Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


[Cette lettre en français]
20 maggio 1998
S. Bernardino di Siena


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Disseminate in più di trenta case in tutto il mondo, le suore «Figlie di San Giuseppe» preparano ogni anno milioni di ostie, pigiano carrettate d'uva, lavano tonnellate di indumenti liturgici. La Basilica di San Pietro di Roma utilizza i loro servizi, ma anche umili cappelle di missioni. La loro vita è tutta orientata verso l'altare del Santo Sacrificio della Messa ed il tabernacolo. Esse manifestano al mondo l'amore della Chiesa per l'Eucaristia.

Tesoro spirituale

«L'Eucaristia è la fonte e l'apice di tutta la vita cristiana. Gli altri sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato sono strettamente uniti all'Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa; cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, 1324). Su che cosa si basa la Chiesa per affermare la presenza reale di Gesù nel sacramento dell'altare? «La presenza del vero Corpo di Cristo e del vero Sangue di Cristo in questo sacramento, «non si impara attraverso i sensi, dice San Tommaso d'Aquino, ma attraverso la sola fede, che si appoggia sull'autorità di Dio». Pertanto, commentando il testo di San Luca (22, 19): Questo è il mio corpo che sarà dato per voi, San Cirillo dichiara: «Non chiederti se ciò sia vero, ma accetta piuttosto con fede le parole del Signore, perchè Egli, che è la verità, non mente»» (CCC, 1381).

Le «Figlie di San Giuseppe'' che consacrano la loro vita religiosa ad onorare Gesù nell'Eucaristia, hanno avuto per fondatore Clemente Marchisio, beatificato il 30 settembre 1984 da Papa Giovanni Paolo II. «Uomo di preghiera, come deve esserlo ogni sacerdote, diceva di lui il Santo Padre in occasione della beatificazione, fu conscio del suo dovere di invocare Dio, Signore dell'universo e della sua vita, ma fu altrettanto conscio del fatto che la vera adorazione, degna della santità infinita di Dio, si realizza soprattutto attraverso il sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo. Per questo mostrò sempre il massimo zelo nella pia celebrazione del mistero eucaristico, nell'adorazione assidua e nella cura dedicata al fasto delle varie celebrazioni liturgiche. Era, infatti, persuaso che la Chiesa si edifica soprattutto attorno all'Eucaristia e che, partecipandovi, i membri della comunità cristiana si identificano misticamente a Cristo e diventano una cosa sola fra di loro».

«Voglio essere prevosto»

Clemente Marchisio nasce il 1° marzo 1833, nella borgata di Racconigi, nella regione di Torino, dove la sua famiglia è stimata, tanto per la fede quanto per l'ardore al lavoro. Il padre, modesto ciabattino, ha un solo sogno: che il piccolo Clemente, il maggiore della famiglia che conterà cinque figli, possa aiutarlo un giorno nel suo mestiere di calzolaio. Ma, fin dalla più tenera età, il bambino dichiara: «Voglio essere prevosto», vale a dire parroco. La madre, una santa donna, riesce a persuadere il marito: «Lasciamolo farsi prete». Grazie ad un sacerdote caritatevole, don Sacco, l'adolescente può seguire gli studi secondari, poi studierà filosofia.

A 16 anni, Clemente Marchisio riveste l'abito talare, al quale rimarrà sempre fedele. E ordinato sacerdote il 21 settembre 1856. Nel suo ardore giovanile, non si è reso perfettamente conto delle responsabilità sacerdotali. Per fortuna, dopo l'ordinazione, passerà due anni nel convitto diretto da San Giuseppe Cafasso, destinato a perfezionare la formazione dei giovani sacerdoti. «Esser sacerdoti, è la via più sicura per andare in Paradiso e per condurvi gli altri», gli dice don Cafasso. Quando uscirà dal convitto, Clemente Marchisio constaterà: «Vi entrai come un bambinone dalla testa sventata senza sapere cosa volesse dire «esser sacerdote». Ne uscii completamente diverso, avendo capito pienamente la dignità del sacerdozio».

