Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


[Cette lettre en français]
18 febbraio 1999
Santa Bernardetta Soubirous


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Dopo le apparizioni della Vergine Maria, nel 1858, Lourdes è diventata una terra di grazie. La potenza e la misericordia di Dio vi si manifestano agli occhi di tutti, credenti e miscredenti. Ancor oggi, Maria vi fa sentire la sua materna presenza, come prova la seguente narrazione.

Un male senza rimedio

Delizia Cirolli, nata in Sicilia il 17 novembre 1964, è la maggiore di quattro figli. Essa conduce una vita felice in seno alla famiglia, malgrado le difficoltà economiche dovute alla disoccupazione del padre. All'inizio del marzo 1976, prova un disturbo doloroso e persistente al ginocchio destro. I coniugi Cirolli fanno esaminare la ragazzina dal medico di famiglia, che ordina alcune analisi di laboratorio e prescrive calmanti. Poi, il 6 maggio, un intervento chirurgico rivela un tumore maligno al ginocchio (osteosarcoma). Il chirurgo suggerisce l'amputazione totale dell'arto, senza garantire tuttavia la guarigione. I poveri genitori non possono rassegnarsi ad una simile soluzione. Il medico prescrive allora una terapia a base di raggi X. Ma la bambina, molto emotiva, non sopporta la degenza in ospedale e torna a casa, prima che venga intrapresa una qualsiasi applicazione di raggi X.

«Abbiamo fede!»

Di fronte alle sofferenze della bambina, la maestra ha l'idea di mandarla a Lourdes con sua madre. Il soggiorno (7-11 agosto 1976) è penoso. Però, le due pellegrine assistono a tutte le cerimonie, si recano alla grotta, alle fontane, alle piscine. Al ritorno, Delizia non sta meglio. Nuove radiografie, mostrano un netto aggravamento del male. Tuttavia, non viene ancora prescritta nessuna terapia. La bambina deperisce a vista d'occhio. Ma i suoi non hanno perso fiducia: «La Santa Vergine farà qualcosa, abbiamo fede!» E continuano a pregare Nostra Signora, mentre la mamma non fa mai mancare alla figlia l'acqua della Grotta.

Verso la metà di dicembre, la bambina non si alimenta quasi più. Sua madre prepara già, come si usa in Sicilia, l'abito mortuario di cui dovrà rivestire la figlia dopo la morte. È a questo punto che si produce l'imprevedibile. Un po' prima di Natale, Delizia si sente ad un tratto meglio. Chiede a sua madre se possa alzarsi. Che sorpresa per la Signora Cirolli, quando vede la figlia stare in piedi senza alcun appoggio e camminare! Delizia è guarita, la Vergine Maria ha esaudito le preghiere! A partire dalla fine delle vacanze di Natale, la ragazzina può frequentare normalmente la scuola.

Questa guarigione straordinaria, debitamente esaminata da vari organismi medici internazionali, è stata giudicata come un fenomeno contrario alle osservazioni ed alle previsioni dell'esperienza medica, poichè lo stato avanzato della malattia rendeva impossibile la guarigione. Il 28 giugno 1989, l'Arcivescovo di Catania (Sicilia) dichiarava: «Prendo atto del fatto che questa guarigione, viste le condizioni in cui si è prodotta e mantenuta, è «scientificamente inspiegabile» e, nella mia qualità di Arcivescovo di Catania, dichiaro «miracoloso» il suo carattere».

Questo miracolo recente ci induce a lodare di tutto cuore la potenza e la bontà divina. Ma il Signore compie anche trasformazioni d'ordine morale e spirituale, che costituiscono un motivo ancor maggiore di gratitudine nei Suoi riguardi. Lo dimostra la storia di Leonia Martin, una delle sorelle di Santa Teresa di Gesù Bambino e della Sacra Sindone.

«Quella bambina terribile»

Quando nasce, il 3 giugno 1863, ad Alençon, Leonia trova attorno alla sua culla i genitori, Luigi e Zelia Martin, due sorelle, Maria, di appena tre anni, e Paolina, che ha ventun mesi. Celina (1869) e Teresa (1873) verranno più tardi ad arricchire la famiglia. Leonia è una bambina molto fragile, che soffre successivamente di una specie di pertosse cronica, poi del morbillo con violente convulsioni. Di tanto in tanto, un eczema purulento le ricopre tutto il corpo. Instabile, maldestra, ed intellettualmente molto indietro, Leonia è la disperazione della famiglia. La sua mancanza di equilibrio psichico si manifesta sempre di più, man a mano che cresce. Confesserà, un giorno: «La mia infanzia e la prima giovinezza si sono svolte nella sofferenza, nelle prove più cocenti». Tuttavia, ha una buona memoria e conosce perfettamente il catechismo.

