Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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15 agosto 1997
Assunzione della Santissima Vergine


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Un giorno, Gesù fa uscire dalla folla un fanciullo e pronuncia queste parole: In verità vi dico: se non vi convertite e non diventate come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. Questa eloquente lezione annienta l'errore e l'ambizione di coloro che considerano il regno dei cieli come un impero terrestre ed ambiscono di occuparvi i primi posti: Chi sarà più grande nel regno dei cieli? E, per insistere maggiormente sul fatto che l'infanzia spirituale ha il privilegio della preminenza nel regno dei cieli, il Signore continua in questi termini: Chiunque diventerà umile come questo fanciullo, sarà il più grande nel regno dei cieli (Matt. 18, 1-4).

Un altro giorno, alcune madri gli conducono i loro figli perchè li tocchi, e siccome i discepoli li respingono, Gesù si indigna dicendo: Lasciate venire a me i bambini e non impediteli, perchè il regno dei cieli appartiene ad essi. Ed anche allora conclude: In verità vi dico: chi non riceverà il regno dei cieli come un fanciullo, non vi entrerà (Marco 10, 15).

Infantilismo?

L'infanzia spirituale è dunque una condizione necessaria per ottenere la vita eterna. Cosa significa? Che bisogna idealizzare l'infanzia al punto di dimenticarne i difetti e le debolezze? Che bisogna cadere nell'infantilismo e perdere l'assennatezza dell'età adulta? No, certo. Al contrario, dobbiamo sfruttare tutte le facoltà e le attitudini che Dio ci ha dato. Non si tratta di pensare, parlare, intendere ed agire come un fanciullo. San Paolo ci avverte: Così, non saremo più fanciulli, non ci lasceremo più sballottare e trasportare da ogni vento di dottrina... Ma, vivendo secondo la verità e nella carità, cresceremo sotto ogni aspetto in Colui che è il Capo, Cristo (Ef. 4, 14-15). Ed anche: Fratelli, non siate fanciulli nel giudicare, ma fatevi bambini nella malizia e uomini maturi nel giudicare (1 Cor. 14, 20). Per quanto l'infanzia sia commovente a causa della sua freschezza, non bisogna dimenticare che la sua incompiutezza rende necessaria la maturità. L'affettività del fanciullo comporta insieme una tirannia ed un egoismo bramosi di appropriarsi l'essere amato più che di darsi ad esso, il che non può esser proposto ad esempio.

Nostro Signore desidera altro, quando ci chiede di ritornare fanciulli. La via dell'infanzia, come ha detto Santa Teresa di Gesù Bambino, consiste essenzialmente «in una disposizione del cuore, che ci rende umili e piccoli fra le braccia di Dio, consci della nostra debolezza e fiduciosi fino all'audacia nella bontà del Padre» (Novissima Verba). Alla luce delle affermazioni della fede, essa ci fa prendere coscienza della realtà: Dio solo ci concede di essere, di amare, di agire, soprattutto sul piano soprannaturale. La vita spirituale non può essere una nostra iniziativa nei riguardi di Dio: non può essere che un abbandono di noi stessi nelle mani di Colui che è infinitamente buono, che ci ama gratuitamente, di un amore originario e creatore: Coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio (Rom. 8, 14).

Tale atteggiamento riconosce un legame di dipendenza totale nei confronti di Dio, esclude il senso orgoglioso di sè, la presunzione di raggiungere con mezzi umani un fine soprannaturale, e la fallace velleità di bastare a se stessi nell'ora del pericolo e della tentazione. Ci fa praticare «l'umiltà, la dolce e sincera umiltà del cuore, la fedeltà totale al dovere del proprio stato, qualsiasi esso sia, in qualunque sfera e qualunque sia il grado dell'umana gerarchia in cui Dio ci ha collocati e chiamati ad operare, la disposizione a tutti i sacrifici, l'abbandono fiducioso nelle mani e nel cuore di Dio, e, soprattutto, la vera carità, l'amore reale di Dio, la tenerezza sincera per Gesù Cristo, che contraccambia la tenerezza che ci ha lui stesso manifestato, quella carità che è benevola, paziente, sempre attiva e che sopporta tutto, è pronta a tutte le dedizioni ed a tutte le immolazioni... Perciò l'infanzia spirituale è accessibile e necessaria a tutti. Come osserva Sant'Agostino, non tutti possono predicare e compiere grandi opere. Ma chi mai è incapace di pregare, di umiliarsi e di amare?» (Pio XI, 11 febbraio 1923).