Il programma di don Marchisio

Gli inizi del ministero parrocchiale di don Marchisio si svolgono serenamente, in una cittadina in cui la popolazione si rivela fervente. Egli distribuisce circa 400 comunioni, ogni giorno, alla Messa. Ma questo apostolato facile non dura. Nel 1860, è nominato parroco di Rivalba Torinese, villaggio violentemente anticlericale, la «tana del diavolo», si dice. Come Gesù Cristo, vuol essere un «buon Pastore» per le sue pecorelle. Il suo desiderio profondo è quello di salvarle, e di salvare così se stesso. Nel discorso d'insediamento che rivolge ai parrocchiani, espone il suo programma eminentemente sacerdotale: «Vi devo, dice loro, il buon esempio, l'istruzione, i miei servizi e tutto me stesso. Devo addirittura sacrificarmi per le vostre anime, se necessario. Il mio primo dovere è il buon esempio. Come pastore, devo essere la luce del mondo ed il sale della terra, il che mi obbliga a tutte le virtù... Devo onorare il mio ministero con una vita santa e irreprensibile, mentre voi dovete onorare, rispettare ed imitare il mio ministero. Non alla mia persona, ma al mio ministero dovete tale onore e tale rispetto: ho in mano poteri che non avranno mai nè gli angeli del Cielo, nè i re della terra. Posso riconciliarvi con Dio, rimettervi i peccati, aprirvi la sorgente delle grazie e la porta del Cielo, consacrare l'Eucaristia e far venire fra di voi il nostro Salvatore Gesù. Dovete considerarmi mandato da Dio per condurvi in Cielo... Il mio secondo dovere è quello di istruirvi: catechizzare i bambini, istruire gli ignoranti, ivi inclusi coloro che non frequentano la chiesa, consigliare i padri e le madri di famiglia, esortare i giovani. E se apparirà qualche vizio, dovrò alzare la voce. Che catastrofe per me, se non dicessi chiaramente la verità... In terzo luogo, mi devo totalmente a voi, come Gesù, che ha detto: Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per gli uomini (Matt. 20, 28). Devo dedicarvi le mie veglie, le cure, le stanchezze, ad ogni istante, giorno e notte, malgrado la distanza, il caldo, il freddo, per portarvi il mio soccorso... Ai servizi, aggiungerò la preghiera: è attraverso essa che San Paolo ha convertito tante anime...»

Questo programma di dedizione per amore delle anime ci stimola nel compimento del dovere richiesto dal nostro stato. Nei suoi Esercizi Spirituali, Sant'Ignazio ci invita tutti a collaborare con Nostro Signore nella conquista del mondo intero, a seguirlo nelle sue fatiche, per seguirlo anche nella gloria (n. 95). Ma tale pacifica conquista non si compie senza la croce.

La verità non è sempre piacevole

Don Marchisio comincia col catechizzare i bambini, che ascoltano volentieri quel sacerdote che parla loro in modo semplice, chiaro e vivo. Ma, dal pulpito, seguendo l'esempio del Curato d'Ars, predica con forza contro le bestemmie, la mancata osservanza della domenica, la corruzione dei costumi: «Sappiatelo una buona volta per sempre, dice agli uditori: non sono venuto qui per compiacervi, ma per dirvi la verità e convertirvi». Tuttavia, non sempre la verità è piacevole a udirsi. Allora, coloro che tali prediche vigorose urtano, proveranno a far tacere il parroco, rendendogli la vita impossibile. Non appena la lettura del Vangelo è finita, gli uomini abbozzano un segno di croce e lasciano la chiesa. «Per amor di pace», le mogli li imitano. Giovani e ragazze si affrettano a fare la stessa cosa. Ed il predicatore si trova davanti ad un uditorio composto di qualche vecchia sorda e di bambini. Poi, l'attacco assume una più vasta portata: viene introdotto attraverso la porta della chiesa un asino che raglia a più non posso. Il giovane parroco si nasconde per un attimo la testa fra le mani, poi, tornata la calma, riprende la sua predica con fervore e convinzione.

Gli vengono giocati altri tiri mancini: baccano nella chiesa, fischi, canti provocatori si succedono senza posa. I suoi minimi movimenti, i tratti del viso vengono scrutati, e tutto è pretesto per diffondere sospetti, gonfiarli e trasformarli in calunnia. Un giorno, un aggressore maldestro lo assale con un bastone. Più abile, il sacerdote gli toglie il bastone, poi glielo ridà dicendo: «Prendilo e fa' di me quel che vuoi. Sono pronto a morire. Eppure, una sola cosa mi rincresce, ed è che sarai scoperto e cadrai in mano alla giustizia». La sua carità disarma l'avversario.

In croce

Dopo aver sopportato tutto, a lungo, in silenzio, Clemente Marchisio finisce con l'aver paura e chiede di esser trasferito in un'altra parrocchia. Il Vescovo gli risponde di rimanere coraggiosamente in croce. Clemente ubbidisce, si abbandona al Cuore di Gesù, alla Vergine Santissima, a San Giuseppe. «Per amare Gesù, dice, non solo a parole appassionate, ma a fatti, bisogna essere odiati, rinnegati. Bisogna soffrire, essere stanchi ed umiliati per lui. Il maggior bene si compie in croce». Queste parole fanno eco a quelle di Gesù: Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, vi espelleranno e vi insulteranno, quando proscriranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'Uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perchè la vostra ricompensa sarà grande in cielo (Luca 6, 22-23).