Le sorelle maggiori, Maria e Paolina, frequentano la scuola presso il convitto della Visitazione di Le Mans, dove c'è una loro zia Visitandina, suor Maria Dosithée. La superiora non vuol accettare Leonia. La zia ottiene, tuttavia, il permesso di prenderla in prova: «Adesso ho Leonia, quella bambina terribile, scrive, e vi assicuro che non mi dà poco da fare. È una lotta continua... Non teme nessuno tranne me!» La prova non dura: la si rimanda a casa.

«Troppo bello»

La Signora Martin le fa dare lezioni private. Ma Leonia non capisce assolutamente l'aritmetica e allinea le cifre con la massima fantasia. Si ipotizza una nuova prova di frequenza scolastica presso la Visitazione. La mamma scrive: «Le stiamo preparando il corredo. Credo che sia denaro sprecato, ma è soprattutto il filo da torcere che darà a sua zia che mi preoccupa... Essa è la sola persona che abbia un forte ascendente su di lei. Così, quando si chiede alla povera piccola Leonia cosa farà da grande, la risposta è sempre la stessa: «Sarò suora alla Visitazione, con mia zia». Dio voglia che sia così, ma sarebbe troppo bello, non oso sperarlo».

Le lettere della Signora Martin lasciano trasparire le sue preoccupazioni pedagogiche, soprattutto per quanto riguarda Leonia, il cui deficit affettivo ed intellettuale richiede un'attenzione affatto particolare. Essa non ignora che la fiducia è l'anima dell'educazione, e fa di tutto per accattivarsi quel cuore ripiegato su se stesso. Zelia vuole che le sue figliole siano espansive, aperte, schiette. A forza di affetto, suscita la confidenza o la confessione, ma sa mostrarsi ferma, e non lascia passare nè la cocciutaggine nè i capricci. Essa stimola la generosità della figlia, e si serve degli eventi di tutti i giorni per insegnarle a dominarsi, insistendo sulla fedeltà al dovere del proprio stato.

«La funzione educativa dei genitori è tanto importante che, se manca, può a stento essere supplita, insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica... I genitori sono i primi responsabili dell'educazione dei loro figli. Testimoniano tale responsabilità innanzitutto con la creazione di una famiglia, in cui la tenerezza, il perdono, il rispetto, la fedeltà ed il servizio disinteressato rappresentano la norma... Essi insegneranno ai figli a subordinare le dimensioni materiali e istintive a quelle interiori e spirituali» (CCC, 2221; 2223).

Un compito di ampio respiro

Educare, vuol dire anche plasmare il senso morale e la coscienza. «Una coscienza ben formata è retta e veritiera. Essa formula i suoi giudizi seguendo la ragione, in conformità al vero bene voluto dalla sapienza del Creatore. L'educazione della coscienza è indispensabile per esseri umani esposti ad influenze negative e tentati dal peccato a preferire il loro proprio giudizio ed a rifiutare gli insegnamenti certi. L'educazione della coscienza è un compito di tutta la vita. Fin dai primi anni, dischiude al bambino la conoscenza e la pratica della legge interiore, riconosciuta dalla coscienza morale. Un'educazione prudente insegna la virtù; preserva o guarisce dalla paura, dall'egoismo e dall'orgoglio, dai risentimenti della colpevolezza e dai moti di compiacenza, che nascono dalla debolezza e dagli sbagli umani. L'educazione della coscienza garantisce la libertà e genera la pace del cuore» (CCC, 1783-1784).

Tuttavia, le attenzioni affettuose della Signora Martin, non vincono lo spirito di contraddizione di Leonia, che dà talvolta l'impressione di barricarsi nella sua musoneria. Però, la mamma non si scoraggia. Rileva i minimi segni di miglioramento. «Non sono scontenta della mia Leonia, scrive un giorno; se si riuscisse a sormontare la sua cocciutaggine, ad ammorbidire un po' il suo carattere, se ne farebbe una brava ragazza, altruista, senza timore di ammazzarsi dalla fatica. Ha una volontà ferrea; quando vuole qualcosa, sormonta tutti gli ostacoli per giungere ai propri fini». Ma qualche settimana più tardi, confida a Paolina: «Non posso più venirne a capo, fa quel che vuole e come vuole».

