preoccupano. Nel colmo della prova, promette al Signore, se degna far brillare ai suoi occhi la verità, di consacrare l'intera vita a difenderla. Dio lo ascolta e lo guida verso don Noirot. Questo prete, professore di filosofia, gli insegna a consolidare la fede con un uso corretto della ragione. Si ritiene, talvolta, che bisogni scegliere fra fede e ragione; ma a torto. «Anche se la fede è sopra la ragione, ci insegna il Concilio Vaticano I, non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione. Poichè lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, nè il vero contraddire il vero» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC 159). «Ancor prima di riverlarSi all'uomo mediante parole di verità, Dio Si rivela a lui per mezzo del linguaggio universale della Creazione, opera della Sua Parola, della Sua Sapienza: l'ordine e l'armonia del cosmo – che sia il bambino sia lo scienziato sanno scoprire – la grandezza e la bellezza delle creature fanno conoscere, per analogia (in ragione di una certa somiglianza), l'Autore (Sap. 13, 5)» (id., 2500).

Don Noirot prova piacere a farsi accompagnare da Federico nelle sue passeggiate. Vengono allora discusse fra il maestro e il discepolo le questioni dell'armonia della scienza e della fede. A poco a poco, i dubbi di Federico fanno posto alla certezza. «Da qualche tempo, scriverà più tardi, sentivo in me il bisogno di qualcosa di solido, cui poter attaccarmi e abbarbicarmi, per resistere al torrente del dubbio. Ed ecco che oggi la mia anima è colma di gioia e di consolazione. D'accordo con la fede, la ragione ha ritrovato ora quel cattolicesimo che mi fu insegnato dalla bocca di un'ottima madre e che fu tanto caro alla mia infanzia».

Gli assalti della falsa scienza

Nel 1830, i Signori Ozanam mandano il figlio a Parigi, affinchè vi studi Legge. Lì, Federico costituisce un gruppo di giovani cattolici intelligenti e risoluti: «Provavamo il bisogno di rafforzare la nostra fede in mezzo agli assalti che le muovevano i vari sistemi della falsa scienza». Promuovono «Conferenze di Storia e di Letteratura», vale a dire riunioni «di amici che operano insieme all'edificazione della Scienza sotto lo stendardo del pensiero cattolico». La formazione dottrinale è, infatti, molto importante, poichè le intelligenze hanno bisogno di essere illuminate dalle verità rivelate, su Dio, Nostro Signore Gesù Cristo e la sua Chiesa. Senza la luce della fede, l'uomo è cieco, come scriveva Papa San Pio X: «Là dove lo spirito è avvolto dalle tenebre di un'ignoranza crassa, è impossibile che sussistano una volontà retta o buoni costumi... Se la luce della fede non è totalmente spenta, esiste la speranza di un emendamento dei costumi corrotti; ma se entrambe si uniscono: corruzione dei costumi e fragilità della fede per ignoranza, vi sarà poco posto per il rimedio, e la via della perdizione sarà aperta» (Enciclica Acerbo nimis, 15 aprile 1905). La conoscenza delle verità cristiane si acquisisce con lo studio dell'apologetica (scienza che dimostra l'origine divina del Cristianesimo), della storia, ma soprattutto di un esposto sintetico della dottrina cattolica quale il Catechismo.

In occasione della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, Papa Giovanni Paolo II scriveva: «Un catechismo deve presentare con fedeltà ed in modo organico l'insegnamento della Sacra Scrittura, della Tradizione vivente nella Chiesa e del Magistero autentico, come pure l'eredità spirituale dei Padri, dei santi e delle sante della Chiesa, per permettere di conoscere meglio il mistero cristiano e di ravvivare la fede del popolo di Dio... Possa la luce della vera fede liberare l'umanità dall'ignoranza e dalla schiavitù del peccato, per condurla alla sola libertà degna di questo nome: quella della vita in Gesù Cristo sotto la guida dello Spirito Santo, quaggiù e nel Regno dei cieli, nella pienezza della beatitudine della visione di Dio faccia a faccia!» (Giovanni Paolo II, 11 ottobre 1992).

«Il cattolicesimo è morto!»

Ma la formazione dottrinale e gli scambi storici con gli amici di tutte le credenze non bastano ben presto più a Ozanam. Nel corso delle «Conferenze di Storia», alcuni uditori obiettano: «Avete ragione, se parlate del passato: il Cattolicesimo è stato, un tempo, prodigioso; ma oggi è morto. E infatti, voi che vi vantate di essere cattolici, che cosa fate? Dove sono le opere che dimostrano la vostra fede e che possono farcela rispettare e ammettere?» Colpito da tale provvidenziale rimprovero, Ozanam esclama: «Perchè il nostro apostolato sia benedetto da Dio, gli manca una cosa: le opere di beneficenza. La benedizione del povero è quella di Dio». E, senza por tempo in mezzo, si mette all'opera. Con un amico che divide la sua camera di studente, porta ad un poveraccio la poca legna da ardere che gli rimane per gli ultimi mesi invernali.