È nella celebrazione della Messa e nell'adorazione del Santissimo che il beato Clemente Marchisio ha attinto la forza necessaria per seguire Gesù sul Calvario. «La spiritualità di tutti i sacerdoti è legata all'Eucaristia. È in essa che ricevono la forza necessaria per offrire la loro vita insieme a Gesù, Sommo sacerdote e Vittima della Salvezza... Dall'alto della Croce, Nostro Signore parla a tutti i suoi sacerdoti e li invita ad essere, con Lui, segni di contraddizione per il mondo. La contraddizione di Gesù è entrata a far parte della tradizione apostolica: Non conformatevi al mondo presente (Rom. 12, 2)» (Giovanni Paolo II, 9 settembre 1983).

Ogni giorno, don Marchisio si prepara lungamente alla celebrazione della Messa, che dice senza lentezza, ma con grande raccoglimento. Raccomanda anche ai parrocchiani di prepararsi accuratamente alla Comunione: «Se non preparate il terreno per la semina, è inutile per voi seminare il buon grano; è la stessa cosa per l'alimento dell'anima che è la santa comunione. Chi vuol ricevere i frutti dell'unione con Dio, mantenere la vita dell'anima e accrescerne le forze, deve possedere le disposizioni necessarie».

Una forza di conversione

Un altro dei suoi più grandi godimenti è quello di rimanere a lungo davanti al Santissimo, soprattutto quando la croce delle incomprensioni, delle calunnie e dei debiti si fa più pesante. Ad una donna afflitta, confessa: «Guardate che anch'io mi trovo talvolta schiacciato dal fardello delle tribolazioni. Ma in capo a cinque minuti passati davanti al Santissimo, che è il nostro tutto, mi sento pienamente rinvigorito. Fate come me, quando siete avvilita e scoraggiata». Noi pure possiamo attingere alla fonte inesauribile dell'Eucaristia l'acqua della grazia che ci fortificherà nelle tribolazioni della vita. Senza dir nulla, Gesù-Ostia cambierà la luce, prima quella del nostro cuore, poi, talvolta, quella degli altri, e la croce ci sembrerà leggera da portare, più dolce da soffrire.

La persecuzione scatenata contro Clemente Marchisio durerà per una diecina d'anni. Dopo aver scrutato a lungo i fatti ed i gesti del loro parroco, parecchi parrocchiani notano la di lui fedeltà nel compiere gli impegni assunti. «Non lo si vide mai commettere la minima imperfezione nell'osservanza dei comandamenti di Dio e della Chiesa», dirà uno di loro. Colpiti e edif–cati, molti si convertono. Il vento cambia, ed i suoi più accaniti avversari finiscono col tornare a Dio. Ma a prezzo di quante preghiere, colloqui privati, momenti di abbandono e di solitudine, di atti di pazienza, ha ottenuto da Dio la salvezza delle anime della sua parrocchia! «Confessa come un angelo», ci si dice: acutezza, delicatezza, misericordia, in una parola: «cuore», tale è il suo stile. Ma se sono tornati a Dio, i suoi parrocchiani non hanno ancora tutti sradicato le cattive abitudini e parecchi rimangono poveri peccatori: «Quel che mi spezza il cuore, dice, e che mi impedisce di trovare la pace, è il fatto di veder tanti peccati commessi con indifferenza, come se il peccato non fosse nulla. Ora, è il peggiore dei mali che esista al mondo. Non soltanto il peccato porta la rovina per l'eternità, ma già nella vita presente è una specie d'inferno. Ah! che felicità essere nella grazia di Dio... O Signore, da' alla mia voce la forza di penetrare nei cuori, ed un efficacissimo vigore per abbattere e sradicare il vizio!»

Le due carità

Don Marchisio parla così per carità «spirituale», per l'eterna salvezza dei suoi fedeli. Ma la carità per i loro bisogni materiali è anch'essa oggetto di tutte le sue cure. Nessuno che vada da lui ne riparte senza aver ricevuto un aiuto. Arriva al punto di dare i suoi effetti letterecci, lenzuola e coperte, a dei poveri costretti a trovar rifugio in una stalla. Fra il 1871 e il 1876, costruisce un asilo per i bambini, nonchè uno stabilimento tessile per fornire alle ragazze un lavoro e un salario. Buone volontà femminili lo aiutano a portare a buon fine tali compiti caritatevoli. Le riunirà in una comunità denominata «Figlie di San Giuseppe».

L'esempio di don Marchisio ci invita a praticare le opere di misericordia, vale a dire «le azioni caritatevoli con le quali soccorriamo il nostro prossimo nelle sue necessità corporali e spirituali. Istruire, consigliare, consolare, confortare sono opere di misericordia spirituale, come perdonare e sopportare con pazienza. Le opere di misericordia corporale consistono segnatamente nel dar da mangiare a chi ha fame, nell'ospitare i senzatetto, nel vestire chi ha bisogno di indumenti, nel visitare gli ammalati e i prigionieri, nel seppellire i morti. Tra queste opere, fare l'elemosina ai poveri è una delle principali testimonianze della carità fraterna: è pure una pratica di giustizia che piace a Dio» (CCC, 2447).