«Si lascerà impietosire»

Un pensiero sostiene Zelia nel suo compito sempre da ricominciare: la bambina oggetto di tante preghiere e di tante angosce non può soccombere! Pregare per la figlia fa parte del suo compito di educatrice e di madre. «Quando si condivide l'amore salvifico di Dio, si comprende come ogni necessità possa diventare oggetto di domanda. Cristo, che ha tutto assunto al fine di tutto redimere, è glorificato dalle domande che noi rivolgiamo al Padre nel suo Nome» (CCC, 2633). Zelia spera in un intervento del Cielo: «Più la vedo difficile, più mi convinco che il Buon Dio non permetterà che rimanga così. Pregherò tanto, che si lascerà impietosire. È guarita, a diciotto mesi, da una malattia di cui sarebbe dovuta morire; perchè il Buon Dio l'avrebbe salvata dalla morte, se non avesse avuto su di lei disposizioni di misericordia?» Qualche anno più tardi, la «Piccola Teresa» avrà questa bella frase: «Si ottiene dal Buon Dio tutto quel che si spera di ottenere». La speranza della Signora Martin non sarà delusa. Si verifica così l'osservazione del Catechismo: «I figli, a loro volta, contribuiscono alla crescita dei propri genitori nella santità» (CCC, 2227).

La zia Visitandina muore nel monastero di Le Mans, il 24 febbraio 1877. Leonia le aveva affidato le proprie «commissioni» per il Cielo: «Voglio, aveva detto alla sorella Maria, che la mia zia Suora, quando sarà in Cielo, chieda per me al Buon Dio la vocazione religiosa... Voglio essere una Suora vera - Vera? Cosa vuoi dire con questo? - Una Santa». Ben presto, uno dei misteri che pesano sul destino di Leonia si chiarisce. Luisa, la collaboratrice domestica, esercita sulla bambina, da due anni, una vera tirannide: pensa di essere di grande aiuto «domando» la piccola a forza di castighi corporali. Esige il segreto dalla bambina, e le vieta qualsiasi colloquio con la madre. Finalmente, il male è scoperto. La Signora Martin spiega la cosa in una lettera alla cognata: «Sì, vedo brillare un raggio di speranza che mi fa presagire un futuro cambiamento totale. Tutti gli sforzi che avevo fatto finora perchè mi si affezionasse erano stati infruttuosi, ma oggi non è più la stessa cosa. Mi vuole tutto il bene possibile e, con quest'affetto, penetra nel suo cuore, a poco a poco, l'amore di Dio. Ha una fiducia illimitata in me e arriva al punto di rivelarmi le sue minime mancanze, vuole veramente cambiar vita e fa molti sforzi che nessuno può apprezzare quanto me».

Gli sforzi rinnovati senza posa finiscono col produrre frutti: «Le virtù umane acquisite mediante l'educazione, mediante atti deliberati ed una perseveranza sempre rinnovata nello sforzo, sono purificate ed elevate dalla grazia divina. Con l'aiuto di Dio, forgiano il carattere e rendono spontanea la pratica del bene. L'uomo virtuoso è felice di praticare le virtù» (CCC, 1810).

Ma, il 28 agosto 1877, la Signora Martin muore di un cancro. La famiglia lascia allora Alençon per Lisieux, dove risiedono gli zii Guérin. Il 2 ottobre 1882, Paolina entra nel Convento delle Carmelitane di Lisieux, dove Maria sarà ammessa a sua volta nel 1886. Leonia approfitta di un viaggio ad Alençon per farsi ammettere, il 7 ottobre 1886, fra le Clarisse di tale città. Lo zio Guérin rassicura la famiglia Martin sul «sacro» capriccio di Leonia: «Non preoccupatevi, non vi rimarrà». Infatti, il 1° dicembre, Leonia, profondamente depressa, lascia il convento.