Papa Giovanni Paolo II ci ha dato di recente un nuovo modello di pratica della via dell'infanzia, beatificando, il 24 novembre 1994, la beata Eugenia Joubert. Visse la sua breve vita in «una gran fiducia attraverso l'amore, l'amore della semplicità del fanciullo» (nota di ritiro).

Un modello semplice, accessibile, simpatico

Eugenia è nata a Yssingeaux, sugli aspri altipiani dell'Alta Loira, l'11 febbraio 1876, giorno anniversario della prima apparizione della Santa Vergine a Lourdes. Infanzia, vocazione, vita religiosa, apostolato, sofferenza e morte, tutto, nella vita di Eugenia, porterà l'impronta della presenza materna di Maria.

Ancora giovanissima, viene inviata con la sorella maggiore nel collegio delle Orsoline a Ministrel. Le due bambine sono felici, lì. Sono benvolute. Il più bel ricordo di quell'epoca, per Eugenia, è quello della prima comunione e dei mesi di gran fervore che la precedettero. La fanciulla, vivamente attirata dalla Vergine Maria, sperimenta l'onnipotenza e la sollecitudine infinita della Madre celeste: vuol ottenere qualche grazia? Per nove giorni di seguito, recita il rosario, aggiungendovi cinque sacrifici fra quelli che le costano maggiormente. Maria la esaudisce sempre. «Quando parlava della Santa Vergine, racconterà più tardi un'alunna, mi sembrava di vedere un po' di cielo nel suo sguardo».

Il fervore non le impedisce di essere allegra. Al contrario! Una delle maestre dirà della fanciulla che era «molto espansiva, dal cuore ardente e buono... Aveva influenza sulle compagne e le trascinava con il suo buonumore». Eugenia scrive alla sorella: «Il Buon Dio non vieta di ridere e di divertirsi, purchè lo si ami di tutto cuore e si conservi la propria anima tutta bianca, cioè senza peccati... Il segreto per rimanere figli del Buon Dio, è quello di rimanere figli della Santissima Vergine. Bisogna amare molto la Santissima Vergine e chiederle tutti i giorni di morire, piuttosto che commettere un solo peccato mortale».

Placare gli stimoli della sete

Il 6 ottobre 1895, è ammessa quale postulante nel Convento delle Suore della Sacra Famiglia del Sacro Cuore, a Le Puy-en-Velay (Francia): «Fin dall'infanzia, scrive allora, il mio cuore, benchè povero, grossolano e terrestre, cercava invano di placare gli stimoli della sete. Voleva amare, ma soltanto uno Sposo bello, perfetto, immortale, il cui amore fosse puro ed immutabile... Maria, mi hai dato, a me, povera e piccola, il più bello dei figli degli uomini, il tuo divino Figlio Gesù!» Al momento dell'addio, la Signora Joubert le dice, abbracciandola: «Ti do al Buon Dio. Non guardare più al passato, ma diventa una santa!» Sarà il programma della postulante. Essa intende veramente «essere tutta di Gesù» e non suora a metà.

