Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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8 novembre 1997
Beata Elisabetta della Trinità


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Cosa preziosa è agli occhi del Signore la morte dei suoi fedeli (Salmo 115,15).

È il 31 dicembre 1640, e, nella canonica di una piccola frazione della montagna del Vivarese, La Louvesc, San Jean-François Régis, sacerdote della Compagnia di Gesù, è steso nel letto del curato, sfinito dalla stanchezza e dalla malattia. Un Fratello gesuita veglia accanto a lui. Verso mezzanotte, il santo, che è rimasto cosciente fino alla fine, dice al suo compagno che si sente molto male; e, poco dopo: «Ah! fratello vedo Nostro Signore e Nostra Signora che mi aprono il Paradiso». Ripete allora le parole di Gesù sulla Croce: Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio, e la sua anima prende il volo verso il Cielo.

Questa morte edificante è un motivo di gioia, poichè è certo, agli occhi della fede, che ogni uomo riceve la propria retribuzione nella sua anima immortale subito dopo il passaggio all'eternità. Ma per quelli che non hanno la fede, la morte è un enigma. Eppure, nessuno può scartare la questione cruciale: cosa succede dopo la morte?

Per i materialisti, la morte ci riduce al nulla. Quest'opinione è smentita dalla ragione. Infatti, l'uomo può pensare, volere, amare, può concepire idee, costruire ragionamenti, possiede la libertà; tutti questi elementi manifestano in lui l'esistenza di un principio spirituale, l'anima. L'immortalità dell'anima umana si deduce dal suo carattere spirituale e dal suo desiderio della felicità perfetta. Anche il sentimento generico del genere umano testimonia questa verità. Ecco perchè, perfino il rivoluzionario Robespierre ha potuto far scrivere: «Il popolo francese crede all'immortalità dell'anima». Dal canto suo, Voltaire, benchè nemico accanito del cristianesimo, non ha esitato a dire del materialismo che esso è «l'assurdità più enorme, la follia più rivoltante che mai sia caduta nello spirito umano».

Un ciclo che non si ricomincia

Ma esistono altre false risposte al questito formulato. Una di esse si diffonde attualmente: la teoria della reincarnazione. Per i sostenitori di questa dottrina, dopo la morte, l'anima umana assume un altro corpo e, così, si reincarna. Si trova tale dottrina presso vari popoli. In India (induismo e buddismo), è un dogma che domina tutta la religione e l'insieme del pensiero. Tale ciclo di rinascite è qualcosa di temibile, poichè è legato al tema della colpa e dell'espiazione: è un castigo ed una maledizione. Al contrario, nelle nostre società occidentali, la reincarnazione viene presentata in modo positivo: essa permetterebbe di realizzare tutte quelle aspirazioni dell'uomo che non possono venir soddisfatte in una sola esistenza. Costituirebbe altresì il mezzo per riscattare le proprie colpe e gli errori commessi durante la vita.

Questa concezione, nata dal paganesimo, contraddice la Sacra Scrittura e la Tradizione della Chiesa. Si oppone alla fede cristiana, in particolare, su tre punti:

– Prima di tutto, il suo errore principale consiste nel rifiuto della Redenzione dell'uomo da parte di Gesù, il Salvatore, poichè è fondamentalmente una teoria di autoredenzione o di autorealizzazione. A prima vista, sembra molto indulgente per le debolezze umane, mentre in realtà è di una severità inumana. Infatti, lascia ricadere sull'uomo tutto il peso di una liberazione che, in effetti, egli può ricevere solo da Dio. L'uomo deve portare a buon fine da solo la propria vita. Chi può dire che avrà un risultato migliore la prossima volta? Al contrario, il cristianesimo afferma con forza: Dio solo è l'unica perfezione dell'uomo. In Gesù Cristo, troviamo la Redenzione, per mezzo del suo sangue, la remissione dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia (Ef. 1,7). La comunione con Dio e la vita in Dio non possono mai essere, per l'esattezza, l'opera dell'uomo, ma soltanto un dono gratuito di Dio, offerto a tutti gli uomini. La nostra salvezza eterna non dipende dal numero degli anni, bensì unicamente dall'accoglienza che riserviamo all'amore di Cristo.

– D'altra parte, i sostenitori della reincarnazione non possono ammettere la seguente dottrina della Chiesa sul giudizio particolare: «La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo [...]. Ogni uomo, fin dal momento della sua morte, riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione (Purgatorio), o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1021, 1022).