Una scelta giudiziosa

L'anno seguente, nuovo tentativo di vita monastica: Leonia entra questa volta nel Convento delle Visitandine di Caen. La scelta è giudiziosa: i Fondatori della Visitazione, San Francesco di Sales et Santa Giovanna de Chantal, hanno concepito quest'Ordine per rendere la vita contemplativa accessibile ai soggetti di salute cagionevole. Ma, in capo a sei mesi, Leonia è costretta ad interrompere questo nuovo tentativo. Di ritorno a Lisieux, impiega il tempo a visitare i poveri, gli ammalati, ad occuparsi perfino dei moribondi; si rende utile in casa, ed anche fuori di casa. Il 9 aprile 1888, Teresa entra nel Convento delle Carmelitane, all'età di 15 anni. Sopravviene poi la malattia mentale del Signor Martin, che deve essere internato nell'ospedale del Buon Salvatore di Caen. Leonia e Celina si occuperanno di lui per parecchi anni, aiutate dagli zii.

Il 24 giugno 1893, Leonia fa un secondo tentativo presso il Convento della Visitazione di Caen, che lascerà di nuovo nel luglio del 1895. Suo padre è deceduto un anno prima e Celina è entrata nel Convento delle Carmelitane nel settembre del 1894. Leonia ha bisogno di molto coraggio per assumere il proprio temperamento incoerente e volubile, malgrado l'ostinazione tenace per la vita monastica. Ma Teresa, maestra di vita spirituale, è una vera guida per lei, con la sua pedagogia semplice e persuasiva. La via dell'infanzia che le insegna attraverso le lettere o nel parlatorio del Convento delle Carmelitane, suscita in Leonia sentimenti di abbandono e di fiducia, che la dispongono sempre più alla pace.

Il 30 settembre 1897, suor Teresa di Gesù Bambino muore nel Convento delle Carmelitane di Lisieux. Un anno dopo, esce la Storia di un'anima, autobiografia di Teresa. Leonia divora il libro e ritrova, commossa, i ricordi della sua infanzia; ma scopre soprattutto i segreti d'amore scambiati fra Teresa ed il suo Amato Bene, il Signore. La Storia di un'anima diventa il suo libro prediletto e la aiuta a sperare nella realizzazione della sua vocazione.

Finalmente tutta a Dio

Il 28 gennaio 1899, Leonia entra definitivamente nel Convento della Visitazione di Caen, all'età di 35 anni. Riveste l'abito monacale il 30 giugno 1899, e riceve il nome di suor Francesca Teresa. Ha presenti allo spirito le raccomandazioni di San Francesco di Sales: «Pratichiamo certe piccole virtù conformi alla nostra pochezza: la pazienza, la sopportazione del prossimo, il servizio, l'umiltà, la dolcezza, l'affabilità, la sopportazione della nostra imperfezione... Non piacciamo a Dio per la grandezza delle nostre azioni, ma per l'amore con cui le compiamo».

La salute di suor Francesca Teresa rimane cagionevole. Talvolta, le eruzioni di eczema le ricoprono tutto il corpo. Un giorno, scrive: «L'eczema mi riveste di un cilicio dalla testa ai piedi, con pruriti che mi impediscono di chiuder occhio; se per disgrazia cerco di darmi sollievo, poco o tanto, sono vere bruciature. Penso che ne vedrei altre se fossi in purgatorio, allora offro le mie sofferenze per tutte le grandi cause che toccano particolarmente il cuore del nostro Pontefice e beneamato Padre (il Papa). Infine, tutti questi desideri di apostolato mi aiutano ad essere generosa». Per di più, soffre di emicranie reiterate, di dermatosi al cuoio capelluto, di unghie incarnate, di frequenti crisi intestinali, di reumatismi, ecc.

Nel 1930, suor Francesca Teresa sta malissimo e riceve gli ultimi sacramenti. «La cara malata è veramente nelle mani di Dio ed esco assolutamente edificato dalla conversazione che ho avuto con lei», scrive Monsignor Suhard, allora vescovo del luogo. Ma, a poco a poco, essa si riprende. Scrive a Celina: «Non posso più acclimatarmi su questa triste terra. Tutto è per me soggetto di noia e di tedio, prega molto per la tua povera piccola vigliacca, perchè insomma è pura vigliaccheria non voler più soffrire per il Buon Dio, che pure è più offeso che mai... Mi aggrappo tanto quanto posso alla sua volontà che amo e che voglio più di qualsiasi altra cosa, ma tutti i miei poveri sforzi sono proprio infruttuosi e mi lasciano spesso con un'indicibile sofferenza».