Eugenia non ha ancora vent' anni. Ha sempre un'aria vivace ed un riso gioioso. Ma il viso molto giovane, quasi infantile, l'aspetto improntato di purezza verginale, riflettono in pari tempo una serietà molto profonda. Il suo raccoglimento suscita l'ammirazione ed eccita l'emulazione delle compagne di noviziato. «Se vivo dello spirito di fede, scrive, se amo veramente Nostro Signore, mi sarà facile crearmi una solitudine in fondo al cuore e soprattutto amare tale solitudine, dimorarvi da sola con Gesù solo».

Il 13 agosto 1896, festa di San Giovanni Berchmans, riceve l'abito dalle mani di Padre Rabussier, fondatore dell'Istituto. Essa esprimerà più tardi i sentimenti che l'animavano allora: «Che ormai il mio cuore, simile ad una palla di cera, semplice come il fanciullo, si lasci rivestire di ubbidienza, di desiderio assoluto della divina volontà, senza opporre altra resistenza se non quella di voler dare sempre di più» .

Per non essere mai soli

Durante il noviziato, suor Eugenia segue a due riprese gli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio. Vi apprende a vivere familiarmente con Gesù, Maria e Giuseppe. Infatti, gli Esercizi sono una scuola di intimità con Dio ed i Santi. Nel corso delle meditazioni e delle contemplazioni che propone, Sant'Ignazio invita il discepolo a situarsi nel centro delle scene evangeliche, per osservarvi le persone, ascoltare quel che dicono, guardare quel che fanno, «come se si fosse presenti». Il mistero di Natale, per esempio (n. 114): «Vedrò (...) Nostra Signora, Giuseppe, l'ancella ed il Bambino quando sarà nato. Starò al loro cospetto, li contemplerò, li servirò nelle loro necessità con tutta la sollecitudine ed il rispetto di cui sono capace, come se fossi presente». Sant'Ignazio ci incoraggia a praticare questa familiarità fin nelle nostre più banali attività quotidiane, come quella di mangiare: «Mentre ci cibiamo, consideriamo, come se lo vedessimo con i nostri propri occhi, Nostro Signore Gesù Cristo che mangia con gli Apostoli. Vediamo come mangia, come beve, come guarda, come parla; e sforziamoci di imitarlo» (n. 214).

Eugenia è sedotta dalla semplicità di questa pratica che corrisponde perfettamente al suo desiderio di vivere nell'intimità della Sacra Famiglia. «Amare questa struttura dei luoghi, scriveva: essere fin dal mattino nel Cuore della Santissima Vergine». Oppure: «Non sono mai sola, ma sempre con Gesù, Maria, Giuseppe». Un giorno, formulerà questa bella preghiera a Nostro Signore: «O Gesù, dimmi quale era la tua propria povertà? Dimmi che cosa cercavi con maggior sollecitudine a Nazareth?... Fammi la grazia di abbracciare con tutta l'anima la povertà che il tuo cuore vorrà mandarmi». Anche noi possiamo parlare spesso con Gesù nell'intimo del nostro cuore, chiedendogli come abbia praticato l'umiltà, la bontà, il perdono, la mortificazione e tutte le altre virtù, poi pregandolo di darci la grazia di imitarlo.

Semplice come un fanciullo

L'8 settembre 1897, Suor Eugenia pronuncia i voti religiosi; nel corso della cerimonia, Padre Rabussier fa una predica sull'infanzia spirituale. La nuova professa ci vede un incoraggiamento a progredire su questa via. Concentra l'attenzione su due punti che le sembrano essenziali per giungere alla «semplicità del fanciullo»: l'umiltà e l'ubbidienza.

Per Suor Eugenia, l'umiltà è il mezzo per attirare «gli sguardi di Gesù». Un giorno, è severamente rimproverata per un lavoro di cucito mal eseguito. Ora, il lavoro in questione non è il suo... Suor Eugenia tace, benchè la natura si ribelli; potrebbe giustificarsi, spiegare l'equivoco... ma preferisce unirsi al silenzio di Gesù che fu, anche lui, falsamente accusato. Vede nell'umiliazione un'occasione di «farsi più grande nell'avvilimento», il che è, per lei, un vero successo: «La gente che vive nel mondo, scrive, cerca successi nel desiderio di esser gradita e di mettersi in mostra. Ebbene! Nostro Signore permette anche a me di ottenere successi nella vita spirituale. Ogni umiliazione, per quanto sia piccola, è un vero successo per me nell'amore di Gesù, purchè la accetti di tutto cuore».