– Infine, la teoria della reincarnazione non può esser conciliata con la risurrezione dei corpi, alla fine del mondo, per il giudizio universale. La Chiesa «crede e confessa fermamente che nel giorno del Giudizio universale tutti gli uomini compariranno con il loro corpo davanti al tribunale di Cristo per render conto delle loro azioni» (CCC, 1059). Tale giudizio universale, alla fine del mondo, non rimetterà in questione la sentenza irreversibile emanata nel giudizio particolare, all'atto della morte, ma avrà come scopo quello di ristabilire la giustizia sociale: le nostre azioni, buone o cattive, hanno una ripercussione di edificazione o di scandalo sul nostro prossimo. Talvolta, tale influenza perdura anche al di là della morte, per via delle opere lasciate quaggiù. Alla fine dei tempi, la virtù verrà esaltata ed il male condannato davanti a tutti gli uomini. Giustizia sarà fatta anche ai corpi risuscitati, secondo la loro partecipazione al bene o al male. Infine, apparirà chiaramente la Saggezza della divina Provvidenza nella condotta della storia degli uomini.

Una suprema misericordia

Solo la Chiesa, fedele depositaria dell'insegnamento di Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci dà una visione piena della morte e delle realtà dell'aldilà. Dopo tutta la Tradizione, anche il Concilio Vaticano II afferma che «il corso della nostra vita terrena è unico» (Lumen gentium, 48). Il momento della morte è dunque decisivo.

Chi muore nell'amicizia divina, perfettamente purificato dei suoi peccati, entra immediatamente nella gloria del cielo. Il cielo è lo stato di felicità suprema e definitiva e la realizzazione delle aspirazioni più profonde dell'uomo. Lì, i beati vivono per sempre con Cristo; sono simili a Dio, perchè lo vedono faccia a faccia.

Al contrario, se uno muore in stato di peccato grave, nel rifiuto dell'Amore di Dio, discende immediatamente nell'inferno eterno (ved. CCC, 1035). La morte lo fissa nello stato interiore di ribellione contro Dio. Ecco quel che diceva Santa Caterina da Genova: «Le anime che sono in inferno, per essere partite da questo mondo con tale cattiva volontà, sono ancora in stato di peccato. E questo peccato non è mai rimesso loro, nè può esser rimesso loro, perchè esse non sono più in stato di cambiare la loro volontà. Il momento della morte fissa e ferma per sempre tale volontà» (Il Trattato del Purgatorio, cap. 4).

Infine, certi muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati. «Sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo... Questa purificazione finale degli eletti è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati» (CCC, 1030-1031).

Nulla che sia lordato può essere introdotto alla presenza del Signore.

Qualsiasi macchia è un ostacolo all'incontro intimo con Dio, la cui santità esige una purezza perfetta in coloro che entrano in cielo. Questo principio deve essere compreso non soltanto relativemente ai peccati gravi («mortali»), che rompono e distruggono l'amicizia con Dio, ma anche a proposito delle macchie che oscurano tale amicizia. Ad esse appartengono i peccati veniali e le conseguenze dei peccati gravi, che possono perdurare nell'uomo in stato di grazia dopo la remissione della colpa, remissione ottenuta attraverso il Sacramento della Penitenza o la contrizione perfetta, qualora essa comporti il desiderio del Sacramento. San Cesario di Arles dice che i peccati veniali, «pur non potendo uccidere l'anima, la rendono tuttavia deforme, in modo tale che può a stento, o con un grande smarrimento, accostarsi al bacio del celeste Sposo» (Sermone, 104, 3). Per fortuna, la misericordia di Dio ci offre la consolante possibilità di una purificazione totale dopo la morte.

Una bambina ci aiuterà a conoscere meglio il mistero del Purgatorio.

Essere la provvidenza del buon Dio

Un giorno, mentre inseguiva farfalle con le sue compagne, Eugenia, nell'esuberanza dei suoi sette anni, arresta ad un tratto la sua corsa veloce: «Sapete a cosa penso?» dice alle amiche; e, senza aspettare la risposta, continua gravemente: «Sentite, se una di noi si trovasse in una prigione di fuoco e se ci fosse dato di liberarla con una semplice parola, diremmo in fretta questa parola, vero?... Eppure, ecco quel che succede nel Purgatorio: le anime ci stanno come in una prigione di fuoco. Per liberarle, il Buon Dio aspetta da noi soltanto una preghiera, e questa preghiera, noi non la diciamo». Appena pronunciate queste parole, la piccola riprende con ardore la sua corsa, avendola qualche bella farfalla richiamata dalle profondità invisibili in cui l'aveva immersa per un istante una grazia sorprendente. Ma chi è questa bambina?