«Riconoscendo nella fede la loro nuova dignità, insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, i cristiani sono chiamati a comportarsi ormai da cittadini degni del Vangelo di Cristo (Fil. 1, 27). Mediante i sacramenti e la preghiera, essi ricevono la grazia di Cristo e i doni del suo Spirito, che li rendono capaci di questa vita nuova. Alla sequela di Cristo e in unione con Lui, possono farsi imitatori di Dio, quali figli carissimi e camminare nella carità (Ef. 5,1) conformando i loro pensieri, le loro parole e le loro azioni ai sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil. 2,5) e seguendone gli esempi» (CCC, 1692, 1694). Ora, «Gesù è mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio (Luca 4, 18). Gesù condivide la vita dei poveri, dalla mangiatoia alla croce; conosce la fame, la sete e l'indigenza. Anzi, arriva a identificarsi con ogni tipo di poveri e fa dell'amore operante verso di loro la condizione per entrare nel suo Regno» (CCC, 544).

«Voi siete i nostri padroni»

Così, per Ozanam, le opere di carità sono il mezzo concreto per amare Cristo nelle sue membra che soffrono: «I poveri, li vediamo con gli occhi della carne. Sono visibili. Possiamo mettere il dito e la mano nelle loro piaghe, e le tracce della corona di spine sono visibili sulle loro fronti. Dovremmo cadere in ginocchio davanti ad essi e dir loro come l'Apostolo: «Voi siete il mio Signore e il mio Dio! Voi siete i nostri padroni e noi saremo i vostri servi...»». Il 23 aprile 1833, Federico e sei dei suoi amici inaugurano una «Conferenza di carità», sotto il patrocinio di San Vincenzo de' Paoli. Nasceva così l'opera delle Conferenze di San Vincenzo de' Paoli, che conta oggi 800 000 membri suddivisi in 47 600 Conferenze, in 132 paesi. «Voglio, aveva detto Ozanam, cingere il mondo intero con una rete di carità». «È stato sempre un soggetto di stupore per colui che studia la storia della Chiesa - e per il credente una conferma della sua origine divina - il fatto della sollecitudine della carità cristiana ad offrire da sempre uomini ed opere per il sollievo di tutte le miserie», diceva Pio XII, il 27 aprile 1952.

All'elemosina materiale, i nuovi «confratelli» aggiungono la misericordia spirituale: «Istruire, consigliare, consolare, confortare sono opere di misericordia spirituale, come perdonare e sopportare con pazienza» (CCC, 2447). «Certo, diceva Papa San Pio X, la pietà che testimoniamo ai poveri, alleviando le loro miserie è lodata moltissimo da Dio; ma chi negherà la superiorità dello zelo e dell'opera con cui procuriamo alle anime, attraverso l'insegnamento ed i consigli, non i beni effimeri del corpo, bensì i beni eterni? Nulla può essere più desiderabile nè più gradito a Gesù Cristo, Salvatore delle anime, che dice di se stesso, tramite Isaia: Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri (Luca 4, 18)» (Enciclica Acerbo nimis).

Egoismo o sacrificio

I soccorsi materiali e spirituali arrecati ai poveri manifestano la vitalità della carità cristiana. Ma Ozanam allarga la sua visuale e, di fronte alla situazione della sua epoca, considera le esigenze della carità sul piano sociale e politico: «La questione che divide gli uomini ai giorni nostri, dice, non è una questione di forme politiche, è una questione sociale: è sapere chi avrà il sopravvento fra lo spirito di egoismo e lo spirito di sacrificio, se la società sarà soltanto un vasto sfruttamento a favore dei più forti o una consacrazione di ciascuno al servizio di tutti».

Il pensiero e l'azione di Federico Ozanam e dei suoi compagni ci propongono un esempio da imitare, tenendo conto delle nuove condizioni della società contemporanea. Infatti, se le ingiustizie sociali del secolo scorso non sono ancora tutte sormontate, si aggregano ad esse, al giorno d'oggi, altri disordini non meno gravi. Papa Giovanni Paolo II ci invita a reperirli per porvi rimedio: «Vivete da figli della luce... Cercate ciò che fa piacere al Signore, e non partecipate alle opere infruttose delle tenebre (Ef. 5, 8. 10-11). Nella situazione sociale attuale, segnata dal conflitto drammatico fra la «cultura della vita» e la «cultura della morte», bisogna sviluppare un senso critico acuto, che permetta di discernere i valori veri ed i bisogni autentici. È urgente dedicarsi ad una mobilitazione generale delle coscienze e ad uno sforzo comune d'ordine etico (morale), per mettere in opera una grande strategia al servizio della vita» (Enciclica Evangelium vitæ, 15 marzo 1995, n. 95).