Ma la carità di don Marchisio è attenta soprattutto al modo in cui Gesù stesso viene trattato nel sacramento dell'altare. É ferito nel più profondo dell'anima, quando apprende che hanno avuto luogo profanazioni dell'Eucaristia. Lo spettacolo degli ornamenti liturgici in cattivo stato, come la sporcizia delle tovaglie e dei panni sacri lo affliggono profondamente. Così, dopo aver pregato a lungo e chiesto il parere dei suoi superiori, affida alle «Figlie di San Giuseppe» un incarico assolutamente diverso da quello per il quale le aveva riunite. Esse consacreranno la vita al culto eucaristico. Lo speciale incarico delle suore sarà dunque quello di preparare con grande rispetto, secondo le norme della Chiesa, la materia del sacrif–cio eucaristico, di confezionare gli ornamenti, le tovaglie, di provvedere al decoro ed all'onore che esige l'Eucaristia. Catechizzeranno i bambini per prepararli alla prima comunione e veglieranno anche all'educazione liturgica dei chierichetti e dei fedeli. Le suore, e soprattutto la cofondatrice, suor Rosalia Sismonda, accolgono unanimemente e con entusiasmo il nuovo fine del loro Istituto.

Dopo aver def–nito lo scopo della Congregazione, don Marchisio la mantiene scrupolosamente sotto il patrocinio di San Giuseppe: «Mettiamo, dice, le cose nelle mani di San Giuseppe. È il nostro buon padre putativo che non ci farà mancare nulla... Pregate, bussate alla porta della divina Provvidenza e sperate tutto da Dio, per intercessione di San Giuseppe». Incoraggia anche la fiducia in Maria. «Rivolgiamoci sempre a Maria, ripete, ed essa non mancherà di soccorrerci. Pensiamo alla sua purezza, alla sua umiltà, alla sua unione con Dio, alla sua conformità alla volontà divina e sforziamoci di farla risplendere in noi per assomigliarle... Serbate Maria in cuore... La Madonna sa che siamo figli suoi. Essa è la Madre della nostra eterna salvezza. Facciamoci coraggio: un giorno vedremo la nostra buona Madre Celeste. Avete pensato alla fortuna di avere una madre?»

La scalata alla vetta

Sostenuto dalla mano materna di Maria, don Marchisio non cessa di avanzare sulla via della santità. Cinque anni prima della sua morte, aveva annunciato che sarebbe morto a 70 anni. Ma sarà prima costretto ad attraversare una notte molto buia: «Povero me! geme. Mai il demonio mi ha tormentato tanto! Quali dolori non mi ha fatto patire? Quanto mi ha disilluso presentandomi la mia vita inutile! Quali tentazioni, perfino quella di distruggere il mio Istituto di religiose!» Sostenuto dal soccorso della Santa Vergine, esce vittorioso dalla prova.

La mattina del 15 dicembre 1903, si appresta a celebrare la Messa ed a far visita alla cofondatrice, suor Rosalia Sismonda, moribonda, che renderà l'anima a Dio due ore prima di lui. Ma è colto da malore: «Se potessi soltanto celebrare ancora una Messa!... Oggi, forse, non potrò recitare il breviario!» Ben presto, inizia l'agonia, scandita da brevi preghiere: «Dio mio, abbi pietà di me!... Crea in me un cuore puro!... Gesu, Maria, Giuseppe!» Sono queste le sue ultime parole.

Passa così da questo all'altro mondo, colui che ha scritto: «Le cose di questo mondo non sono nulla. Il Cielo, I'eternità mi aspettano. Che sarà di me, di noi? Un milione di anni dopo la morte, sarò solo all'inizio dell'eternità. La terra è un luogo di passaggio, dove mi trovo come un viaggiatore. La vita è un istante che fugge come l'acqua del torrente».

Nel corso della primavera del 1891, don Marchisio aveva incontrato il vescovo di Mantova, Monsignor Sarto, il futuro Papa San Pio X. Questi ha dichiarato più tardi alle «Figlie di San Giuseppe»: «Sapete che il parroco di Rivalba è un santo? Sì, il vostro fondatore. Bisogna tener sommamente conto delle sue parole, dei suoi pareri, dei suoi ricordi». Che ci sia dato di approfittare dell'esempio di questo Beato per praticare la misericordia, crescere di giorno in giorno in devozione verso la Santa Eucaristia e giungere con lui nella Patria celeste. E la grazia che auguriamo a Lei ed a tutti coloro che Le sono cari, vivi e defunti.

Dom Antoine Marie osb

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