Eugenia Maria Giuseppa Smet è nata il 25 marzo 1825 a Lilla, in Francia, in una famiglia dalle solide tradizioni cristiane. L'azione della grazia si fa sentire molto presto nella sua anima, e due cose soprattutto la affascinano: il Purgatorio e la Divina Provvidenza. «Dio mio, prega all'età di 12 anni, tu sei la mia Provvidenza: ah! se un giorno potessi essere la tua!» Mentre cercava in che modo potesse «essere la provvidenza di Colui che la colmava di beni», diede a se stessa questa risposta: «Ah! ecco come sarò la provvidenza del Buon Dio: Egli ama tanto le anime del Purgatorio, e non le può liberare a causa della sua giustizia! ebbene, gli darò le anime che ama e chiederò a tutti di dargliene attraverso preghiere e piccoli sacrifici».

Infatti, le anime del Purgatorio patiscono grandissime sofferenze, per ottenere una purificazione assoluta. La natura delle pene del Purgatorio non è stata precisata dal magistero della Chiesa. Santa Caterina da Genova afferma che la dilazione della visione di Dio faccia a faccia è molto dolorosa per l'anima. Essa, infatti, una volta separata dal corpo, vede chiaramente che Dio è il suo unico ultimo fine; pertanto, desidera veementemente unirsi al Bene Supremo che ama molto ardentemente.

Nel Purgatorio, esistono anche alcune pene legate ai sensi. L'attaccamento disordinato alle creature, che si trova in tutti i peccati attuali, anche veniali, è ivi compensato da una sofferenza sensibile da parte di certe creature. La Chiesa latina, come numerosi Padri e Dottori della Chiesa, insegna che uno degli strumenti di detta pena legata ai sensi è un fuoco reale. «La tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, parla di un fuoco purificatore» (CCC, 1031). L'intensità delle pene del Purgatorio rimane tuttavia adeguata alla natura ed alla gravità delle colpe da espiare.

Solidarietà soprannaturale

Per quanto sia decisa a soccorrere le anime del Purgatorio, Eugenia non sa ancora a che genere di vita Dio la chiami. Il giorno di Ognissanti del 1853, nel corso della Santa Messa, le viene infusa l'ispirazione di fondare un'associazione di preghiere e di opere pie per le anime dei defunti. Il giorno seguente, giorno della Commemorazione dei fedeli defunti, le viene questo pensiero: «Vi sono comunità che corrispondono a tutte le necessità della Chiesa militante, ma non ce n'è nessuna che sia interamente consacrata alla Chiesa purgante attraverso la pratica di opere di zelo e di carità». Sarà questa l'idea principale dell'Associazione, e del conseguente Istituto religioso. Eugenia, che diventerà Madre Maria della Provvidenza, aveva sempre avuto l'intuizione che le opere di misericordia, soprattutto quelle che si fanno in favore dei poveri di questo mondo, fossero il mezzo più efficace per soccorrere i poveri dell'aldilà. Rendendosi serve dei poveri, dei malati, dei carcerati, dei vecchi, in una parola di tutti i bisognosi, le Ausiliatrici delle anime del Purgatorio realizzeranno l'ideale della loro fondatrice: «Pregare, soffrire ed agire per le anime del Purgatorio».

La Sacra Scrittura ci insegna, infatti, che è possibile recar soccorso alle anime del Purgatorio. Commentando l'offerta di un sacrificio per i morti, fatta da Giuda Maccabeo, afferma: È dunque santo e salutare il pensiero di pregare per i morti, affinchè siano assolti dai peccati (2 M 12,46 - Vulgata). La Chiesa ha sempre onorato la memoria dei defunti, ed ha offerto per loro preghiere, opere pie e soprattutto il Santo Sacrificio della Messa. La liturgia del 2 novembre è stata istituita proprio con questo scopo, grazie ad un'iniziativa di Sant'Odilone, Abate di Cluny (998). Ad ogni Messa, la preghiera del Canone comporta un 'intercessione in favore dei fedeli defunti. Tale solidarietà soprannaturale è un aspetto della comunione dei santi molto gradito a Dio, come rivela un giorno Nostro Signore alla Venerabile Maria Lataste: «Nulla farai di più gradito a Dio che andare in soccorso delle anime del Purgatorio». In cambio, le anime che avremo soccorso con le nostre preghiere, le elemosine, i sacrifici, le Messe celebrate in loro suffragio, ed alle quali avremo così testimoniato il nostro affetto, in modo efficace, non mancheranno di soccorrerci a loro volta.