Mali odierni

«Lo sfruttamento a vantaggio dei più forti», di cui parlava Ozanam, appare oggi nell'eliminazione degli esseri deboli che sono i nascituri. Ecco perchè la Chiesa non cessa di denunciare il crimine dell'aborto provocato. Essa esorta tutti gli uomini, e particolarmente i cristiani, a mettere in opera il loro ingegno per soccorrere le donne incinte esposte a questo dramma, e per assisterle nell'accettazione e nell'educazione del figlio. Il disprezzo della vita si manifesta altresì nell'eutanasia. La missione dei cristiani è quella di sostenere tutti coloro che sono minacciati da questo male: malati allo stadio terminale, persone anziane, handicappate, ecc. Un accompagnamento morale e spirituale, cure palliative adatte, possono essere di grande aiuto in questo campo.

La tossicomania (droga) è anch'essa una calamità della società moderna. Colpisce tutti i ceti sociali e tutte le contrade del mondo. Fin dalla scuola, l'uso di certe droghe è banalizzato. La distinzione fra droghe leggere e droghe pesanti favorisce questo male. Ora, fa notare Giovanni Paolo II, «una tale distinzione trascura ed attenua i rischi inerenti a qualsiasi ingestione di prodotto tossico, in particolare «i comportamenti di dipendenza», che gravano sulle stesse strutture psichiche, «l'attenuazione della coscienza e l'alienazione della volontà e della libertà personale», qualunque sia la droga». Una recente inchiesta ha dimostrato che più del 90% degli eroinomani (l'eroina è una «droga pesante») hanno cominciato col prendere una droga leggera come l'hashish. Il fenomeno della droga è un male di una particolare gravità. Numerosi giovani e adulti ne sono morti o ne moriranno, mentre altri si ritrovano minorati nella loro essenza intima e nelle loro capacità, schiavi di un bisogno che li spinge a ricercare nella prostituzione o nella delinquenza il mezzo di pagarsi la dose quotidiana. La mancanza di proposte umane e spirituali vigorose trascina i giovani a ricercare nell'uso della droga un piacere immediato che dà loro l'illusione di sfuggire alla realtà. A poco a poco, giungono a pensare che tutti i comportamenti si equivalgono, senza riuscire a differenziare il bene dal male e senza avere il senso dei limiti morali. Perciò, tutti gli educatori devono intensificare l'opera di formazione delle coscienze, proponendo ai giovani la verità su Dio, sulla religione e sull'uomo. La riforma della civiltà è un'opera religiosa capitale, perchè «non vi è vera civiltà senza civiltà morale, e non vi è vera civiltà morale senza la vera religione: è una verità dimostrata, è un fatto storico» (San Pio X, Lettera sul Solco, 25 agosto 1910).

«O sorella gentile, o fratello fortunato!»

Passa qualche anno. Ozanam ha ottenuto per due volte il grado di dottore; dopo aver brillantemente conseguito la libera docenza presso l'Università di Parigi, gli viene attribuita la cattedra di Diritto Commerciale a Lione; domani sarà professore alla Sorbona. Ma il suo stato sociale non è ancora deciso, ed egli esita fra la vocazione religiosa ed il matrimonio. Quando, nel 1839, Padre Lacordaire si dedica alla restaurazione dell'Ordine domenicano in Francia, Ozanam se ne fa trasmettere la Regola. Scambia parecchie lettere con l'illustre predicatore. La consacrazione totale a Dio, con il voto di castità, attira Federico. D'altro canto, riflette sull'unione coniugale per la quale ha, inizialmente, forti reticenze.

A poco a poco, al contatto di amici che si sposano, le sue idee evolvono. Scrive ad uno di loro: «Attingerai alla tenerezza di colei che sta per unirsi a te consolazioni nei giorni tristi, troverai negli esempi di tale compagna coraggio nei momenti difficili, sarai il suo angelo custode, e lei sarà il tuo». Un giorno, andando in visita dal Dott. Soulacroix, Provveditore agli Studi di Lione, scorge, per caso, una ragazza che cura con tenerezza il proprio fratello paralizzato. «O sorella gentile e fratello fortunato! pensa, quanto gli vuol bene!» È l'immagine vivente della carità che gli è apparsa in Amelia Soulacroix, figlia del provveditore agli studi. Il ricordo della scena non lo lascia più. Quella giovane realizza l'ideale che si è forgiato della donna cristiana. Il matrimonio con Amelia ha luogo il 23 giugno 1841.