Essere umili consiste pure nel non scoraggiarsi di fronte alle proprie debolezze, le cadute o i difetti, ma nell'offrire tutto ciò alla divina misericordia, soprattutto nel sacramento della Penitenza, mezzo ordinario per ricevere il perdono di Dio. «O beata miseria, più l'amo, e più anche Nostro Signore l'ama e si china su di essa per averne pietà ed usarle misericordia!» esclama Suor Eugenia constatando le proprie incapacità.

La madre delle virtù

L'umiltà va di pari passo con l'ubbidienza. San Paolo ci dice di Gesù che si umiliò, facendosi ubbidiente fino alla morte (Fil. 2, 8). Suor Eugenia vede nell'ubbidienza «il frutto dell'umiltà e la sua più vera forma», e scrive: «Voglio ubbidire per umiliarmi ed umiliarmi per amare di più». Ubbidire a Dio, ai comandamenti, alla Chiesa, a coloro che ne fanno le veci, vuol dire amare Dio in verità. Se mi amate, diceva Gesù ai suoi discepoli, osservate i miei comandamenti. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, ecco chi mi ama, e chi ama me sarà amato dal Padre mio ed io pure l'amerò e gli manifesterò me stesso (Giov. 14, 15 e 21). «L'ubbidienza non è tanto una virtù, quanto la madre delle virtù», ha potuto scrivere Sant'Agostino. San Gregorio Magno usa questa bella espressione: «È l'ubbidienza, ed essa sola, che produce e conserva le altre virtù nei nostri cuori» (Morales, 35, 28). E, come ci insegna San Benedetto: «L'ubbidienza che tributiamo ai superiori, la tributiamo a Dio» (Regola, cap. 5).

Tuttavia, l'esercizio di ogni virtù deve esser guidato dalla prudenza. Questa permette di discernere, in particolare, i limiti dell'ubbidienza. Così, quando un ordine, una prescrizione o una legge umana si oppongono manifestamente alla legge di Dio, il dovere dell'ubbidienza non esiste: «L'autorità, richiesta dall'ordine morale, viene da Dio. Se dunque accade che i governanti emanino leggi o prendano misure contrarie all'ordine morale, e di conseguenza alla volontà divina, tali disposizioni non costituiscono un obbligo per le coscienze» (Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 11 aprile 1963). «La prima e più immediata delle applicazioni di questa dottrina riguarda la legge umana che riconosce il diritto fondamentale ed originale alla vita, diritto proprio a tutti gli uomini. Così, le leggi che, nel caso dell'aborto e dell'eutanasia, legittimano la soppressione diretta di esseri umani innocenti, sono in contraddizione totale ed insormontabile con il diritto inviolabile alla vita proprio a tutti gli uomini, e negano di conseguenza l'uguaglianza di tutti davanti alla legge» (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 72). Di fronte a tali prescrizioni umane, ricordiamoci le parole di San Pietro: Bisogna ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini (Atti 5, 29).

All'infuori degli ordini che sarebbero impossibili da seguire senza peccare, l'ubbidienza è dovuta alle autorità legittime. Suor Eugenia, per seguire Gesù più da vicino e per adoperarsi per la salvezza delle anime, si predispone ad ubbidire con la massima perfezione, al fine di compiere ad ogni istante la volontà di Dio Padre, seguendo le orme di Nostro Signore che ha detto: Il Figlio non può far nulla da sè, se non ciò che ha veduto fare dal Padre; quel che fa Lui, lo fa allo stesso modo anche il Figlio (Giov. 5, 19). Niente faccio da me, ma parlo come mi ha insegnato il Padre (Giov. 8, 28).