Quest'uso, tanto salutare per i defunti, è salutare anche per noi. Rianima la nostra fede e la nostra speranza, e diventa in tal modo uno sprone efficace alla santificazione ed alla penitenza. Infatti, possiamo purificarci già sulla terra delle nostre colpe leggere, dovute alla fragilità umana. «Ha sulla terra un purgatorio grande e salutare l'uomo paziente che, esposto alle offese, si addolora più della cattiveria altrui che dell'offesa che gli è fatta; che prega sinceramente per coloro che lo affliggono, e che perdona loro dal profondo del cuore; che, se ha dato un dispiacere agli altri, è sempre pronto a chiedere scusa; che è più incline alla compassione che all'irascibilità, che fa violenza a se stesso e si sforza di assoggettare la carne allo spirito» (Imitazione di Gesù Cristo, L. I, cap. 24).

Un ideale raggiunto

La fondazione di un ordine religioso passa sempre attraverso il crogiolo della prova. Mille angosce assaliranno il cuore di Madre Maria della Provvidenza: profonde desolazioni interiori, indigenza materiale totale. Ma la Provvidenza non le viene mai meno. Un giorno, mentre la sua anima è scossa da profonde amarezze, confida le proprie perplessità al Santo Curato d'Ars. Egli le fa rispondere: «Il Signor Curato ha sorriso alla narrazione di tutte le vostre prove, e mi incarica di dirvi che queste croci sono fiori che tra breve daranno frutti... Se Dio è con voi, chi sarà contro di voi?» In un'altra lettera conclude così: «Una casa edificata sulla croce non avrà più da temere nè il temporale nè la pioggia: è il divino sigillo».

Mentre l'Istituto stende le sue ramificazioni in Francia ed all'estero, Madre Maria della Provvidenza si inerpica su per il proprio calvario, divorata da un male che non le dà nessuna tregua. Schiacciata dalla sofferenza, conserva esteriormente la sua padronanza tranquilla, il fervore e l'allegria comunicativa. Nessuno meglio di lei sa consolare tutti i dolori, diffondere la fiducia e la pace. «Tutta la mia forza, ripete spesso, sta nella vista del crocifisso». È interamente consumata dall'ardente carità per Dio e per le anime. Realizza quel che Santa Teresa di Gesù Bambino scriverà, qualche anno più tardi, in una delle sue poesie:

Per poter contemplare la tua gloria/ Bisogna, lo so, attraversare il fuoco/ Ed io scelgo quale mio Purgatorio/ Il tuo amore ardente, o Cuore del mio Dio (Poesia n. 23).

Anche nel Purgatorio regna l'amore di Dio. Senza di esso, la sofferenza sarebbe incapace di produrre l'opera meravigliosa della purificazione. Le anime vi godono di una pace profonda e inalterabile, poichè accettano pienamente la volontà di Dio nei loro riguardi. Malgrado le immense sofferenze, sono felici, per via del loro amore per Dio, della sicurezza di essere amate da Lui, da Nostra Signora e dai Santi, della ferma speranza del cielo e della certezza della loro salvezza.

Sicurezza invincibile

Nel 1870, nel momento cruciale della guerra franco-tedesca, i pensieri della Madre si rivolgono ancora di più al Purgatorio: «Dio mio, esclama, quante anime compaiono davanti a te! Gesù mio, misericordia! Non posso più pensare ad altro che alle anime che entrano nell'eternità. Questa almeno è una verità! e che verità!» Il 7 febbraio 1871, la santa fondatrice rende dolcemente l'anima a Dio. Era vissuta sulla croce, la croce le apriva il Paradiso. «Aderiamo alla croce, aveva detto poco tempo prima: essa è la nostra unica speranza... La vita è talmente breve...! e l'eternità non finirà mai. Facciamo già parte dell'eternità».

Il giorno dopo la cerimonia della beatificazione, Papa Pio XII riassumeva in una allocuzione l'essenziale del messaggio lasciato da suor Maria della Provvidenza: «Chiunque ricerca come essa la rinunzia ad ogni interesse personale e ad ogni egoismo, e si consacra senza riserve all'opera redentrice universale, conoscerà, come Maria della Provvidenza, la sofferenza e le prove, ma anche l'invincibile sicurezza di chi si è fondato sulla forza di Dio medesimo ed attende con umile fiducia l'ora del trionfo senza fine: In te Domine speravi, non confundar in acternum – in te, Signore, io mi rifugio; che la mia speranza non sia mai delusa (Sal. 70, 1).

È questa la grazia che auguriamo a Lei, ed anche a tutti coloro che Le sono cari. Pregheremo particolarmente per i Suoi defunti durante il mese di novembre, che è consacrato all'intercessione in favore delle anime del Purgatorio.

Dom Antoine Marie osb

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