La nomina, nel gennaio del 1841, di Federico Ozanam in qualità di professore di storia e letterature straniere alla Sorbona, gli fornisce il mezzo di rispondere alla sua vocazione di apologista. Si applicherà a valorizzare la religione Cattolica a partire dalla storia. Ecco quel che scrive nel 1846: «Tutta l'irreligione, in Francia, deriva ancora da Voltaire e non penso che Voltaire abbia un nemico più grande della storia. E come i suoi seguaci non temerebbero quel passato che oltraggiano, e che li schiaccerebbe se osassero avvicinarglisi!... Raschiamo la vernice che la calunnia ha steso sui volti dei nostri padri nella Fede e quando tali immagini brilleranno in tutto il loro splendore, vedremo se la folla non verrà ad onorarli». L'influenza civilizzatrice della Chiesa è per Ozanam una prova apologetica autorevole, che qualunque storico imparziale può constatare. Così comincia ad insegnare e poi a scrivere la storia del Medioevo, dal V al XIII secolo, opera che la sua morte lascerà incompiuta: «Tutto il proposito del mio libro, dice, è quello di dimostrare come il cristianesimo abbia saputo trarre dalle rovine romane e dalle tribù accampate su tali rovine, una società nuova, capace di possedere il vero, di fare il bene e di trovare il bello». La Chiesa non teme la verità della storia. Sa che i suoi membri sono peccatori e non si comportano sempre secondo il suo insegnamento. Ma sa anche che la sua dottrina spirituale e sociale è divina ed ha prodotto abbondanti frutti.

«Eccomi»

Per una disposizione misteriosa della Provvidenza, quella vita tanto riempita doveva ben presto concludersi. Nel 1852, Federico ha trentanove anni. Non è mai stato molto robusto. Tutto quel che ha fatto, l'ha fatto soffrendo; il suo pallore cadaverico lo proclama chiaramente. Una pleurite lo stroncherà in 18 mesi. Nel giorno del suo quarantesimo compleanno, il 23 aprile 1853, redige il proprio testamento: «So, scrive, che ho una moglie giovane ed amata, une bambina deliziosa, molti amici, una carriera rispettabile, studi portati precisamente al punto in cui potrebbero servire quale base per un'opera lungamente sognata. Eccomi però assalito da un male grave, persistente... Devo, Dio mio, lasciare tutti i beni che tu stesso mi hai dati? Non ti basta, Signore, una parte del sacrificio? Quale devo immolarti dei miei affetti sregolati? Non accetteresti l'olocausto del mio amor proprio letterario, delle mie ambizioni accademiche, dei miei stessi progetti di studio, in cui si ritrova forse più orgoglio che zelo per la verità? Se vendessi la metà dei miei libri per distribuirne il ricavato ai poveri; e se, limitandomi ad adempiere i doveri del mio incarico, dedicassi tutto il resto della mia vita a visitare gli indigenti, ad istruire i principianti..., Signore, saresti soddisfatto, e mi concederesti la dolcezza di invecchaire accanto a mia moglie e di completare l'educazione di mia figlia? Forse, Dio mio, non vuoi. Non accetti queste offerte interessate... Chiedi me... Eccomi». L'8 settembre 1853, verso le ore venti, il giorno della solennità della Natività della Santissima Vergine, Federico Ozanam esala dolcemente un lungo sospiro. È l'ultimo. Maria è venuta a prendere il suo amato figlio e ad introdurlo nell'ineffabile letizia dell'Infinito.

«Con il sudore dei nostri volti»

Nell'omelia pronunciata in occasione della beatificazione di Federico Ozanam, il Santo Padre diceva di lui: «Amava tutti gli indigenti... Confermava l'intuizione di S. Vincenzo: «Amiamo Dio, fratelli, amiamo Dio, ma che ciò sia a spese delle nostre braccia, che sia con il sudore dei nostri volti» ... Ha avuto il coraggio perspicace di un impegno sociale e politico di primo piano, in un'epoca agitata della vita del suo paese, perchè nessuna società può accettare la miseria come una fatalità senza che il suo onore sia intaccato... La Chiesa conferma oggi la scelta della vita cristiana che egli ha assunto».

Preghiamo il beato Federico Ozanam di ispirarLe una scelta di vita cristiana conforme al Vangelo, per il sollievo delle miserie che patiscono gli uomini di adesso, e per la loro eterna salvezza. Raccomandiamo a San Giuseppe tutti coloro che Le sono cari, vivi e defunti.

Dom Antoine Marie osb

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