Tuttavia, queste pene sono accompagnate da profonde gioie. La sua sorpresa è molto grande quando apprende che si sta canonizzando Teresa: «Era molto gentile, Teresa, scrive, però, canonizzarla!» Il 29 aprile 1923, Papa Pio XI la proclama solennemente Beata. Poi, il 17 maggio 1925, ha luogo la canonizzazione. In occasione delle cerimonie grandiose di quel giorno, è stato proposto alle quattro sorelle Martin di recarsi a Roma. Tutte e quattro preferiscono il silenzio e l'oblio del loro chiostro. «Sono ben più felice qui che a Roma, scrive suor Francesca Teresa, preferisco essere all'ultimo posto che è il mio... Solo il silenzio conviene... Ma tutto ciò, grazie a Dio, lungi dall'abbagliarmi, continua a darmi la nostalgia del Cielo».

«Che felicità!»

All'inizio del 1941, suor Francesca Teresa lascia la cella per l'infermeria. Scrive alle sorelle: «Me ne vado nell'eternità, che felicità!... Tutto quel che mi rimane di sano sono gli occhi, il cuore e la testa, grazie a Dio, ma Egli può prendersi tutto, tutto gli appartiene! Abbandono totale, perfino della mia piccolissima e povera intelligenza!» Nella notte dal 16 al 17 giugno, lascia serenamente questo mondo in presenza della Superiora, Madre Maria Agnese Debon, che la benedice e l'abbraccia da parte delle sorelle.

Nel corso dei 78 anni di vita, di cui 43 presso la Visitazione, Leonia ha conosciuto molte prove: sentimenti d'inferiorità, sconfitte, tenebre, sofferenze fisiche, tentazioni interiori di ribellione... Ma quella che fu una bambina «caratteriale» e da cui non si poteva umanamente aspettarsi nulla, è diventata, attraverso l'azione potente dello Spirito Santo, una «santa»! Ancora recentemente, Madre Maria Agnese Debon, la sua ultima Superiora, testimoniava la di lei gentilezza, la semplicità e la cancellazione della bambina difficile di Alençon che diventò, attraverso i propri sforzi e con la grazia di Dio, una perfetta visitandina. Tale profonda trasformazione morale è uno dei più bei successi della «via dell'infanzia» di Santa Teresa di Gesù Bambino, per cui la santità è una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli fra le braccia di Dio, consci della nostra debolezza, e fiduciosi fino all'audacia nella sua bontà di Padre (ved. Novissima verba, 3 agosto 1897).

«Una grazia singolare»

Dopo la morte di suor Francesca Teresa, uno slancio di simpatia universale si è rapidamente propagato nei suoi riguardi. Da tutte le parti del mondo arrivano alla Visitazione di Caen richieste di intercessione, ed altresì ringraziamenti per le grazie ricevute. Quella che diede tante preoccupazioni ai suoi genitori, è diventata l'ancora di salvezza di coloro che incontrano difficoltà nell'educare i propri figli.

«O Dio mio, scriveva suor Francesca Teresa, tu che hai messo nella mia vita poche cose brillanti, fa' che, come Te, io ricerchi i valori autentici, disdegnando i valori umani, per stimare e volere solo l'assoluto, l'Eterno, l'amore di Dio a forza di speranza». Queste parole le sono ispirate dal libro dell'Imitazione di Gesù Cristo che essa leggeva spesso: «Signore, Dio mio, considero una grazia singolare il fatto che tu mi abbia concesso poche di quelle doti che appaiono all'esterno, e che attirano le lodi e l'ammirazione degli uomini. E certo, considerando la propria indigenza e la propria abiezione, lungi dall'esserne accasciati, lungi dall'averne sofferenza, tristezza, si deve risentire piuttosto una dolce consolazione, una grande gioia; perchè tu, Dio mio, hai scelto per amici e per servi i poveri, gli umili, coloro che il mondo disprezza» (III, 22). La vita piena di umiltà di suor Francesca Teresa è presente in queste poche parole.

La preghiamo con fiducia di insegnarci a camminare sulle sue orme e di intercedere unitamente a Santa Teresa di Gesù Bambino e a San Giuseppe per tutti coloro che Le sono cari, vivi e defunti.

Dom Antoine Marie osb

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