Al servizio dei piccoli

Appena pronunciati i voti, la giovane suora viene mandata ad Aubervilliers, nei sobborghi parigini, in una casa dedita all'evangelizzazione degli operai. Essa conquista il cuore dei bambini, e riesce così a far stare tranquilli i birichini, che non mancano fra il suo pubblico! Il suo segreto? la pazienza, la dolcezza, la bontà. Ottiene risultati insperati.

Apostolo, Suor Eugenia suscita apostoli. Un bambino, conquistato dalle lezioni di catechismo, sogna di attirare i compagni. Riunendo quelli che trova per la strada, li fa entrare nella sua stanza, davanti ad un crocifisso: «Chi ha messo in croce Gesù?» chiede. E quando la risposta si fa aspettare troppo a lungo, aggiunge commosso: «Siamo noi che, con i nostri peccati, l'abbiamo fatto morire. Bisogna chiedergli perdono». Tutti, allora, cadono in ginocchio, e recitano dal più profondo del cuore atti di contrizione, di riconoscenza e d'amore.

Suor Eugenia comunica ai fanciulli il proprio amore per Maria. Arde per Nostra Signora di un amore che la fa esclamare un giorno: «Amare Maria, amarla ancora e sempre di più! L'amo perchè l'amo, perchè è mia Madre. Mi ha dato tutto; mi dà tutto; ed è Lei che mi vuol dare tutto. L'amo perchè è tutta bella, tutta pura; l'amo e voglio che ciascuno dei battiti del mio cuore le dica: Madre mia Immacolata, tu lo sai che ti amo!»

Quando verrà? Quando?

Durante l'estate del 1902, Suor Eugenia avverte i primi effetti della tubercolosi che la stroncherà. Comincia allora per lei un doloroso calvario che durerà due anni, e finirà di santificarla unendola di più a Gesù crocifisso. Trova un gran conforto nella meditazione della Passione. «Soffrite molto? le chiede un giorno l'infermiera. – È spaventoso, risponde l'ammalata, ma Lo amo tanto... il Sacro Cuore... quando verrà... Quando?» Nella preghiera, Gesù le fa capire che per rimanere fedele in mezzo alle sofferenze, deve «abbracciare la pratica dell'infanzia spirituale», «essere bambina con lui nella sofferenza, la preghiera, la lotta, l'ubbidienza». L'abbandono e la fiducia la guidano fino alla fine! Dopo un'emorragia particolarmente violenta, ricade spossata, sentendo che la vita le sfugge, e, senza che il sorriso sparisca dal suo viso, rivolge lo sguardo ad un'immagine del Bambino Gesù.

È con una grande pace che, il 27 giugno 1904, Suor Eugenia accoglie l'annuncio della sua partenza per il cielo. Le vengono amministrati il Sacramento degli infermi e la Santa Comunione. Il 2 luglio, le crisi di soffocamento diventano sempre più penose; una suora ha l'idea di accendere una piccola lampada ai piedi della statua del Cuore Immacolato di Maria, nella cappella, e la Buona Madre concede alla moribonda un po' di sollievo. L'ora della liberazione è vicina. Le si presenta un'immagine di Gesù Bambino. A tale vista, Suor Eugenia esclama: «Gesù!... Gesù!... Gesù!...» e la sua anima prende il volo verso il cielo. Il corpo di quella bambina evangelica sembra avere dodici anni. Un bel sorriso le illumina il viso.

«Pregherò per tutte in cielo!» aveva promesso alle Suore. Chiediamole di guidarci sulla strada dell'infanzia spirituale fino al Paradiso, «il Regno dei Piccoli»; è lì che ci aspetta con la moltitudine dei Santi. La preghiamo, unitamente a San Giuseppe, per Lei ed i Suoi, vivi e defunti.

Dom Antoine Marie osb

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